Il mio Nelson Mandela è più alla moda del tuo

[1 luglio 2013]

Amo Nelson Mandela! Lo amo molto! C’è d’altronde un africano che può osare non dichiarare di amarlo? Qui amiamo Nelson Mandela, ce lo hanno fatto amare prima che scoprissimo le sue imprese. Ne abbiamo scoperto il nome fin dalla scuola primaria, intimamente legato a delle metafore molto belle: “il Padre della Nazione Arcobaleno”,  “L’eroe della lotta contro l’apartheid”, “Il Presidente più amato del mondo”, “Il coraggioso prigioniero per 27 anni”… Quindi, abbiamo appreso ad amare il nome “Nelson Mandela” prima che ci insegnassero l’apartheid, così come ci hanno fatto amare il nome di Gesù , a noi come agli altri degli ambienti cristiani,  prima di insegnarci il Vangelo.

Nelson Mandela! Noi africani lo amiamo tutti. E lui è malato, gravemente malato questa volta. I suoi frequenti cali di salute non ci hanno mai angosciato così. Per nove giorni ci hanno detto che il nostro papà era in uno stato molto grave, che ci hanno nascosto delle informazioni: cattivo presagio! Abbiamo visto i suoi figli ed i suoi nipoti andargli a far visita: cattivo segno. Non li abbiamo più visti per due giorno andare alla clinica: segno ancora più cattivo. Sua moglie ha risposto a delle domande: sfortuna. Lei non ha potuto rispondere a nessuna domanda per 24 ore: catastrofe. Jacob Zuma, il presidente sudafricano, ha parlato del patriarca malato durante un viaggio all’estero: Signore mio! Non ha detto una parola su di lui durante il suo viaggio: Buon Dio!…

Nelson Mandela avrà molto presto 95 anni e in Africa, dove la speranza di vita media si aggira intorno ai 50 anni, non si può dire che sarebbe morto troppo preso. D’altronde, non è tempo per lui, dopo una vita così frenetica, così piena, di andare a riposarsi? Perché Nelson Mandela, anche sotto la meritata aureola con la quale gli abbiamo cinto la testa, anche con tutte le lodi che gli abbiamo cantato, che gli cantiamo… Nelson Mandela resta un essere umano, sottoposto alla legge della creazione. Ed è malato, gravemente malato, e può morire.

La mia inquietudine, oggi mentre si affievolisce la vita del nostro patriarca, non è di sapere se Mandela guarirà – non so se nel profondo lui vorrebbe guarire – o meno della sua malattia, ma di sapere quel che quest’uomo, al di là del suo nome sia divenuto per noi, cosa rappresenti veramente per noi africani. Il nome suona bene, ma cosa ne abbiamo fatto, e cosa ne faremo, della persona che lo ha portato?

Africani, ci dobbiamo domandare tutti, a cominciare dagli stessi sudafricani, cosa abbiamo imparato dalla vita di Nelson Mandela. Il bellissimo nome, che aduliamo tanto, fa rima, non lo dimentichiamo, con lotta e coraggio… ma anche con perdono, tolleranza, riconciliazione, amore… Il Sudafrica brandisce oggi Nelson Mandela come un trofeo, i Sudafricani sono oggi alla testa di tanti bambini preoccupati di fronte allo stato di salute del loro padre… E’ bello, è emozionante. Ma il Sudafrica è oggi tutto, tranne quello che Mandela aveva sognato. Questo Paese è divenuto oggi uno dei più inospitali, violenti, insicuri al mondo, con un tasso di stupri giornalieri agghiacciante che dà i brividi. I sudafricani, in questi ultimi anni, si sono resi famosi per degli atti xenofobi inimmaginabili verso i loro vicini che vivono con loro, che vanno da atti isolati di banditi a delle reti istituzionalizzate di rifiuto degli stranieri.

Cosa vede oggi Nelson Mandela sul suo letto di malattia e forse di morte? Dei sudafricani violenti, spietati, inospitali… che pregano per il suo ristabilimento, un Paese che ha quasi istituzionalizzato le violenze e il rifiuto, o un paese ospitale e tollerante? C’è una maggiore fonte di giubilo per un patriarca morente di quella di sentire che i frutti del suo grembo e manterranno e trasmetteranno l’eredità che ha lasciato loro?

Africani, preghiamo perché Mandela si ristabilisca, per quanto tempo ancora prima di peggiorare solo Dio lo sa. Ma è davvero questo l’onore e il gesto di amore che Mandela vuole da noi? Alla fine, a cosa ci sarà servito quest’uomo, a parte aver combattuto e contribuito a mettere fine all’apartheid che continua d’altronde sotto altre forme nella Nazione Arcobaleno, a che ci sarà quindi servito Mandela, africani, se tra due “Nelson Mandela” invocati, come un mantra al quale non crediamo, ci diamo, a sazietà a tutti quegli  orrori e barbarie che il patriarca ha passato tutta la sua vita a combattere? La xenofobia e l’intolleranza non sono mai state così visibili, così atroci, nei nostri Paesi. Dei camerunensi perseguitati in Guinea Equatoriale, dei congolesi attaccati in Gabon, degli ivoriani umiliati in Togo, dei maliani molestati in Costa d’Avorio, dei togolesi repressi in Ghana, dei guineani ricercati ed espulsi dall’Angola… Mi è successo più volte, a me che conosco da cinque anni il gusto del rifiuto tra africani, di chiedermi se alla fine non sia la pelle bianca di un campo la sola differenza tra gli apartheid  praticati nei nostri Paesi africani e quello praticato decenni fa in Sudafrica.

Il colmo dell’ipocrisia, della messa in scena, è il comportamento dei nostri Capi di Stato. Anche loro amano tutti Nelson Mandela! Non c’è tra loro, e nemmeno in pochi, chi ha sognato di avere una prefazione di Mandela in un loro libro? E davanti agli obiettivi delle telecamere  che si dicono molto preoccupati della sua salute, che vorrebbero che vivesse ancora per molto tempo… La questione che non si pongono è di sapere cosa fanno, loro, perché la lotta e le idee di tutta la vita di Nelson Mandela continuino a risplendere e ad ispirare le generazioni future. Sperano sicuramente che Nelson Mandela viva ancora qualche anno, per apprezzare come violano I diritti dei loro popoli, come modificano le Costituzioni per brigare il terzo, quarto, quinto… decimo mandato, come manipolano  le elezioni…

Perché, oggi, invocare il nome di Nelson Mandela, pregare per lui, coprirlo di elogi… non significa per niente amare l’uomo e la sua lotta. Nelson Mandela per noi è diventato solo un marchio di una moda, come Gucci sulle  t-shirt dei giovani, una parure che ognuno mette per fare tendenza. Questione di chic.

Yao Davis Kpelly, è uno scrittore del Togo che insegna marketing e comunicazione a Bamako, in Mali. Collabora con  riviste online come koaci.com, icilome.com, togocity.com. E’ autore di quattro raccolte di racconti, ha vinto il premio letterario France-Togo 2010 e il Prix de la meilleure nouvelle de langue française del Festival international Plumes francophones (Lomé) 2012

PS : Il titolo dell’articolo è ispirato al titolo del romanzo “My Mercedes Is Bigger than Yours”, dello scrittore nigeriano Nkem Nwankwo.