Pubblichiamo l'interessante analisi diffusa da neodemos

Brexit, cause e conseguenze demografiche viste dall’Italia

Il demografo Massimo Livi Bacci: «La confusione regna sovrana»

[6 luglio 2016]

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L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ha sicuramente ragioni complesse, che gli analisti stanno valutando al microscopio. Ma partiamo dal macro, anziché dal micro: l’Europa non ha mai conquistato il cuore dei britannici, se non quello degli esteti, degli artisti e dei viaggiatori. Di Filippo II, Napoleone o Hitler non si hanno buoni ricordi; l’ingresso nell’Unione è avvenuto soprattutto per convenienza (certo, una motivazione più che valida) ma l’isola è rimasta lì, nell’Atlantico, a mezza strada (si fa per dire) tra le coste francesi e quelle del Nuovo Mondo, abitate dal rassicurante rampollo americano. Certo, nei trentatré anni trascorsi dal 1973, i legami con l’Europa si sono moltiplicati, ma non tanto da compromettere la piena autonomia in molti settori (“opt-out” britannici per Schengen, giustizia ed euro). Ora quei legami si devono sciogliere, ed i rapporti con l’Europa dovranno riannodarsi in altro modo ed in un diverso contesto istituzionale.

La demografia c’entra

Che rapporto c’è tra demografia e Brexit? In una prossima uscita di Neodemos, Gian Carlo Blangiardo spiegherà come la diversa propensione a votare a favore o contro l’uscita delle varie fasce di età (a favore gli anziani, contro i giovani) abbia concorso a determinare il risultato finale. Si risolleva il tema del conflitto tra generazioni e degli effetti che questo ha non solo sull’economia e la società, ma anche sulle grandi scelte di collocazione internazionale. Ma il tema dell’immigrazione è stato, sicuramente, quello che più di altri ha alimentato la campagna dei pro-Brexit. Lasciamo da parte le considerazioni più rozze – tanto più “urlate” quanto più rozze sono – che fanno parte del consueto armamentario xenofobo, dalla Grecia alla Finlandia, dall’Ungheria all’Olanda. È invece diffusa la preoccupazione che l’immigrazione, oltre certi limiti (che sarebbero già stati abbondantemente superati), minacci la coesione sociale del paese, eroda quella “fiducia reciproca” tra individui che è fondamento della stabilità, indebolisca la cooperazione, renda impopolare ogni sforzo redistributivo “perché i contribuenti ritengono che beneficiari saranno coloro che sono arrivati di recente nel paese”. Inoltre, anche quando l’immigrazione apportasse dei benefici netti all’economia, questi tenderebbero ad accentuare le disuguaglianze tra coloro che ne traggono beneficio (per esempio, imprese che assumono lavoro a basso costo), e coloro che ci rimettono (manodopera autoctona non qualificata, cittadini che subiscono tagli del welfare). Queste posizioni ostili – volgari e radicali le une, conservatrici e moderate le altre – l’hanno avuta vinta.

Le conseguenze sulle migrazioni

L’abbandono dell’Europa è anche l’abbandono del principio della libera circolazione. Il Regno Unito è stato sostenitore del libero mercato, particolarmente di quello finanziario, ha tratto beneficio dai processi di globalizzazione, ed è il paese europeo maggiormente proiettato nel mondo – per la sua forza mercantile, per il suo passato impero coloniale, per la diffusione della lingua. Il terzo di secolo di integrazione europea è stato sicuramente vantaggioso. Il Regno Unito è fuori dal gruppo di Schengen, ma l’appartenenza all’Europa lo obbliga ad accettare i movimenti migratori interni, di studenti, lavoratori, imprenditori, familiari. Tra il 1995 e il 2015, il numero degli stranieri provenienti dagli altri paesi della UE è passato da 0,9 a 3,3 milioni; a quest’ultima data, il 29% erano polacchi, il 13% Irlandesi, e poi con percentuali decrescenti dal 7 al 5%, portoghesi, romeni, italiani, lituani, francesi, tedeschi e spagnoli. Un immigrato europeo su tre vive a Londra (uno su nove i britannici); il grado d’istruzione è mediamente più elevato. L’immigrazione degli Europei ha fatto un balzo nel 2004 (con l’ingresso in Europa di 10 nuovi paesi, tra i quali la Polonia), seguito da una flessione con l’inizio della crisi nel 2007.

