Il Kurdistan irakeno vota per l’indipendenza, Erdogan: «Potremmo arrivare di notte all’improvviso»

Le persecuzioni del popolo kurdo e l’ipocrisia di Usa e Ue. Kirkuk e il petrolio i pomi della discordia

[26 settembre 2017]

Nella Regione Autonoma del Kurdistan Irakeno, il 93,29% degli elettori ha votato per l’indipendenza da Baghdad e solo il 6,71% per rimanere irakeno.  Il referendum voluto dal governo del Presidente Masud Barzani per uno  Stato curdo indipendente era sostenuto  dal suo Partito Democratico del Kurdistan (Kdp) e dai suoi ex avversari e ora alleati di governo dell’Unione Patriottica del Kurdistan (Puk), mentre l’opposizione del Movimento per il cambiamento (Gorran) pur ritenendo sbagliato tenere  ora un referendum indipendentista, alla fine ha invitato i suoi elettori a partecipare, senza però dare indicazioni di voto.

Il massiccio successo del Sì all’indipendenza, pur se scontato, ha fatto andare su tutte le furie il presidente turco  Recep Tayyip Erdoğan che, nonostante sia in ottimi rapporti di affari e traffici petroliferi con il moderato  Barzani  (che quanto lui non vede di buon occhio i kurdi progressisti del Rojava siriano e quelli del  Pkk della Turchia) ha continuato a proferire minacce contro quello che i kurdi chiamano  Kurdistan del sud: «Potremmo arrivare di notte all’improvviso», ha minacciato Erdogan,  facendo l’esempio della campagna Scudo dell’Eufrate con la quale l’esercito di Ankara ha invaso il nord della Siria e dell’Irak,  poi ha definito «opportunistico, illegittimo e inaccettabile», il referendum per l’indipendenza del Kurdistan del sud. Poi quello che i kurdi di Turchia considerano il loro peggior nemico, accusandolo di essere un genocida distruttore delle loro città e il carceriere dei loro rappresentanti liberamente eletti,  ha assicurato di voler rispettare «I diritti dei nostri fratelli curdi e delle nostre sorelle curde, ma anche i diritti dei nostri fratelli e sorelle arabi e turkmeni in Iraq»,  Ma ha aggiunto che  «A prescindere dal risultato, il referendum è nullo per noi, lo definiamo illegittimo. Stiamo compiendo ogni sorta di passo a livello politico, economico, commerciale e di sicurezza. Annunceremo altre misure e passi nel corso della prossima settimana».

Iraq, Turchia e Iran . dove vivono importanti minoranze kurde – hanno annunciato «Misure coordinate» contro il governo indipendentista di Erbil e secondo il vice-premier irakeno presidente del partito sciita ­Dawa, Nuri Al-Maliki, il referendum  kurdo è «Una dichiarazione di guerra contro l’unità del popolo dell’Iraq«. L’Iran già domenica aveva chiuso lo spazio aereo ai confini  con il Kurdistan e i valichi di confine verso la regione autonoma irakena.  Ieri il parlamenta irakeno aveva deciso di chiudere i confini esterni della Regione Autonoma del Kurdistan. Ed Erdoğan ha annunciato che per ora è consentito attraversare il confine con l Turchia solo dal lato irakeno, ma che presto verrà chiuso da entrambi i lati, poi ha nuovamente minacciato: »Dopo questo vediamo attraverso quali canali manderanno il loro petrolio e a chi lo venderanno. La valvola sta da noi. È finita nel momento in cui la chiudiamo».

E proprio sulla provincia di Kirkuk, ricca di petrolio e situata all’esterno della Regione Autonoma del Kurdistan nel nord dell’Iraq, ma rivendicata (e liberata da Barzani) che puntano turchi e irakeni per far fallire le mire secessionistiche del Kurdistan del sud. Inflitti, a  Kirkuk  al referendum hanno partecipato massicciamente i quartieri curdi, mentre l metà della popolazione araba e turkmena ha boicottato il referendum per l’indipendenza. .Il ministro degli esteri turco,  Mevlüt Cavusoglu ieri aveva minacciato un invsione militare del Kurdistan irakeno nel caso di pericolo per  i turkmeni di Kirkuki.

