I cattivi maestri dei killer islamisti e la buona borghesia reazionaria del Bangladesh

È Faraaz quello che il jihadismo teme di più: chi non si inchina al fanatismo e al pregiudizio

[4 luglio 2016]

Cattivi maestri

Le analisi che abbiamo sentito fare in Italia mentre era ancora in corso l’orrenda strage di Dacca erano sbagliate e frutto di una sociologia un po’ provinciale: come si è subito sforzato di far capire il governo del Bangladesh – che di terrorismo e di radicalismo islamico se ne intende – quel gruppo di giovani killer fanatici non veniva, come asserivano i nostri “esperti”, dalle periferie poverissime di Dacca. Non erano il frutto della disperazione opprimente di chi non riesce a mettere insieme il cibo per potersi sfamare, non sono i fratelli dei miti bengalesi che vendono paccottiglia per strada o aprono negozietti pieni di ogni cosa… no, erano figli istruiti della ricca borghesia bengalese, proprio come Osama Bin Laden e gli attentatori delle Torti Gemelle di New York venivano da ricchissime e agiate famiglie saudite, proprio come i capi di Al Qaeda e dell’Isis vengono dalla borghesia reazionaria sunnita/wahabita/salafita che vuole imporre al mondo islamico una società gerarchica nella quale le masse povere restino povere per ubbidire ad un califfato teocratico, gestito da una classe dirigente che ripudia l’occidentalizzazione e la democrazia ma perpetua l’ingiustizia sociale mascherandola con la pia carità.

La fotografia delle molteplici teste dei leader della galassia jihadista non ci restituisce un movimento di popolo ma un’idra di privilegiati reazionari che sogna il ritorno all’antico splendore (il loro). Quel che manca, nel Bangladesh delle fabbriche tessili che crollano seppellendo donne e bambini lavoratori, come nel Medio Oriente dei giovani disoccupati e senza futuro, è semmai un’alternativa popolare e progressista che renda protagonisti i milioni di poveri, oggi consegnati o alla disperazione e all’emigrazione o all’indifferenza per un destino deciso da altri, imposto con i kalashikov, le scimitarre e i coltelli e le teste mozzate. Quel che manca è un discorso di giustizia sociale ed emancipazione culturale e femminile, oggi incarnato nel mondo islamico praticamente solo dai kurdi e dai loro pochi alleati progressisti arabi rimasti, non a caso circondati e attaccati dai regimi autoritari di ogni risma e confessione.

Oggi il giornale del Bangladesh The Daily Star spiega che «due dei cinque giovani militanti che hanno massacrato 20 persone innocenti venerdì sera all’Holey Artisan Bakery erano noti per seguire tre controversi islamisti: Anjem Choudary, Shami Witness e Zakir Nayek». Uno dei killer che ha massacrato i nostri connazionali, il 22enne Nibras Islam, seguiva almeno dal 2014 su Twitter Anjem Choudary e Shami Witness, due sospetti reclutatori dello Stato Islamico-Daesh; un altro degli assassini, Rohan Imtiaz, figlio di un leader della Lega Awami, il partito di governo del Bangladesh che è nemico giurato degli islamisti, nel 2015 aveva postato su Facebook i deliranti discorsi su Peace TV di Zakir Nayek, che invitava tutti i musulmani a diventare terroristi. Nayek è un cittadino britannico 49enne di origine pakistana, ora sotto processo in Inghilterra per aver infranto la legge antiterrorismo britannica. Shami Witness è il Twitter name del 24enne Mehdi Biswas, un indiano di Bangalore, anche lui arrestato e sotto processo dal 2014 per aver diffuso propaganda dello Stato Islamico Daesh. La propaganda islamo-fascista di Nayek è vietata nel Regno Unito, in Canada e Malaysia ma è molto popolare in Bangladesh con la sua Peace TV, anche se la sua predicazione insulta  spesso le altre religioni e le altre confessioni e sette musulmane non sunnite. L’account Twitter di Anjem Choudary è inattivo dall’agosto 2014, dopo che è stato accusato di terrorismo.

«Questo significa che, almeno nel caso di Nibras e Rohan, non si sono radicalizzati in una notte – sottolinea il Daily Star – hanno consumato materiale di propaganda radicale per uno o due anni prima che, alla fine, scomparissero a febbraio-marzo, per riapparire venerdì sera all’Holey Artisan Bakery di Gulshan come “killer dell’IS”».

Dalle loro foto pubblicate dallo Stato Islamico-Daesh e dai servizi segreti bengalesi si può presumere che durante la loro clandestinità i giovani killer misogini che hanno compiuto il massacro di Dacca abbiano ricevuto un addestramento e che siano stati indottrinati esclusivamente per compiere la loro missione suicida.  Le loro foto che datano 1 giugno, la divisa con il logo del Daesh, i fucili automatici rivelano un addestramento rapido ma non del tutto dilettantesco, ma anche che ormai il marchio dello Stato Islamico-Daesh – come prima quello di Al Qaeda – può essere usato in franchising da piccoli gruppi locali che giurano fedeltà ad un’entità puramente mediatica e con la quale entrano in contatto via Twitter o Facebook.

Un addestramento che ha mostrato anche la potenza di un indottrinamento che diventa lavaggio del cervello in giovani di famiglie benestanti, pronti a morire per un mondo dove il “bene” è rappresentato da una bandiera nera che promette sangue, guerra e un califfato teocratico dove la vita sarà prigioniera di regole assurde e di una gerarchia sociale opprimente. Un mondo nel quale non vorremmo vivere noi, ma nemmeno i poveri del Bangladesh, che sognano solo la pace, l’istruzione per i loro figli, l’acqua pulita da bere, un piatto pieno di cibo al giorno per sfamarsi e un tetto sotto il quale dormire la notte.

Dietro questa visione reazionaria, dietro questo medioevo sociale misogino, c’è la modernissima capacità – che i poveri non avrebbero – della borghesia islamista di utilizzare i social media per postare in diretta le immagini della strage, di far diventare brutali omicidi una calamita per altri fanatici. Eppure, come fa notare il Daily Star «nelle immagini, quelle di tutte le vittime donne erano confuse. I militanti dicono che è un peccato mostrare le immagini di donne, che a loro non importa uccidere o violentare».

E allora sta qui il tallone di Achille di questa idra dalle molte teste, sta nel progresso, nella solidarietà umana, nell’emancipazione femminile, sta nel quieto eroismo di Faraaz, il ventenne musulmano con il futuro negli occhi ma rimasto nel bar della strage per non lasciare sole a morire le sue amiche – l’indiana Tarushi e la californiana Abinta – finito sgozzato per questo.

È lui il vero eroe della notte di sangue che ha fatto strage di italiani, è il musulmano Faraaz quello che il jihadismo teme di più: chi non si inchina al fanatismo e al pregiudizio e resta impavido e inerme ad asciugare le ultime lacrime, a difendere l’umanità, l’amicizia, le donne e la convivenza e l’empatia tra i diversi, che sono la sole cose che potranno salvarci da questa follia reazionaria.