Ecuador: a Lenín Moreno manca l’1% per vincere, al secondo turno la sinistra rischia grosso

Le opposizioni potrebbero unirsi per far diventare presidente il banchiere neoliberista Guillermo Lasso

[20 febbraio 2017]

Secondo i dati resi noti dal Consejo Nacional Electoral (Cne) dell’Ecuador, l’ex vicepresidente Lenín Moreno, che avrebbe dovuto succedere senza grandi problemi al carismatico Rafael Correa (che dopo due mandati non si poteva più ripresentare), avrebbe ottenuto il 38,90% dei voti, sfiorando il 40% che gli avrebbe consentito (superando di oltre il 10%, il secondo) di diventare il nuovo presidente del Paese e il secondo di un governo di sinistra.  Secondo si è piazzato Guillermo Lasso, dell’Alianza Creo-Suma (destra) con il 28,50% dei voti, terza de Cynthia Viteri, del Partido Social Cristiano 16,30% e unica donna tra gli 8 candidati in lizza.

La campagna elettorale di Lenín Moreno, candidato di  Alianza Paìs e che è stato il fedele vice di Correa dal 2007 a 2013 ed è un attivista per i diritti dei disabili, si è basata sulla continuità del modello politico ed economico della Revolución Ciudadana di sinistra e la creazione di posti di lavoro.

Si è votato per eleggere presidente, vicepresidente, parlamentari nazionali,  parlamentari andini e per una Consultazione sulla possibilità o meno di candidarsi se si hanno soldi in paradisi fiscali (ha vinto il divieto), che per i partiti di opposizione una scusa per permettere a Correa, sempre molto popolare nonostante gli scontri con le comunità indigene su petrolio e risorse,  di fare campagna pur non essendo candidato.

La co-presidente del Partito dei Verdi europeo, Monica Frassoni, invitata come osservatrice per presenziar alle elezioni presidenziale e per il Parlamento dell’Ecuador, dice che con questo risultato, a causa della mancata  vittoria della sinistra per un soffio al primo turno, «La destra (un ex banchiere piuttosto antipatico) potrebbe vincere. Ballottaggio il 2 aprile».

La Frassoni scrive sulla sua pagina Facebook che comunque l’esperienza in Ecuador è stata «Molto interessante. Come in numerosi paesi africani e latinoamericani, le elezioni sono gestite da un organismo indipendente spesso definito come un quinto potere, la commissione nazionale elettorale. Tutto e molto formale, i funzionari vanno in giro con gilet azzurri, noi bejolini. Ci sono i più importanti (e interessanti) esperti elettorali del continente, anche questa è una consuetudine frequente qui. Il voto in Ecuador è obbligatorio. Veramente obbligatorio. Se non voti e non hai giustificazioni, dal 2009 paghi una multa abbastanza consistente. Io sono ultra favorevole al voto obbligatorio. Il voto è un dovere. Ed è un modo di sentirsi corresponsabili. Originale anche il fatto che il voto e obbligatorio a partire dai 18 anni e fino ai 65; dopo è facoltativo. E’ anche facoltativo per gli adolescenti dai 16 ai 18».

E’lo stesso risultato a smentire l’opposizione che denunciava brogli e una mancanza di imparzialità della commissione e del tribunale elettorale, anche se è vero che in campagna elettorale c’è stato un evidente squilibrio nell’accesso ai media.

Il governo ha invece denunciato i toni di scontro aperto utilizzati dalla destra di Lasso, un banchiere neoliberista che la Franzoni definisce « bello antipatico».

Secondo la Franzoni  si è trattato di un «Voto molto tranquillo anche se non semplicissimo. Si vota per il Le urne sono di cartone e di vota all’aria aperta. Soldati armati, molto rispettati e apprezzati, sono dentro il recinto e assistono al voto. Quando vanno a votare loro mollano le armi. Possono votare solo dal 2009. La polizia invece sta fuori. Un seggio speciale e previsto per i disabili.
Votano poi un soldato porta la scheda anzi le schede al seggio corrispondente».

Il risultato delle elezioni alle quali hanno partecipato 19 milioni d equadoregni potrebbe segnare la fine dell’esperimento socialista di Correa che, dopo anni di disastrosi governi neoliberisti, ha ridato dignità all’Ecuador ed ha saldato l’alleanza del piccolo Paese latinoamericano con gli altri socialismi “radicali” sudamericani, alcuni dei quali in crisi nera (Venezuela)  o in difficoltà, mentre la sinistra più moderata – comunque alleata di Correa – è già stata sconfitta in Brasile e Argentina.