Ma italiani ed inglesi non partecipano

Centrafrica, via libera Onu all’intervento militare dell’Ue

Verso un “protettorato” Francia/Ue/Onu per evitare un genocidio come in Rwanda

[29 gennaio 2014]

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha adottato all’unanimità una risoluzione che autorizza «Il dispiegamento di una operazione dell’Unione europea nella Repubblica centrafricana a sostegno delle forze africane e francesi già nel  Paese». Il 21 gennaio  i ministri degli esteri dell’Ue avevano dato all’unanimità  il via libera ad una missione europea in Centrafrica con 1.000 caschi blu. Si tratterà della prima operazione militare terrestre dell’Ue dopo 6 anni, l’invio nel 2008 di truppe in Ciad e nella Repubblica Centrafricana nel quadro del conflitto in Darfur. Sarebbe in gestazione anche l’invio di un contingente franco-tedesco di un centinaio di soldati in Mali per addestrare l’esercito locale.

Il contingente Ue, sotto comando francese, dovrebbe essere dispiegato intorno alla capitale Bangui per proteggere gli abitanti e l’aeroporto. L’Italia e la Gran Bretagna non dovrebbero far parte dell’operazione, mentre l’Estonia ha già messo a disposizione 55 uomini e Svezia, Finlandia, Belgio, Lituania, Slovenia e Polonia dovrebbero partecipare al contingente Ue in Centrafrica. I caschi blu Ue dovrebbero arrivare nel Paese africano a partire dalla fine di febbraio.

L’Ue e l’Unione Africana stanno già collaborando con gli Usa, che hanno trasportato le truppe ruandesi in Centrafrica: il 23 gennaio due aerei da trasporto  C-17 hanno portato altri 70 soldati da Kigali a Bangui, dove i ruandesi, cristiani e molto amati dalle milizie anti-Balaka, sarebbero già 800. La Germania ha proposto al governo provvisorio di Bangui l’invio di due aerei per il trasporto di truppe e di due da rifornimento. La risoluzione Onu «Autorizza l’operazione dell’Unione europea a prendere tutte le misure necessarie, nel la limite delle sue capacità e nelle sue zone di dispiegamento, dal suo dispiegamento iniziale e durante un periodo di 6 mesi a contare dalla data nella quale sarà stato dichiarato pienamente operativo». Nel linguaggio del Consiglio di sicurezza, «Tutte le misure necessarie» si traduce nel permesso alle truppe di usare la forza.

Il Consiglio di sicurezza ha anche deciso di adottare un regime di sanzioni «Contro delle persone che hanno commesso delle violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale e degli individui che hanno violato l’embargo del Consiglio di sicurezza sulle armi. Le sanzioni includono un congelamento dei beni e l’interdizione a viaggiare».

L’Onu ha anche deciso di prorogare il mandato del Bureau intégré des Nations Unies en République centrafricaine (Binuca) fino al 31 gennaio  2015 e di rafforzare questo mandato ed ha chiesto al segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon di «Accrescere considerevolmente le risorse e le strutture di cui è dotato il  Binuca» e ricorda che «Le autorità di transizione devono ristabilire l’autorità dello Stato sull’insieme del territorio centrafricano» e sottolinea che il Binuca deve ampliare la sua presenza nelle province per sostenere in tutta la Repubblica Centrafricana il processo di transizione  «Accelerando il ristabilimento dell’ordine costituzionale e l’attuazione degli accordi  Libreville del 2013 che hanno determinato un temporaneo cessate il fuoco e hanno creato un governo di unità nella quale sono stati dati posti chiave ad esponenti dell’opposizione sono stati dati posti chiave».

Dopo essersi congratulato per il dispiegamento, il primo gennaio, di un primo contingente militare del Marocco, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ribadisce che, «Trattandosi di un processo politico nella Repubblica Centrafricana, è importante che le autorità di transizione organizzino delle elezioni libere e regolar, per quanto possibile ed al più tardi nel febbraio 2015 e, se possibile nel corso del secondo semestre del 2014».

