Etiopia: pronti alla «guerra totale» contro l’Eritrea

Una guerra ingrosserebbe il flusso dei profughi eritrei verso il Mediterraneo

[15 giugno 2016]

Etiopia Eritrea 5

Dopo i violenti gli scontri alla frontiera tra militari etiopi ed eritrei del 12 giugno, Addis Abeba non esclude una «guerra totale» contro l’Eritrea se non cambierà l’atteggiamento provocatorio del regime dittatoriale di Asmara. Durante una conferenza stampa tenutasi ieri, il portavoce del governo etiope Getachew Reda ha affermato: «Abbiamo la capacità di condurre una guerra totale contro l’Eritrea, ma non lo vogliamo fare. Una guerra dipenderà dall’atteggiamento di Asmara», e ha aggiunto: «Spero che non ripeteranno l’errore di coinvolgerci in una guerra aperta».

Secondo Reda l’esercito etiope, che il 12 giugno ha  lanciato un attacco lungo il Fronte centrale di Tsorona, a 130 chilometri a sud di Asmara e 20 Km dal confine con l’Etiopia, ha solo cercato di mettere fine agli attacchi ripetuti che l’Eritrea porterebbe dalla frontiera contesa tra queste due ex colonie italiane: «Gli ultimi tiri dell’Eritrea sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non pensiamo che si aspettassero una tale risposta da parte nostra». Una risposta che avrebbe fatto centinaia di vittime.

Il portavoce del governo di Addis Abeba ha detto che tra lunedì e martedì «abbiamo mandato un messaggio sufficientemente chiaro al regime. Speriamo che la vastità dei danni che hanno subito li farà riflettere due volte».

Secondo l’Etiopia lo scontro  armato di domenica con l’Eritrea è stato il più grave degli ultimi anni. I due Paesi si accusano reciprocamente di aver provocato gli scontri del 12 giugno, quando ci sono stati scambi di artiglieria pesanti sui due lati della frontiera, ma i giornali etiopi parlano anche di movimenti di blindati.

Reda non ha volute rivelare il numero dei soldati etiopi morti negli scontri armati che sono terminate il 13 giugno ma ha ammesso che «le perdite sono state importanti da entrambe le parti, ma di più nel campo eritreo».

L’esercito dell’Etiopia (96 milioni di abitanti) è sicuramente più potente, equipaggiato ed efficiente di quello dell’Eritrea (6 milioni di abitanti) ma gli eritrei durante la lotta di liberazione dall’Etiopia hanno dimostrato di saper essere guerriglieri imbattibili.

Ieri il ministro dell’Informazione eritreo ha denunciato un’aggressione militare etiope, affermando che «gli assalitori sono stati respinti, causando pesanti perdite nei ranghi nemici».

La dittatura di Asmara conta probabilmente sull’eterno nemico etiope per mascherare la sua crisi, ma il servizio militare coatto e di durata illimitata imposto ai suoi giovani potrebbe rivelarsi un boomerang. Secondo l’Onu sono migliaia gli eritrei che ogni mese tentano di scappare dal loro Paese, molti approdano in Italia e la nuova guerra contro l’Etiopia potrebbe gonfiare il flusso dei profughi e dei disertori.

Ma il ministro dell’Informazione dell’Eritrea dice invece che i problemi sono tutti per Addis Abeba e cerca di provocare divisioni etniche – come se che ne fosse bisogno – nel Paese vicino: «La crescente opposizione dei movimenti popolari etiopi, la corruzione endemica e la crisi economica, così come la volontà di frenare i promettenti progressi dell’Eritrea, sono tra i fattori che hanno spinto il regime del Tplf (Fronte di liberazione del popolo del Tigré, al potere in Etiopia, ndr) a lasciarsi andare ad avventure militari imprudenti».

Reda ribatte: «Le forze eritree hanno cominciato a sparare con gli obici contro le nostre posizioni, in particolare contro ambulanze civili, e noi abbiamo risposto».

Il pericolo che si ripeta la carneficina della guerra che tra il 1998 e il 2000 ha opposto Eritrea ed Etiopia è reale. Il governo dittatoriale di Amara accusa il regime autoritario di Addis Abeba di aver lanciato l’attacco sul fronte di Tsorona, proprio la frontiera contesa che scatenò la guerra 18 anni fa.

La cosa paradossale è che i capi dei due fronti parlano tigrino, così come si parla la stessa lingua dai due lati della frontiera contesa. L’altro paradosso è che i Paesi occidentali finanziano entrambi i regimi, che non brillano certo per rispetto dei diritti umani.

L’Eritrea si dichiara vittima di un attacco a sorpresa lanciato dall’Etiopia la mattina dl 12 giugno. Dopo aver taciuto per 24 ore, il governo etiope ha contestato la versione di Asmara e ha annunciato di aver subito un  «serio attacco» dall’Eritrea e di averlo respinto, ma questo ha costretto ad evacuare per precauzione diversi villaggi di confine».

La versione probabilmente più plausibile è quella data dall’opposizione eritrea in esilio: si è trattato di uno scontro  tra due unità di commando, avvenuto nella notte tra il 10 e l’11 giugno, che sarebbe degenerato con l’arrivo di rinforzi, in particolare di artiglieria e tank. Il 12 giugno ci sarebbero stati combattimenti sporadici, ma molto violenti, intorno a diversi villaggi, ai quali hanno partecipato i due eserciti.

Questo spiegherebbe la visita effettuata l’11 giugno ad Algeri da un inviato speciale del presidente eritreo, l’eterno Isaias Afewerki,  che avrebbe consegnato un messaggio al presidente algerino Abdelaziz Bouteflika,  che è il garante dell’Accordo di Algeri che mise fine alla guerra tra Etiopia ed Eritrea nel giugno 2000, e che Etiopia ed Eritrea si accusano di aver violato in questi giorni di scontri.

Dall’Eritrea, a parte il laconico comunicato del governo filtrano poche notizie. Quel che è certo è che gli abitanti di Asmara sono più preoccupati per gli annunci mortuari che ricoprono i muri della città con i nomi dei centinaia di profughi eritrei annegati nel Mediterraneo nelle ultime settimane. La guerra non farà che aumentare la voglia di scappare da un Paese prigione: meglio rischiare di morire nel Mediterraneo che per una pallottola per difendere una dittatura.