Hediye Yusuf, la co-Presidente del Consiglio della Federazione Democratica della Siria del nord a guida kurda,  ha subito ribattuto  che In caso di attacco al Kurdistan del sud, le milizie delle Ypg/Ypj che hanno quasi del tutto liberato la “capitale2 dello Stato Islamico Raqqa correranno in soccorso dei kurdi rakeni. Anche il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), per avendo pessimi rapporti con Kdp e Puk,  ha dichiarato che in caso di un attacco militare contro i Kurdi nel nord dell’Iraq  si schiererà al loro fianco con i suoi temibili guerriglieri anti-turchi.

Secondo Alon Ben-Meir, uno dei massimi esperti di Medio Oriente del Center for
Global Affairs della New York University, in realtà «L’indipendenza dei curdi iracheni arriva con un ritardo di decenni» e sottolinea: «Anche se il passaggio del referendum non porterà automaticamente alla dichiarazione di indipendenza, rappresenta un passo importante che apre la porta per i negoziati con il governo sciita di Baghdad per raggiungere un accordo. Indipendentemente da quanto difficili saranno questi negoziati, e nonostante l’opposizione al referendum anche dagli alleati dei kurdi, specialmente negli Stati Uniti (presumibilmente perché è sbagliata la tempistica), i kurdi devono rimanere risoluti nel procedere come previsto, solo che è avvenuto in ritardo».

I kurdi non sono arabi ma sono musulmani sunniti, che condividono un lingua e un’identità culturale comune pur essendo sparsi in quattro Paesi. Per secoli, i kurdi sono stati il ​​più grande gruppo etnico senza patriadimora (attualmente sono 30 milioni) in Medio Oriente, hanno vissuto sotto diversi imperi e regimi dispotici che li hanno sottoposti a discriminazioni e oppressioni di ogni tipo, negando loro il ​​diritto di godere della loro cultura unica. Quando i kurdi hanno tentato di cotruire una lo ro Nazione ha avuto breve durata: il regno indipendente del Kurdistan istituito dopo la prima guerra mondiale ha durato meno di due anni (1922-1924) prima di essere smembrato tra Iraq, Iran, Turchia e Siria. Nel 1946, i kurdi iraniani (con il sostegno dell’Unione Sovietica) dichiararono una repubblica chiamata Mahabad, ma cadde nello stesso anno, quando le truppe iraniane la invasero. «Non sorprende che i quattro Paesi che si oppongono all’indipendenza kurda sono i colpevoli peggiori delitti contro i diritti umani kurdi . dice Ben-Meir – Hanno sistematicamente e spietatamente oppresso la loro minoranza kurda, il che ha lasciato un indelebile segno di risentimento e disprezzo verso i loro Paesi di residenza».

La Turchia ospita la più grande comunità kurda (15 milioni, circa il 18% della popolazione turca), che sta  combattendo per preservare la sua identità etnica e l il suo ricco patrimonio culturale e linguistico contro le  brutali persecuzioni di Erdogan. Un rapporto Onu parla di violazioni dei diritti umani, omicidi, desaparecidos,  distruzione di case, ostacoli all’accesso alla cure mediche. Molti giornalisti kurdi sono in carcere e una dozzina di parlamentari kurdi sono stati arrestati, mentre l’esercito turco utilizza le punizioni collettive nei villaggi kurdi dove ci sono uomini e donne del Pkk. .

Gli 8 milioni di curdi dell’ Iran (quasi il 10% della popolazione) godono ufficialmente di rappresentanza politica, ma scontano di fatto un storica e profonda disuguaglianza socio-politica che ha incoraggiato la nascita dell’ala militare del Partito Democratico del Kurdistan in Iran (KdpI) che è stata duramente attaccata dalla Repubblica islamica dell’Iran, costringendo molti civili kurdi a fuggire in Irak.

In Siria, i 2 milioni di kurdi (circa il 9% delle popolazione), dopo essere stati in gran parte politicamente inattivi sotto i regimi di Assad, approfittando dello scoppio della guerra civile siriana, hanno istituito una regione semi-indipendente e progressista, il Rojava, che è diventata una spina nel fianco per Erdogn e Assad, che temono che il “contagio” democratico possa estendersi, soprattutto dopo che i kurdi siriani hanno dato vita alla Federazione Democratica della Siria del nord che comprende comunità arabe e turcomanne. .

