Algeria: «Non interverremo nel Sahel». Le Soir: pressioni anche dall’Italia

Europei e Paesi del Golfo chiedono un intervento in Mali e contro i jihadisti che mettono a rischio i giacimenti di gas e petrolio

[4 aprile 2018]

Secondo il giornale algerino Le Soir,  diversi Paesi occidentali e Arabi starebbero facendo da tempo pressione su Algeri per un intervento armato nel Sahel contro le milizie terroriste legate ad Al Qaeda e in difesa delle risorse minerarie e di idrocarburi. L’esercito algerino è il quarto dei Paesi arabi.

Le Soir spiega che «Gli appelli all’intervento dei militari algerini al di fuori del Paese si sono manifestati in maniera più evidente  évidente con il favore verso il dispiegamento di una forza armata africana nel Sahel. La sua missione: andare a caccia dei gruppi terroristi della regione e riuscire a instaurare la pace in un territorio minato dai conflitti». Attualmente del G5 fanno parte 5 Paesi: il Mali, che è anche il principale teatro delle operazioni, visto che nel nord scorrazzano ancora bande armate jihadiste,  il Niger, in preda a forti tensioni ai suoi confini e che ha respinto l’offerta di un intervento italiano, il Burkina Faso, attaccato da commando jihadisti,  il Ciad, in guerra con Boko Haram, e la Mauritania che è in difficoltà a controllare il suo enorme territorio desertico.

Il G5 è visto da molti come un’iniziativa neocoloniale francese, tanto che è nata nel marzo 2014 ma si è concretizzata solo nel 2017, ma il presidente francese Emmanuel Macron l’ha presa a cuore e si agita per mettere insieme i fondi necessari a finanziarla.  Macron vuole far uscire i soldati francesi dell’opération Serval  dalle sabbie mobili del deserto del Mali  e per questo sta cercando la collaborazione dei presidenti del Mali e dell’Algeria perché Algeri intervenga nel conflitto maliano, in particolare per neutralizzare  Iyad Ag Ghali, molto influente m nella comunità  tuareg maliana, sospettato di essere a capo della lotta armata al confine con l’Algeria. Il sito internet del ministero degli esteri francese esalta pubblicamente «l’importanza della collaborazione algerina nel trattamento del dossier del Sahel» e alti funzionari francesi dicono che un intervento dell’Algeria è indispensabile per riportare la pace nel Sahel e per sconfiggere i terroristi.

Ma sarà difficile che l’Algeria cambi la sua politica nel Sahel perché la Francia è in difficoltà nel nord del Mali. Come fa notare Le Soir, «Questo vorrebbe dire scaricare la lotta antiterrorista e il conflitto intermaliano su delle altre parti e, guardando all’iniziativa del progetto, poter dire ai francesi al mondo: guardate, non abbiamo fallito, è grazie a noi che la lotta continua ma i nostri soldati sono ormai al riparo».

Il problema è che i militari del G5 hanno bisogno di maggiore esperienza nella lotta a gruppi terroristici armati di tutto punto e che possono rifornirsi al bazar delle armi post-Gheddafi in Libia. Un’esperienza che nell’area ha solo l’esercito algerino. Anche la Mauritania esita ad impegnarsi nel G5 perché un intervento inn alcuni dei Paesi più poveri del mondo vuol dire che si ha a che fare con milizie e soldati che passano da un fronte all’altro per un boccone di pane. Fallito il tentativo francese di coinvolgere i caschi blu dell’Onu con un intervento diretto nel Sahel, l’ultima cosa che resta è solleticare l’orgoglio di potenza regionale dell’Algeria.

Le Soir evidenzia che «A fianco delle responsabilità francesi si ergono quelle dei altri Paesi  europei conquistati dall’idea di far  recedere gli algerini dalle loro posizioni di non ingerenza. Italiani, spagnoli e portoghesi compresi e, per un certo periodo i Paesi del Golfo, sono allineati sulla stessa posizione».

Una fonte militare algerina ha rivelato che «Alcuni Alcuni si sono offerti  di fornire a titolo definitivo all’Algeria tutta l’attrezzatura militare, tutta la logistica necessaria per intervenire ma [l’Algeria] si è sempre rifiutata. Questo è un principio sancito dalla nostra politica di difesa sin dalla Carta del 1976. L’Algeria ha tuttavia accettato di violare questa regola due volte inviando le sue truppe a difendere i palestinesi nel 1967 e nel 1973. L’intervento pone seri problemi. significa sparare, uccidere e probabilmente anche essere uccisi. Questo genera inimicizia, avversità, il cosiddetto danno collaterale. Ci siamo rifiutati di essere coinvolti in un’operazione militare saudita e vedete cosa ha fatto: un massacro nello Yemen; ma abbiamo buoni rapporti con quel Paese. Ci siamo rifiutati di essere coinvolti in Siria e abbiamo visto il genocidio». Le pressioni diplomatiche ed economiche  delle ricche monarchie del Golfo sull’Algeria continuano e Algeri continua a respingerle come per ora continua a respingere la richiesta di far sorvolare il suo territorio da parte di aerei militari di Paesi stranieri.

L’articolo di Le Soir  si conclude citando degli “esperti”: «Per delle esigenze specifiche, l’Algeria consente il sorvolo del territorio nazionale da parte delle parti impegnate  nella lotta nel Sahel. Ciò è stato fatto e sarà sempre fatto, è una regola nel codice dell’aviazione civile, diamo loro un corridoio specifico a condizione che chiedano, naturalmente, un’autorizzazione preventiva. Alcuni l’hanno presentato come una première, un nuovo orientamento, ma è completamente sbagliato. Alcuni anni fa, la stampa francese aveva mediatizzato un sorvolo del territorio nazionale con un aereo francese come parte dell’operazione Serval, suggerendo che Algeri era coinvolto, il che non è vero».

L’Algeria in questo momento sembra molto più preoccupata per un possibile attacco dell’esercito marocchino alle zone liberate dei suoi alleati della Repubblica araba sahauri democratica (Rasd) che della sorte del Mali e accusa Onu e occidente di aver abbandonato i sahauri all’occupazione marocchina e di essere incapaci di imporre a Rabat il referendum sull’autodeterminazione sempre rinviato nonostante le determinazioni dell’Onu e il riconoscimento della Rasd da parte dell’Unione Africana.