Lo spettro di un nuovo genocidio tra Hutu e Tutsi

Il Burundi verso la dittatura?

[24 marzo 2014]

Il 21 marzo Saidi Juma, il sindaco di Bujumbura, la capitale del Burundi, ha vietato gli sport di gruppo, per prevenire “sollevazioni” a carattere politico. Il divieto riguarda anche le strade dove si fa jogging e Candide Kazatsa, il portavoce del municipio di Bujumbura, ha spiegato che «Ogni sport praticato da più di una persona è considerato come sport in gruppo». Il sindaco della capitale, che viene nominato dal Presidente della Repubblica su proposta del ministro degli interni e della sicurezza pubblica, ha detto di aver preso questa decisione su raccomandazione del Conseil national de sécurité. Juma si è giustificato spiegando che la decisione è stata presa dopo gli scontri dell’8 marzo tra la polizia e i militanti dell’opposizione, molti dei quali giovani in tenuta sportiva e che in realtà sarebbero stati oppositori appartenenti al Mouvement pour la Solidarité et le Développement (Msd).

Il Burundi sembrava essere uscito dal conflitto etnico che ha fatto 200.000 morti e decine di migliaia di profughi, ma da mesi attraversa una grave crisi politica che sembra portarlo a piccoli passi verso la dittatura. 71 manifestanti dell’8 marzo sono stati arrestati dalla polizia e sottoposti ad un velocissimo processo in stile staliniano e, il 21 marzo, 48  di loro (tra i quali 5 donne) sono stati condannati all’ergastolo per partecipazione «Ad un movimento insurrezionale con utilizzo di armi» e gli altri sono stati condannati per  «Oltraggio alle forze dell’ordine» per aver preso dei poliziotti in ostaggio durante gli scontri. Il segretario dell’Msd François Nyamoya  si tratta di «Una farsa giudiziaria»  ed uno degli avvocati della difesa, Maître Armel Niyongere, ha detto che  «E’ un processo politico. Come si può condannare dei giovani militanti dell’opposizione all’ergastolo per degli scontri che non hanno fatto alcun morto?», Niyongere ha anche denunciato «Una violazione della procedura perché due minori sono stati condannati senza essere presentati davanti ad un giudice per i minori». Il presidente dell’Msd, Alexis Sinduhije, è in fuga e ricercato per «Organizzazione di un’insurrezione armata».

Prima era toccato ad Hassan Ruvakuki, il corrispondente dal Burundi di Radio France international in Swahili di essere condannato all’ergastolo  per «Atto di terrorismo» dopo un reportage sulla nascita di un nuovo movimento ribelle. A dicembre in galera c’era finito l’ex vice-presidente (e candidato alle prossime presidenziali) Frédéric Bamvuginyumvira, del Front pour la Démocratie au Burundi (Frodebu), accusato di adulterio e ribellione e poi di corruzione. Praticamente tutti gli oppositori elettoralmente più pericolosi sono in galera.

Il regime del Pierre Nkurunziza, un ex guerrigliero e professore di educazione fisica che si faceva chiamare Black Panther in onore del Black Panther party, il movimento rivoluzionari afroamericano degli anni ‘60/70, è diventato sempre più autoritario ed ha l’obiettivo di cambiare la Costituzione per consentire a Nkurunziza di presentarsi per un terzo mandato, visto che il suo secondo ed ultimo scade nel 2015. Black Panther sta cercando di sbarazzarsi degli ostacoli che potrebbero impedirgli di governare a vita il Burundi, eppure Nkurunziza, eletto nel 2005 e confermato nel 2010, dovrebbe saper bene cosa significa una dittatura, visto che quando partecipava alla lotta armata era stato condannato a morte in contumacia da un tribunale fedele al precedente regime. Proprio per questo il suo arrivo al potere aveva suscitato molte speranze nei burundesi che  vedevano nel suo percorso di combattente per la libertà la possibilità di una vera svolta democratica nel piccolo Paese africano incastonato tra la Tanzania, il Rwanda, la Repubblica democratica del Congo e il Lago Tanganika. Proprio perché l’ex professore di educazione fisica aveva vissuto la guerra sulla sua pelle, in molti speravano che avesse capito quanto vale la pace e la stabilità in un Paese piegato dai massacri etnici. Purtroppo era una fiducia mal riposta: il vecchio demone del potere assoluto africano si è risvegliato anche in Burundi e si è appropriato del giovane Nkurunziza e della sua cricca di Hutu. Già nel 2010 i più grandi partiti dell’opposizione avevano boicottato le elezioni presidenziali e legislative, dopo aver accusato il governo di estese frodi nelle precedenti elezioni locali.

L’equilibrio su cui si regge il Paese è il frutto dell’accordo di Arusha per la pace e la riconciliazione in Burundi, firmato nel 2000. L’ultimo gruppo ribelle ha deposto le armi nel 2005. L’accordo di Arusha, dichiara che le cause della guerra civile, erano «Essenzialmente politiche, con delle dimensioni etniche estremamente importanti» risultanti dalle «Difficoltà della classe politica ad accedere ed a mantenersi al potere».

