Siria, la battaglia di Al-Bab: l’esercito del regime attacca i turchi. 3 soldati morti

Ma nessuno vuole davvero che in Siria vincano le forze democratiche

[25 novembre 2016]

Ieri, con un comunicato ufficiale, l’esercito turco ha ammesso che le sue forze di stanza nel nord della Siria sono state bombardate dall’aviazione siriana, che avrebbe ucciso 3 soldati turchi ferendone altri 10. Secondo le forze di invasione turche, il bombardamento effettuato dal regime siriano sarebbe avvenuto alle 3,30 locali. I soldati feriti sono stati trasferiti in Turchia negli ospedali delle province di Kilis e Gaziantep. Il comunicato dello Stato maggior turco smentisce la Reuters che, sulla basi di fonti ospedaliere, aveva detto che i soldati turchi erano stati uccisi in un attacco dello Stato Islamico/Daesh.

L’agenzia iraniana Pars Today fa notare che «E’ la prima volta che la Siria reagisce alla presenza delle forze turche nel suo territorio, iniziata il 24 Agosto 2016». E Kurdish Question evidenzia che «La Turchia  sta contravvenendo al diritto internazionale, utilizzando di recente  la forza aerea all’interno dei confini della Siria per bombardare obiettivi Kurdi nel nord del paese. Il 21 ottobre il regime siriano ha accusato la Turchia di puntare a un’escalation della guerra nel Paese e ha detto che avrebbe abbattuto gli aerei che sorvolano  la Siria».

Gli attacchi aerei turchi sulla regione kurda semi-indipendente del Rojava erano cessati da diverse settimane, ma sono ripresi il 20 novembre con attacchi contro i combattenti delle  Syrian democratic forces  (Sdf) –  la coalizione formata da siriani progressisti e dalle Ypg/Ypj kurde  –   e obiettivi civili nella campagna a nord di Manbij, nei pressi di al-Bab. Il 21 novembre un attacco aereo turco ha ucciso 6 civili, tra cui 2 bambini.  A causa di questi attacchi, le Sdf hanno minacciato di ritirare i loro 40.000 uomini e donne impegnati nell’offensiva contro la capitale dello Stato Islamico/Daesh, se la coalizione internazionale a guida statunitense non interverrà sulla Turchia perché cessi gli attacchi contro i territori liberati dai kurdi. Ala fine son intervenuti i siriani (e i russi).

I soldati turchi prima entrati nel territorio siriano nell’agosto 2016 appoggiati dai miliziani della Free syrian army (Fsa), per realizzare quella che hanno chiamato l’Euphrates Shield operation, cioè un’invasione della Siria per impedire che i Kurdi del Rojava unificassero i loro Cantoni e occupassero tutta la fascia di confine con la Turchia, sloggiando i miliziani neri del Daesh. E pensare che le Fsa, fin  dall’inizio del conflitto siriano, erano state presentate da americani ed europei come il braccio armato dell’opposizione moderata e laica contri il regime di Bashir al Assad… Ora si ha la certezza che in realtà sono il più fedele alleato del regime islamista turco, che combatte contro Fsa e Kurdi alleati della Coalizione a guida Usa.

Tornando alla battaglia tra siriani e turchi ad al-Bab, Sinan Cudi, un giornalista kurdo che attualmente lavora nel  Rojava, nel nord della Siria, scrive su Kurdish Question: «Anche se non siamo in grado di prevedere l’esito della competizione, dei disaccordi e conflitti tra le grandi potenze e di come  finiranno le caotiche strutture  militari/economiche/politiche, sappiamo quale è la zona geografica dove questo sarà deciso: al-Bab. Dopo il lancio dell’operazione “Ira dell’Eufrate” il 5 novembre 2016,  è dato per certo che l’ultima roccaforte del  Deash (Stato islamico) te in Siria cadrà. La certezza sta nel fatto che tutte le operazioni  delle Ypg/Sdf finora sono finite in un successo. Questa garanzia porta la gente a pensare alla situazione post-Raqqa. Ora, la maggior parte delle discussioni si concentrano su ciò che accadrà in Siria dopo il Daesh, come si posizionerà ogni parte, come sarà modellata la nuova amministrazione e quale sarà in tutto questo il ruolo dei kurdi.  Naturalmente, tutto questo cambierà se il piano architettato da Erdogan avrà successo».