Si noti che Brexit non ha effetti sull’immigrazione extra-UE, nel senso che questa continuerà ad essere regolata con le leggi vigenti (passaporti, visti, permessi di lavoro). Né cambia alcunché per quanto riguarda i rifugiati, nel senso che già adesso il Regno Unito non accetta i rifugiati provenienti da altro paese europeo (si veda la questione Calais); non è quindi “minacciato” da un’ondata di rifugiati come la Grecia, l’Italia o la Germania. È quindi l’immigrazione europea che sarà limitata, nei confusi piani dei sostenitori del Brexit. Proprio quella più istruita e più affine socialmente, e che sicuramente ha sostenuto la crescita economica. Con quali politiche resta un mistero, per ora: si è parlato di selezione, con un sistema a punti tipo quello canadese o australiano, certo non facile a mettere in marcia.

A medio-lungo termine, è difficile immaginare cosa possa avvenire. Nel caso di un rallentamento della crescita, o di un deprezzamento duraturo della sterlina, vi sarebbero meno attrattive per l’immigrazione europea. Ignote sono le ricadute sul welfare dei migranti per quanto riguarda la sanità, l’edilizia sociale, i sussidi di disoccupazione e altre eventuali provvidenze: tutte sicuramente ridimensionate. Per quanto riguarda gli immigrati europei già nel Regno Unito, questi per oltre due terzi hanno già la cittadinanza britannica. Quelli con oltre 5 anni di residenza potranno – secondo la legge vigente – richiederla. Agli altri – par di capire – si assicurerebbe il rinnovo dei permessi di lavoro senza difficoltà. Coloro che invece intenderanno immigrare dovranno – presumibilmente – dimostrare di avere una offerta di lavoro (ed eventualmente superare qualche test). Naturalmente potranno moltiplicarsi quei casi – tanto comuni in Italia – di coloro che arriveranno come turisti per poi ricercare lavoro.

Maestà, your passport, please!

Così potrebbe chiedere un doganiere scozzese alla Regina Elisabetta, in viaggio col consorte Filippo per le sue vacanze estive al Castello di Balmoral, in Scozia. Tuttavia, l’ipotesi che la Scozia chieda un secondo referendum – come annunciato dalla premier Sturgeon – per ottenere l’indipendenza dal Regno Unito e restare in Europa è abbastanza irreale. Reale invece sarà la separazione formale dell’Irlanda del Nord, in uscita dall’Unione, dall’Irlanda, convinto membro della UE. Con conseguenze (teoricamente) pesanti per il turismo, i lavoratori transfrontalieri, gli studenti stranieri nelle Università dell’Ulster, e via dicendo. Qualche piccolo problema anche per le poche migliaia di abitanti di Gibilterra, che rimarranno fuori dall’Unione.

E i britannici in Europa?

Non è chiaro quale sia il loro numero, che le fonti ufficiali quantificano in 1,3 milioni; sarebbero oltre 300.000 in Spagna, 250.000 in Irlanda, quasi 200.000 in Francia, 100.000 in Germania, più di 50.000 in Italia (ma in anagrafe i residenti sono meno di 27.000, la metà dei quali in Lombardia, Lazio e Toscana). Ma altre fonti parlano di numeri superiori: certamente sono molti coloro – spesso pensionati – che si dividono tra la patria e il paese scelto, dove spesso sono proprietari di una casa. Se il deprezzamento della sterlina fosse duraturo, questo sarebbe per loro una “fregatura”, svalutandosi il potere d’acquisto della pensione (ma si “rivaluterebbe” il valore della casa di proprietà).

La confusione regna sovrana

La Gran Bretagna è andata al referendum con la testa nel sacco: nessun programma definito, nessun piano, nessuna strategia per il dopo-Brexit, soprattutto per quanto riguarda la migrazione, il motore della vittoria del Leave. Il primo ministro è dimissionario, i partiti sono senza leadership o con una leadership contestata (laburisti). Inoltre il loro futuro interlocutore – l’Unione Europea – è esso stesso in profonda crisi per quanto riguarda le politiche migratorie. Fare previsioni sarebbe inutile. Ma Neodemos seguirà le vicende, per darne conto ai propri lettori – tra i quali non sono pochi (lo sappiamo di sicuro) i nostri connazionali che studiano, insegnano e vivono in Gran Bretagna.

di Massimo Livi Bacci per www.neodemos.it

Per saperne di più

Wadsworth, S.Dhingra, G. Ottaviano e J. Van Reenen, Brexit and the Impact of Immigration on the UK, Centre for Economic Performance London School of Economics and Political Science, 2016

Project unclear: Uncertainty, Brexit and migration, The Migration Observatory, Centre on Migration, Policy and Society (COMPAS) at the University of Oxford, 10 Marzo 2016

What would UK immigration policy look like after Brexit?, The Migration Observatory, Centre on Migration, Policy and Society (COMPAS) at the University of Oxford, 9 Giugno 2016