A dicembre la Conferenza episcopale del Burundi (il Paese è a maggioranza cattolica) aveva denunciato il «Clima politico surriscaldato», chiesto che qualsiasi decisione sulla Costituzione fosse rimandata a dopo le elezioni del 2015 ed avvertito che «Una Costituzione che fosse adottata senza dialogo né consenso rischierebbe di compromettere il nostro processo di pace e riconciliazione».  A fine 2013 gli emendamenti alla Costituzione proposti dal governo erano già decine, ma non c’era quello oggi più discusso: la possibilità di un altro mandato per Nkurunziza e il vice-ministri o degli interni, Evariste Sabiyumva, giurava che «Nessun emendamento di questo tipo verrà proposto», si è visto come è andata a finire. Ma anche gli altri emendamenti per la revisione della costituzione modificherebbero l’equilibrio dei poteri in Burundi. I più importanti sono: La sostituzione dei due vicepresidenti, uno Hutu ed uno Tutsi, con un vicepresidente senza praticamente potere ed un primo ministro con molto potere; Il passaggio della maggioranza dei due terzi alla maggioranza semplice per approvare le leggi in Parlamento; Il divieto a giudici, militari e poliziotti di formare sindacati e di scioperare; La candidatura alla presidenza della Repubblica riservata ai laureati (cosa che escluderebbe Agathon Rwasa, capo del partito Forces nationales de libération, molto popolare tra i giovani); Una soglia di sbarramento del 5% per entrare in Parlamento.

Già a fine novembre 2013 Bamvuginyumvira aveva detto all’Irin, l’agenzia informativa umanitaria dell’Onu, che «Le modifiche riguardanti lo status del vice-presidente  potrebbero distruggere lo spirito dell’accordo di Arusha. Dobbiamo condividere il potere all’interno di tutte le diverse amministrazioni: il governo, il Parlamento e le unità territoriali».  E il portavoce del Conseil National pour la Défense de la Démocratie (Cndd) François Bizimana, aveva spiegato cosa succederà con le modifiche volute dal regime: «Attualmente il Parlamento esige la maggioranza dei due terzi per adottare delle leggi, ma nel progetto  questo sarebbe rimpiazzato con una maggioranza del 50% dei voti più uno: allora gli Hutu potranno far adottare da soli una decisione». Probabilmente il potente vicino, il Rwanda dell’autoritario tutsi Paul Kagame, non la prenderebbe bene. Va però detto che ormai diversi partiti di opposizione del Burundi sono inter-etnici e che tra chi si oppone alla svolta autoritaria ci sono anche molti Hutu. La cosa strana è che sia l’Hutu Nkurunziza che il Tutsi Kagame sono due tra i più acclamati beniamini africani dell’Occidente che li invita ad illustrare la ritrovata stabilità dei loro Paesi in consessi esclusivi come il World economic forum di Davos.

Il 19 marzo, dopo il fallimento dei negoziati con due piccoli partiti di opposizione, Uprona (una parte del quale collabora col governo) e Frodebu nyakuri, il Presidente ha convocato il Parlamento per cercare di cambiare la Costituzione con il solo voto del partito di governo Conseil National pour la Defense de la Democratie-Forces pour la defense de la democratisation (Cndd-Fdd). Il negoziato con i partiti di opposizione è fallito su due punti: il riferimento all’accordo di pace di Arusha nella nuova Costituzione, respinto dal Cndd-Fdd;  la soppressione dell’articolo  302, voluta dal partito al potere, che limita a due i mandati del Presidente della Repubblica, una linea rossa che secondo l’opposizione non può essere oltrepassata. Il governo ha cercato di forzare la situazione ed ha convocato nella notte i deputati per Sms per una sessione plenaria del parlamento che è stata interrotta al mattino per mancanza del numero legale. Infatti, anche se i parlamentari del Cndd-Fdd si sono precipitati in massa a Bujumbura, anche dall’estero, il progetto di revisione della Costituzione necessita di un quorum dei quattro quinti che non c’era. Ma il Cndd-Fdd dice che la cosa è solo rinviata e l’opposizione grida al golpe costituzionale.

E pensare che l’11 marzo era nuovamente intervenuto l’Ufficio delle Nazioni Unite in Burundi (Bnub), dicendo che E’ giunto il momento per l’intera classe politica burundese di impegnarsi in un rinnovato, inclusivo e costruttivo dialogo politico, sia all’interno di ogni partito politico, così come tra le diverse parti». Il Bnub ricorda di aver avvertito da diversi mesi che «La  tensione politica in Burundi e una radicalizzazione delle posizioni  possono portare ad un confronto definitivo, come dimostrato dai recenti avvenimenti. L’attuale tensione di corrente avviene in un momento in cui il Paese dovrebbe prendere decisioni importanti per preparare efficacemente le elezioni del 2015 che sono fondamentali per il consolidamento della democrazia e della pace in Burundi. Tuttavia, la realizzazione di questi obiettivi strategici richiede il ripristino del dialogo politico tra tutti gli attori politici del Burundi». Anche il Consiglio di sicurezza dell’Onu è preoccupato e  con una risoluzione ha esortato i politici burundesi «A rispettare gli impegni assunti nel quadro della roadmap che hanno adottato nel marzo 2013, tra i quali la rinuncia alla violenza a favore del dialogo per risolvere le loro differenze». Grazie a quell’accordo sotto l’egida Onu erano tornati in Burundi molti esponenti dell’opposizione in esilio, la situazione era migliorata e l’opposizione (che nelle elezioni pur truccate aveva preso il 40% dei voti)  poteva svolgere liberamente la sua attività nel Paese. Una tregua durata pochi mesi, fino al nuovo giro di vite di Nkurunziza. Gli Imbonerakure (quelli che vedono lontano in kirundi), le milizie armate giovanili del Cnnd-Fdd, continuano ad attaccare indisturbate le riunioni dei Partiti di opposizione, assalti ai quali contrattaccano i giovani delle altre forze politiche

Intanto il clan di Nkurunziza  sta facendo di tutto per prendere il controllo di tutti i media del Paese e manipola a proprio piacimento le istituzioni giudiziarie. Ai burundesi stanchi del sangue e dell’odio etnico, dal quale credevano di essere usciti con una democrazia ed una pacificazione che sembravano un miracolo africano, Black Panther propone al suo popolo un nuovo totalitarismo fatto di violenza, arbitrio ed oppositori in prigione.