Egitto e Siria, le strane guerre per procura di (e tra) Qatar e Arabia Saudita

[22 agosto 2013]

Mentre in Siria, dove lo scambio di accuse sull’utilizzo di armi chimiche si fa sempre più feroce, Qatar ed Arabia Saudita sono insieme nel sostegno alle milizie islamiche contro l’apostata regime nazional-socialista dell’alauita Bashir Al Assad, in Egitto le cose tra i due più potenti Paesi della penisola arabica non vanno altrettanto bene. Mentre l’Unione europea avvia timide sanzioni contro i golpisti egiziani che hanno sanguinosamente represso le proteste dei Fratelli Musulmani e gli Usa tentennano in attesa di capirci qualcosa, i loro più grandi alleati in Medio Oriente, i sauditi, appoggiano senza se e senza ma l’esercito egiziano che teoricamente avrebbe fatto una “rivoluzione laica” per fermare la deriva islamista del governo dei Fratelli Musulmani.

Eppure l’Arabia Saudita è una monarchia integralista wahabita, custode dei luoghi della fede, che dovrebbe stare dalla parte di chi vuole la sharia messa inflessibilmente in atto a Riyadh. Invece il ministro degli esteri saudita, il principe Saoud al-Fayçal, mentre i militari massacravano gli islamisti e i Fratelli Musulmani appiccavano il fuoco alle chiese Copte, ha detto che «le posizioni della comunità internazionale hanno preso una strana direzione» ed ha poi minacciato: «Non dimenticheremo questa posizione ostile verso le nazioni arabe ed islamiche, se saranno mantenute». L’Arabia Saudita ha anche annunciato che i  5 miliardi di euro di aiuti che l’Ue non verserà saranno sostituiti da 7 miliardi di dollari in arrivo da Riyadh e da altri governi arabi.

I Fratelli Musulmani egiziani non sono mai stati molto simpatici alle monarchie petrolifere del Golfo che già il 3 luglio, quando i militari hanno destituito il presidente eletto Mohamed Morsi, avevano annunciato un versamento di 12 miliardi di dollari per aiutare i golpisti: 5 miliardi dall’Arabia Saudita, 4 dal Kuwait e 3 dagli Emirati Arabi Uniti. Dall’elenco mancavano solo il piccolo Bahrein, di fatto diventato un protettorato saudita dopo la repressione nel sangue della rivolta sciita, e soprattutto il Qatar.

È giusto re Abdallah in persona a spiegare il sostegno saudita al nuovo governo militare de Il Cairo in nome «della lotta al terrorismo, all’estremismo ed alla sedizione», le stesse parole usate dalla dittatura siriana per bollare l’opposizione armata finanziata da sauditi e qatariani.  Ma in Egitto nel mirino dei sauditi ci sono i Fratelli Musulmani che appoggiavano gli islamisti che vogliono abbattere Assad in Siria e la presa di posizione saudita contro di loro è inusuale per una monarchia abituata ad agire nell’ombra e spesso su più tavoli. Probabilmente l’Arabia Saudita non perdona ai Fratelli Musulmani di aver sostituito al governo Hosni Mubarak, grande amico di Riyadh in nome dell’asse filo americano e meno palesemente pro-israeliano.

Come spiega su Confluences Méditerranée  il politologo Karim Sader, esperto delle monarchie del Golfo, «la caduta del rais ha costituito un vero trauma in Arabia Saudita, perché gli Usa hanno abbandonato Mubarak per avvicinarsi ai Fratelli Musulmani. Guidati dal loro pragmatismo politico, gli americani si sono rapidamente accomodati con il potere della fratellanza, d’altronde più che islamisti erano ultra-liberisti a livello economico e garantivano la sicurezza di Israele. Un vero e proprio schiaffo a Riyadh che coltiva un’avversione storica per la confraternita islamista».