Di fatto la risoluzione Onu consegna il Centrafrica da un protettorato Francia/Ue per almeno un anno, e la nuova presidente Catherine Samba-Panza, nominata il 20 gennaio (dopo che ciadiani e francesi avevano costretto alle dimissioni e all’esilio Michel Djotodia, l’ex capo  dei ribelli Sèléka, che si era nominato presidente del Paese solo nell’aprile scorso), e il premier del governo di transizione André Nzapayeke sembrano poco più di figure simboliche, la facciata di in uno Stato fantasma.

La risoluzione non sembra  piacere molto  alla presidente di transizione Samba-Panza che ieri, dopo il voto, ha detto alla radio francese Rtl: « Malgrado la presenza degli elementi dell’opération Sangaris, malgrado la presenza della Misca, gli abusi continuano sia a Bangui che all’interno del Paese. Questo vuol dire che queste truppe non hanno uomini a sufficienza per ristabilire la sicurezza ed assicurare la sicurezza delle popolazioni» quindi chiederà «Un’operazione di mantenimento della pace alle Nazioni Unite». Insomma, se protettorato deve essere, meglio che sia direttamente dell’Onu e non di soldati europei sotto mandato Onu. A probabilmente la ex sindaca di Bangui abbia ragione. Le truppe europee dovrebbero dar manforte ai fino ad ora abbastanza inefficaci (quando non complici dei ribelli o delle bande armate) 5.000 militari della Mission internationale de soutien à la Centrafrique sous conduite africaine (Misca), che dovrebbero diventare 6.000, e soprattutto ai  1.600 soldati francesi dell’opération Sangaris che avrebbero dovuto liberare in un battibaleno Bangui dagli scontri feroci tra gli ammutinati islamisti della Séléka e le milizie cristiane anti-Balaka (anti-machete), per poi passare al resto del Paese. Invece gli europei corrono in soccorso ad un flop clamoroso e lo stesso ambasciatore francese all’Onu, Gérard Araud, ha detto che in Centrafrica ci sarebbe bisogno di 10.000 caschi blu «Perché la situazione è molto grave ed il Paese immenso».  Araud aveva già riconosciuto che Parigi aveva sottostimato la ferocia del conflitto interetnico e religioso ed è per questo che la Francia ha chiesto aiuto agli altri Paesi europei.

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha descritto la sofferenza umana nel paese come «Una crisi di proporzioni epiche» e la rappresentante speciale dell’Onu per i bambini ed i conflitti armati, Leila Zerrougui, già la scorsa settimana aveva avvertito il Consiglio di sicurezza che «Le brutalità contro i bambini nella Repubblica centrafricana hanno raggiunto livelli senza precedenti, dato che i giovani vengono mutilati, uccisi e decapitati, e la violenza sessuale è dilagante, la comunità mondiale deve utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione per fermare il conflitto». John Ging, direttore delle operazioni dell’ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) è preoccupatissimo: «La crisi a tutti gli aspetti che abbiamo già visto in Rwanda e in Bosnia. Ci sono tutti gli  elementi per un genocidio, non c’è dubbio».

L’unica nota positiva sembra l’arrivo il 27 gennaio  a Bangui di un convoglio proveniente dal Camerun del Programma alimentare mondiale (Pam) formato da 10 camion con 250 tonnellate di riso e mais. Altri 50 camion scortati dalle truppe Misca dovrebbero arrivare presto, ma Altri 41 camion che trasportano cereali del Pam sono ancora bloccati alla frontiera camerunese, insieme a centinaia di altri veicoli. Il Pam ha iniziato la distribuzione del cibo a 40.000  presone, tra quelle rifugiate intorno all’aeroporto di Bangui e nella città Bossangoa, ma ha avvertito che la fornitura di aiuti non può continuare in altri luoghi fino a che i camion non potranno circolare senza subire attacchi