Il golpe egiziano, le sue ragioni e i suoi pericoli

[4 luglio 2013]

Con il golpe contro il presidente Mohammed Morsi e l’arresto di tutti i leader dei Fratelli Musulmani, i militari egiziani hanno messo fine al primo (e fallimentare) vero esperimento democratico in Egitto dopo la rivoluzione dei gelsomini, da loro permessa ed instradata fino all’accordo con i “moderati” islamici che hanno portato al potere Morsi. Hanno fatto in buona sostanza il loro mestiere da quando l’Egitto è indipendente, da quando abbatterono la monarchia filo-occidentale per dar vita al regime repubblicano/progressista del generale Muhammad Naguib (assassinato da un Fratello Musulmano), e poi a quello panarabista e socialisteggiante, alleato dell’Urss, del colonnello Gabel Abdel Nasser (i cui ritratti rispuntano anche in piazza Tahrir). Poi i militari imposero come presidente il colonnello Anwar El Sadat, (successivamente Nobel per la Pace) che trasformò il panarabismo socialista di Nasser in un fascismo prono agli interessi occidentali ed israeliani, un regime corrotto e crudele al quale pose fine con un omicidio un militante della Jihad islamica in divisa, in un altro golpe nel quale i militari, umiliati ed irritati dall’accordo di pace con Israele,  fecero  finta di non sapere quello che stava succedendo, ma che probabilmente avevano orchestrato. A Sadat successe un altro militare, Hosni Mubarak, comandante in capo dell’aeronautica militare, osannato in occidente per la sua “moderazione”, ma che spinse l’Egitto in una spirale di corruzione, impunità e torture lautamente finanziata ed armata da americani ed europei, che come controparte aveva la pace con Israele, la svendita di risorse e territorio ed il controllo dell’estremismo musulmano, nella consapevolezza che una scintilla integralista partita dall’Egitto, il più importante e popoloso Paese arabo, avrebbe infiammato tutto l’islam sunnita, dato che poco dopo l’Islam sciita aveva preso ad ardere con la rivoluzione iraniana contro lo Scià che presto si trasformò nella repubblica teocratica degli ayatollah.

La scintilla invece partì inaspettatamente dalla piccola e laica Tunisia dove una popolazione giovane ed affamata rovesciò l’eterno regime laicista che da Burghiba aveva portato al golpe di Ben Alì che aveva imposto un regime di cleptomani (anche questo molto amato da italiani, europei ed americani) che si dividevano il bottino con l’esercito. Anche lì finì con una vittoria alle prime elezioni democratiche del partito islamico “moderato” ed anche in Tunisia la piazza ha ripreso a rumoreggiare e rivoltarsi contro chi aveva promesso pane, lavoro e sicurezza  e invece, come in Egitto, ha cercato di limitare i diritti civili, manipolare la neonata democrazia e di imporre una visione moralistico/conservatrice della vita quotidiana, ma allo stesso tempo aderendo entusiasticamente alla ricetta neoliberistica e frequentando con malcelato compiacimento  i leader occidentali che i Fratelli Musulmani di tutte le rivoluzioni arabe disprezzavano quando erano in clandestinità.

Come quasi sempre le cancellerie occidentali hanno capito ben poco delle primavere arabe e di quanto fossero figlie delle rivolte del pane e della disperazione dei giovani arabi senza lavoro e futuro, di quanto fossero poco ideologiche e teologiche e di quanto fossero confusamente moderne. Così, temendo una svolta “anarchica” e progressista, hanno scelto di appoggiare e/o di lasciar fare partiti come Hennada in Tunisia e i Fratelli Musulmani in Egitto che, dopo aver mostrato la loro faccia moderata e neo-democratica in campagna elettorale, hanno occupato il potere e cambiato le costituzioni a colpi di maggioranza cercando di imporre un conservatorismo islamico che non è più accettato dalla parte più progressista e laica delle società arabe.