Infatti, l’attacco sferrato il 13 agosto dalle truppe turche e dai loro docili alleati  siriani  a Manbij contro le Sdf che avevano appena liberato la città dal Daesh  e poi l’invasione dei carriarmati turchi a Jarablus il 24 agosto  hanno sconvolto l’equilibrio: i turchi prima hanno fatto di tutto perché le forze progressiste kurdo-siriano non sconfiggessero il Daesh, poi hanno invaso la Siria: prima a Jarablus e poi a Rai.

Cudi evidenza che «All’inizio, la Turchia aveva convinto il regime baathista [siriano], la Russia e gli Stati Uniti che l’intervento era solo per evitare che i kurdi avanzassero, tuttavia in seguito gli sviluppi hanno rivelato che il diktat Erdogan non si limitava a questo. E’ ormai chiaro che questa iniziativa fascista, come viene definito il neo-ottomanismo, si rivolga contro la popolazione della regione, mira ad alimentare l’instabilità e sta cercando di impedire l’emergere di alternative al sistema dello stato-nazione».

E’ chiaro che Turchia, regime siriano, Russia, Iran e la Coalizione occidentale vogliono tutti limitare gli effetti della rivoluzione progressista e multietnica del Rojava e Cudi sottolinea che «Il silenzio delle potenze regionali e internazionali contro gli attacchi alle Sdf e al Syrian democratic council  (Msd), così come la loro negazione del potere politico dell’Msd, affiliato alle Ypg/Sdf, dimostra la posizione di questa linea politica. Le complicazioni e l’improbabilità di una soluzione alla crisi possono anche essere viste dalla proposta di concedere l’autonomia ad Aleppo orientale che pur essendo razionale, è una cosa sulla quale le parti in guerra non possono mai essere d’accordo; le (apparenti) contraddizioni inconciliabili tra gli Stati Uniti e la Russia e gli incontri segreti tra gli Stati Uniti e lo Stato turco, nonché tra questi ultimi e la Cina e la Russia dimostrano che siamo lontani da una soluzione. Insomma nessuna delle potenze in lotta per l’egemonia in Siria e nella regione ha deciso a cosa somiglierà il nuovo sistema. I negoziati e la contrattazione continuano. Di conseguenza, nessuna potenza vuole che l’altra progredisca o faccia passi in avanti». Anche perchè, sullo sfondo, resta innominata la vera causa di questo infinito massacro: le rotte del petrolio e del gas.

Ma questo stallo internazionale punteggiato da bombardamenti riuscirà a sconfiggere popoli che sono alla ricerca di un’alternativa e che vedono nel governo progressista del Rojava una speranza?

Solo il 20 e 21 novembre quasi mille giovani uomini e donne si sono arruolati nelle Sdf che sono ormai diventati una forza militare – vincente sul campo – che non può più essere ignorata o liquidata alla fine del conflitto siriano.  Se si paragona il processo politico e militare messo in atto dai kurdi e dai loro alleati progressisti siriani, si misura anche il fallimento delle alternative politico/militari messe in campo da Usa e Turchia che hanno usato gli islamisti per rovesciare Assad e anche quelle del regime Baathista e della Russia, che hanno salvato il regime di Assad.

La vera ed unica alternativa al sanguinoso caos siriano sono le Sdf e il Msd, e quindi è di grande importanza il progetto dell’Msd di liberare al-Bab e Raqqa e trasformarle in amministrazioni democratiche in una Siria federale e progressista, dove hanno diritto di cittadinanza tutte le etnie e confessioni religiose. «Se questo non avverrà – conclude i Cudi – sarà molto probabile che le fiamme della guerra inghiottano tutta la regione e che si estendano e si diffondano in maniera ancora più ampia».