Il massacro infinito di Gaza e della Palestina

Il riconoscimento di Trump di Gerusalemme come capitale di Israele butta benzina sul fuoco della disperazione

[15 maggio 2018]

Secondo il viceministro della sanità della Palestina, Yousef Abou Reesh, i morti sono 59, i feriti oltre 3.000, ma il bilancio delle vittime della repressione israeliana contro i partecipanti alla Grande Marcia del Ritorno di ieri nella Striscia di Gaza sono destinati a salire.

Pallottole contro copertoni bruciati e fionde è questo lo scenario dello scontro tra un popolo disperato e senza più niente da perdere, segregato nella più grande prigione all’aperto del mondo – la Striscia di Gaza – e uno degli eserciti meglio armati e più forti del mondo, quello di Israele.

Il Davide israeliano si è trasformato in uno spietato Golia che fa strage di giovani vite senza futuro: 7 dei palestinesi uccisi erano sotto i 18 anni, inclusa una ragazza, una bambina di 8 mesi è morta soffocata dai lacrimogeni. Almeno 203 dei feriti erano bambini e 79 donne.

Secondo i rapporti del governo di Gaza, «918 palestinesi sono stati feriti con munizioni letali; 746 casi sono rimasti intossicati da inalazione di gas lacrimogeni; 98 feriti da schegge di proiettile; 5 da proiettili di metallo rivestiti di gomma. Tra i morti ci sono anche 2 medici e 4 poliziotti, mentre 4 medici e 12 giornalisti sono rimasti feriti».

E’ stato ancora una volta il presidente americano Donald Trump a gettare benzina sull’incendio che brucia da decenni in Palestina: le decine di migliaia di palestinesi si sono radunati al confine tra Gaza e Israele fin dal mattino di ieri protestavano contro l’apertura dell’ambasciata Usa a Gerusalemme e celebravano il 70° anniversario della Nakbah, la catastrofe in arabo, cioè la nascita dello Stato d’Israele che provocò più di 500 mila profughi palestinesi, con il 45% dei villaggi palestinesi distrutti e cancellati dagli israeliani.

InfoPal ricorda che «Da quando sono iniziate le proteste, il 30 marzo, le forze israeliane hanno ucciso almeno 107 palestinesi nell’enclave costiera e ferito circa 12.000 persone».

L’agenzia stampa palestinese mette in relazione i due avvenimenti e  sottolinea che il fatto che gli Usa abbiano definitivamente riconosciuto Gerusalemme capitale unica di Israele viola «la risoluzione Onu 181 del 1947 disciplina lo status quo di Gerusalemme come capitale condivisa di Palestina e Israele; la risoluzione Onu 194 del 1948 disciplina il diritto al ritorno in Palestina dei profughi palestinesi vittime della Nakbah, nonché il risarcimento delle loro case perdute e/o distrutte; l’articolo 49 della IV Convenzione di Ginevra del 1949 sancisce il divieto di costruzione di insediamenti coloniali in territori occupati militarmente; il parere giuridico della Corte Internazionale di Giustizia del 9 luglio 2004 sancisce l’abbattimento del muro costruito da Israele nei Territori Occupati Palestinesi, in quanto ostacolo al diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, nonché la preoccupazione per l’annessione di più territorio palestinese all’interno dello Stato d’Israele; la risoluzione del Parlamento Europeo del 27 agosto 2008 chiede l’immediata liberazione dei prigionieri politici e dei bambini palestinesi (per loro anche la Convenzione sui diritti del fanciullo di New York del 2000) rinchiusi in detenzione amministrativa nelle carceri israeliane».

Secondo i palestinesi, «Israele e Trump festeggiano anche la violazione di queste norme del diritto internazionale; intanto i Palestinesi rimangono i soliti “terroristi” che lottano con la loro voce e con un sasso in mano, mentre si vedono calpestare i loro diritti da più di 70 anni. I palestinesi non hanno ambizioni su Gerusalemme, perché essi sono parte di Gerusalemme così come Gerusalemme è palestinese. Ed è in questo senso che i diritti non si chiedono: i diritti si devono avere. Noi ricordiamo. Noi resistiamo. Gerusalemme, Gerusalemme… O Gerusalemme, città della Pace, prego (yā al-Qudsu, yā al-Qudsu… yā al-Qudsu yā madīnah as-Salām, ‘uṣallī)».

La mossa incendiaria di Trump non è piaciuta sia gli amici sia i nemici degli Usa  che temevano accadesse quel chje sta avvenendo: il riesplodere della questione Palestinese che – insieme al petrolio – è la causa primaria di tutte le guerre e le tensioni che da 70 anni rendono impossibile la pace nel  Medio Oriente.

Italia, Gran Bretagna, Francia e Germania hanno detto di non avere nessuna intenzione di  ha intenzione di trasferire le loro ambasciate da Tel Aviv a Gerusalemme  – al-Quds. I Francesi hanno accusato Trump di aver violato la legge internazionale «non ambigua» e le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu e il ministro degli esteri Jean-Yves Le Drian ha detto: «La Francia chiede nuovamente alle autorità israeliane di agire con cautela e moderazione nell’uso della forza, che deve essere strettamente proporzionale».

l ministro degli esteri russo Sergey Lavrov ha criticato l’apertura dell’ambasciata Usa a Gerusalemme: «Abbiamo più volte espresso pubblicamente il nostro giudizio negativo riguardo questa decisione… Siamo convinti che non si possono in questo modo rivedere unilateralmente gli accordi presi dalla comunità internazionale».

Perfino il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che di invasioni e repressioni se ne intende, ha definito un genocidio le azioni militari israeliane a Gaza e ha richiamato i suoi ambasciatori in Israele e negli Usa.

Mentre l’esercito israeliano reprime con ferocia le manifestazioni palestinesi a sud, rischia che si apra un altro pericolosissimo fronte a nord:  Sayyed Hassan Nasrallah, il segretario generale del movimento di resistenza libanese Hezbollah – che ha vinto le recenti elezioni in Libano – è apparso in televisione e ha dichiarato che «Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è pronto per annunciare ufficialmente il suo tanto lodato “accordo del secolo” entro le prossime settimane. L’accordo del secolo è iniziato da quando Trump ha annunciato la sua decisione il 6 dicembre scorso di riconoscere Gerusalemme – al-Quds come la capitale di Israele trasferendo l’ambasciata degli Stati Uniti in Israele da Tel Aviv alla città occupata. Il diritto al ritorno palestinese, che è una pietra angolare della causa palestinese, sarà abolito con “l’accordo” e un futuro stato palestinese potrebbe essere stabilito solo all’interno della Striscia di Gaza».

Riferendosi evidentemente ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, il capo di Hezbollah ha denunciato che «Alcuni stati arabi stanno inventando pretesti religiosi per legittimare l’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Il regime di Riyadh sostiene che i territori occupati appartengono a Israele. La causa palestinese appartiene alle nazioni regionali, che non lo tradiranno mai. L’Autorità palestinese non deve firmare questo cosiddetto accordo del secolo con qualsiasi mezzo», Nasrallah che ha poi invitato i movimenti di resistenza nella regione del Medio Oriente a «Non cedere alle pressioni Usa e israeliane. Tump, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman sono i pilastri del nuovo accordo per la Palestina» e, facendo l’esempio del recente ritiro Usa dall’accordo G5+1 – Iran sul nucleare, ha avvertito che «Gli americani non manterranno mai le loro promesse e non sono degni di fiducia in alcun tipo di accordo».