Su Point.fr, David Rigoulet-Roze, dell’Institut français d’analyse stratégique (Ifas), spiega che «i Fratelli Musulmani, essendo un movimento islamista rivoluzionario impegnato in politica, sono alla fine in grado di contestare la logica dinastica wahabita nei Paesi del Golfo». È questo il contagio che teme la dinastia dei Saud che dal 1932 ha potere assoluto sui suoi sudditi e che non è stata risparmiata dai soprassalti della primavera araba. Ad est nel 2011 si è fatta sentire la minoranza sciita (il 10% della popolazione) che chiede la fine delle discriminazioni nei suoi confronti e che è stata duramente repressa dalla polizia saudita  pagando le manifestazioni con 9 morti. C’è anche un movimento sciita che chiede l’indipendenza  della regione petrolifera di Qatif ed Al-Hassa. Ma anche il 90% dei sunniti sauditi comincia a preoccupare il regime: sono soprattutto giovani, sempre più politicizzati e non vedono di buon occhio che la manna petrolifera finisca quasi tutta nelle tasche della ipertrofica famiglia reale. Come dice Sader, «tutti gli ingredienti di una primavera sono riuniti in Arabia Saudita».

Ecco perché il golpe militare egiziano, invocato da una “rivolta popolare”, è stato accolto con entusiasmo dai sauditi che usano lo stesso bellicoso linguaggio contro i loro dissidenti  Il principe Saud al-Fayçal accusa i Fratelli Musulmani di «aver incendiato edifici pubblici, ammassato armi ed utilizzato donne e bambini come scudi umani nel tentativo di guadagnare il favore dell’opinione pubblica» e non va dimenticato che il nuovo uomo forte dell’Egitto, il generale  Abdel Fattah al-Sissi, è stato un attaché militare egiziano in Arabia Saudita.

Se le monarchie petrolifere del Golfo  tifano per l’eliminazione fisica dei Fratelli Musulmani, il Qatar ha da subito sostenuto gli islamisti “moderati” giunti al potere dopo le primavere tunisina ed egiziana. Il perché lo spiega bene Nabil Ennasri, dell’università d’Aix-en-Provence ed autore del libro “L’énigme du Qatar ”: «Oltre alla connivenza ideologica tra questa formazione ed una parte dell’apparato statale del Qatar, i Fratelli Musulmani presentano il vantaggio di avere la legittimità delle urne. Doha aveva compreso che questo movimento sarebbe diventato l’epicentro della vita politica di molti Paesi arabi e che quindi era meglio gettare le basi di un coordinamento mutuale e profittevole».

Per questo l’emirato del Qatar ha dato ai Fratelli Musulmani aiuti per 7 miliardi di dollari.  Contrariamente all’Arabia Saudita, l’emirato gasiero conservatore, con una popolazione di soli  220.000  cittadini completamente spoliticizzati, non rischia nessuna contaminazione rivoluzionaria islamista e per questo ha definito un colpo di Sato la destituzione di Morsi e poi ha condannato senza mezzi termini «L’uso eccessivo della forza» contro gli islamisti.

Sader  evidenzia che «il Qatar si ritrova in una posizione delicata perché non può abbandonare i Fratelli sui quali ha investito del denaro, ma non ha i mezzi per opporsi all’Arabia Saudita. Così l’emirato rompe con la sua diplomazia aggressiva e ritrova la sua passata posizione di mediatore, sotto l’impulso del nuovo emiro  Tamim ben Hamad al-Thani», che ha fatto fuori il padre con un incruento golpe dinastico.

Comunque, con la caduta del governo islamista in Egitto, l’Arabia Saudita si prende una rivincita sui rivali del Qatar. Secondo Rigoulet-Roze  «interrompendo la transizione dei Fratelli, le monarchie petrolifere hanno convertito il potenziale rivoluzionario delle primavere arabe sotto forma di una logica contro-rivoluzionaria. Il solo Paese sunnita ad aver osato di tener testa a Ryad non è arabo, è la Turchia»

Infatti, dopo il golpe egiziano  il premier turco Recep Tayyip Erdogan non ha cessato di accusare la comunità internazionale per non essere intervenuta di fronte al massacro in Egitto, arrivando ad affermare che «non c’è alcuna differenza tra Abdel Fattah al-Sissi e Bashir  Al Assad».

E si ritorna alle contraddizioni del mondo arabo sunnita che finanzia unito le milizie islamiche che vogliono abbattere il regime militare siriano  e si divide in due fronti contrapposti quando i militari prendono il potere in Egitto estromettendo, mitra alla mano e carrarmati nelle piazze, i Fratelli Musulmani.