Assad: «Pronto a consegnare le armi chimiche agli Usa. Ma smaltirle costa un miliardo di dollari»

E una lezione di realpolitik arriva dal nuovo presidente iraniano: «Incontrare Obama? In politica nulla è impossibile»

[20 settembre 2013]

Dal nuovo presidente di un Paese “canaglia” alleato del Venezuela, l’Iran, arriva una pacata lezione di realpolitik e di responsabilità internazionale che sembra definitivamente rompere con le sparate antisemite ed antiamericane alle quali ci aveva abituato Mahmoud Ahmadinejad. Proprio nel giorno in cui gli Usa hanno rifiutato al presidente venezuelano Nicolas Maduro il permesso di sorvolare il territorio di Porto Rico in occasione del suo viaggio in Cina, previsto per domani e avrebbero negato i visti ad una delegazione venezuelana all’Onu.

Rispondendo a una domanda del Washington Post sulla possibilità che possa incontrare  Barack Obama durante la sua visita a New York, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha detto: «Questo non è previsto nell’agenda dei lavori, ma in politica nulla è impossibile, a patto che siano soddisfatte condizioni indispensabili».

«Il mondo è cambiato – ha aggiunto -. La politica internazionale non è più una somma di zeri come nella Guerra Fredda, ma una arena multidimensionale dove cooperazione e concorrenza accadono contemporaneamente. È passata l’epoca dei bagni di sangue. Dai leader mondiali ci si aspetta che trasformino minacce in opportunità. Questo può aiutare a evitare che conflitti “freddi” diventino “caldi”. Ma per muoversi oltre gli impasse, sia in relazione alla Siria, o al nostro programma nucleare o alle relazioni dell’Iran con gli Usa, dobbiamo puntare più in alto».

La cosa sembra possibile, visto che il 18 settembre la Casa Bianca aveva espresso la disponibilità di Obama a  colloqui bilaterali con l’Iran sul programma nucleare di Teheran. L’Iran di Rouhani si sta giocando bene anche le sue carte in Siria e ha saldato un fronte sciita che comprende anche l’Iraq, tanto che Rohani, prima di partire per New York dove la prossima settimana parteciperà all’Assemblea generale dell’Onu,  ha detto che «la Repubblica islamica dell’Iran è pronta a facilitare i colloqui tra il governo siriano e l’opposizione per raggiungere una soluzione».

Poi ha chiesto dalle pagine del Washington Post ai Paesi occidentali di «abbracciare l’opportunità offerta dalle ultime elezioni in Iran. Chiedo loro di approfittare del mandato per un prudente coinvolgimento che mi ha dato il mio popolo e di rispondere sinceramente agli sforzi del mio governo di impegnarsi in un dialogo costruttivo. Dobbiamo creare una atmosfera in cui la gente della regione sia in grado di decidere il proprio destino».

Rohani ha detto che l’Iran è disponibile a contribuire al dialogo tra le parti nel conflitto siriano ed ha concluso: «Dieci  anni di avanti e indietro hanno dimostrato che quel che tutti vogliono nella disputa del nucleare iraniano è chiaro. La stessa dinamica vale negli approcci rivali alla Siria».

Intanto, dopo le nuove minacce di attacco statunitensi, oggi è intervenuto il presidente siriano in persona, Bashir Al Assad, che in un’intervista  a Fox News, la televisione house organ della destra Usa, ha spiegato che «la distruzione delle armi chimiche siriane potrebbe richiedere un anno e una spesa di un miliardo di dollari».

Il dittatore siriano si è detto persino «pronto a consegnare le armi agli Usa», avvertendo però che «è un’operazione complessa, che richiede parecchio denaro, circa un miliardo di dollari. Ed è molto dannosa per l’ambiente. Se l’amministrazione americana è pronta a pagare questi soldi e a prendersi la responsabilità di portare materiale tossico negli Stati Uniti, perché non lo fa?».

Assad ha ribadito che il suo esercito non è responsabile dell’attacco con armi chimiche del 21 agosto a Ghouta, alla periferia di Damasco, confermato il 16 settembre dal rapporto Onu e ha concluso con un appello ad Obama: «Ascolti il suo popolo, segua il buonsenso della popolazione americana», sapendo che i sondaggi  negli Usa vedono prevalere i contrari a un attacco alla Siria.

I siriani, confortati dal sostegno diplomatico, militare e mediatico della Russia e dagli scontri interni tra l’ala “laica” e quella islamista-radicale dell’opposizione, sono all’attacco anche sul fronte diplomatico: il vice premier siriano, Qadri Jamil, intervistato dal Guardian,  ha detto che la Siria alla prossima conferenza di pace che si svolgerà a Ginevra chiederà  «la fine dell’intervento esterno, un cessate il fuoco e il lancio di un processo politico pacifico in modo che il popolo siriano possa godere di autodeterminazione senza intervento esterno e in modo democratico».

Secondo Jamil (così come per gli osservatori indipendenti) «né  l’opposizione armata, né l’esercito regolare hanno la capacità  di sconfiggere l’altra parte. Questo bilanciamento di forze non cambierà per un po’». Una situazione che non può durare, perché i profughi aumentano ogni giorno di più e arrivano ormai sui barconi della disperazione fino alle nostre coste.

Jamil  riassume quel che aspetta la Siria e il Mediterraneo in una frase: «L’economia siriana ha perso circa 100  miliardi di dollari durante la guerra, l’equivalente di due anni di normale produzione». Per la Siria quando questa maledetta guerra civile per procura finirà, sarà davvero difficile rinascere dalle sue macerie umane ed economiche.