Ben-Meir  dice che «Nessuno di questi Paesi ha il diritto giuridico o morale di opporsi al referendum. A questo punto, i curdi iracheni devono combattere con tutte le loro forze per preservare il loro diritto intrinseco di essere liberi e indipendenti, perché il tempo della loro continua sottomissione deve finire. Ci sono 7  milioni di kurdi iracheni (circa il 15% della popolazione) che sono stati obiettivo di persecuzione fin dal primo giorno dopo l’istituzione dello stato d’Iraq nel 1922. I kurdi sono stati senza colpa vittime sotto il regime di Saddam Hussein, che ha ucciso almeno 50.000 Kurdi durante gli anni ’80; più di 5.000 uomini, donne e bambini sono stati gassati a morte nel 1988. Dal 1991 hanno consolidato la regione autonoma sotto la protezione americana, il che ha dato spazio ai kurdi per la costruzione di una regione autonoma che ora gode di tutti i requisiti di uno Stato indipendente emergente. Anni di sottomissione, maltrattamento, discriminazione e repressione brutale hanno lasciato la comunità kurda irachena determinata a non sottoporsi mai più ai capricci di qualsiasi governo iracheno. Il nazionalismo kurdo è il vero motore che è alla base del loro impulso verso la dichiarazione di indipendenza, e non molleranno mai, indipendentemente dall’opposizione quasi universale alla loro indipendenza politica».

Barzani ha respinto le raccomandazioni dell’alleato statunitense a soprassedere dal referendum perché in questa fase destabilizzerà ulteriormente la regione e dividerà irrimediabilmente l’Iraq: «Quando mai in questa regione abbiamo avuto la stabilità e la sicurezza che dovremmo preoccuparci di perdere? Quando l’Iraq è stato così unito che dovremmo preoccuparci di rompere la sua unità? Coloro che stanno dicendo queste cose, stanno solo cercando scuse per fermarci».

Ben-Meir  aggiunge; «L’ironia è che, mentre i governi iracheno, iraniano e turco vogliono che le loro comunità kurde siano cittadini fedeli, non hanno mai capito che la fedeltà dei kurdi ai rispettivi Paesi dipende dal modo in cui vengono trattati, dalle libertà loro concesse e dalla la civiltà che viene loro accordata. Richiedere dai sudditi  la fedeltà incondizionata, mentre li si deruba ei loro diritti umani fondamentali, è il massimo dell’ipocrisia e della falsità. Inoltre, la follia del Medio Oriente rafforza ulteriormente la decisione dei kurdi di cercare, combattere e morire per stabilire una governo autonomo, se non l’indipendenza, come avviene in Iraq».

Il ricercatore statunitense è convinto che «Il governo iracheno alla fine deciderà di negoziare con i kurdi con l’obiettivo di costituire uno Stato indipendente, a condizione che non sia inclusa Kirkuk. Kirkuk è una questione controversa a causa del suo enorme giacimento di petrolio, e quasi la metà della sua popolazione sono arabi e turkmeni. Anche se Barzani insiste sul fatto che Kirkuk deve essere inclusa nel referendum, deve rispettare i risultati e collaborare con il governo iracheno per negoziare una soluzione reciprocamente accettabile». Quanto a Usa e Ue , «devono dimostrare che i diritti umani, la libertà e la democrazia sono i diritti che riguardano ogni gruppo etnico ovunque si trovi, soprattutto quando sono gravemente maltrattati e vengono violati sistematicamente i loro diritti civili e umani fondamentali. Altrimenti, predicare il  vangelo dei diritti umani, ma negarli ai popoli che sono stati sottoposti alla persecuzione e alla marginalizzazione, è ipocrita, ingannevole e sinistro. L’ipocrisia statunitense è particolarmente scoraggiante perché i kurdi hanno combattuto e continuano a combattere fedelmente con gli Stati Uniti ei loro alleati contro lo Stato Islamico Respingendo la loro richiesta di autodeterminazione dopo anni di sofferenze e brutalità subite da parte dei successivi regimi iracheni, in particolare sotto Saddam Hussein, è intollerabile e vergognoso. Gli Usa e l’Ue devono essere all’avanguardia nel sostenere i kurdi iracheni perché raggiungano l’indipendenza e per porre fine alle stoiche traversie inflitte a tutti i 30 milioni di kurdi».