Quella che ribolle a piazza Tahrir, mentre i manifestanti sparano fuchi di artificio per festeggiare il golpe anti-islamista dei militari che furono aguzzini di chi oggi esulta, è la stessa e forse più consapevole rabbia che ha portato alle rivoluzioni tunisina, egiziana e yemenita ed alla caduta degli autocrati, è la stessa rabbia che in Libia e Siria chiedeva la cacciata di Gheddafi e Assad e che l’intervento occidentale e delle monarchie sunnite assolute del Golfo ha trasformato in guerra civile che sta infettando ed infetterà di odio tribale e confessionale il Sahel e il Medio Oriente. E’ da quei buchi neri aperti da una politica che continua a vedere il mondo solo in funzione dello scontro geopolitico per il controllo delle risorse e dei popoli che stanno uscendo le armi ed i kamikaze che condizioneranno il futuro del mondo musulmano che già si annunciava turbolento.

Non ci illudiamo però, il colpo di stato egiziano non è né  un colpo di Stato neo-nasseriano né l’adesione dei militari alle richieste di giustizia sociale e democrazia del popolo che esulta a piazza Tahrir, è semmai il tentativo di chiudere quella voragine aperta dall’avventurismo delle ricche monarchie del Golfo che hanno finanziato e a volte armato i partiti e le milizie sunnite acquistando agli economici bazar libico e siriano. I militari egiziani durante decenni di monopolio della violenza e della repressione sotto presidenti che avevano portato al potere non potevano certamente tollerare che la grossa minoranza copta fosse attaccata e discriminata ancora di più, ma forse una delle gocce che ha fatto traboccare il vaso è stato l’orrendo massacro degli sciiti ad Alessandria, con i corpi trascinati per le strade nel nome della purezza di un’interpretazione dei testi sacri musulmani, forse è lì che i militari egiziani hanno capito che il debole e sempre più incapace governo Morsi avrebbe potuto portare l’Egitto verso un precipizio in fondo al quale si intravvedeva una guerra civile alla siriana o alla yemenita.

In piazza Tahrir festeggia l’Egitto più laico e progressista, che è cosa sideralmente lontana per cultura e politica dalla Turchia laica, progressista e neoambientalista che ieri ha festeggiato la decisione di un tribunale di annullare la cementificazione di Gezi Park e piazza Taksim a Istanbul, come ha spiegato uno dei capi dei ribelli di  Piazza Tahrir commentando la road map presentata dai militari per uscire dalla crisi e tornare alle elezioni, le rivendicazioni urlate al Cairo e nelle altre città egiziane sono più democraticamente “primordiali”: «L’Egitto è la patria di tutti, nessuno escluso. Continuiamo la nostra rivoluzione per pane, libertà e dignità’ umana». E’ sicuramente un Egitto che non si vuole far prendere in una morsa di confessionalismo sociale e conservatorismo  economico, un Egitto  inorridito dalle violenze di branco contro le donne che avvengono durante le manifestazioni, ma la cui ragione principale è ancora quella di riuscire a riempire la pancia della gente, un Paese che stenta a trovare ragioni comuni se non quelle della rabbia per le ingiustizie di un eterno potere.

I festeggiamenti per la caduta di Morsi dovranno essere per forza brevi, perché il nuovo Egitto spuntato dalle ceneri della rivoluzione contro il fascismo di Mubarak non può pensare di vivere sotto la tutela dei militari che sono la causa e la ragione storiche dell’ingiustizia e rischia di perdere nuovamente le elezioni se non ricucirà i frammenti  della sua confusa galassia politica. Gli egiziani con la loro primavera rivoluzionaria sono stati per un breve, ed abbagliante, momento convinti che il potere fosse finalmente nelle mani del popolo, ora devono fare in modo che, toltolo da quelle dei Fratelli Musulmani, non resti sotto i cingoli e il manganello dei militari.