A Veroli la XIII Giornata nazionale per la custodia del creato

La Chiesa italiana vuole che «vengano riconosciuti diritti anche ai profughi ambientali»

«Non ci sono Stati sovrani sul Creato, ci sono Stati sovrani che si circondano di confini che chi si trova a vivere in estrema necessità è portato a superare per cercare un futuro vivibile e migliore»

[3 settembre 2018]

In un’epoca di profondi mutamenti geopolitici e ambientali “Coltivare l’alleanza con la terra” è stato il tema scelto dalla Chiesa Italiana per la XIII Giornata nazionale per la custodia del creato (con il XIII Forum della stampa), organizzata dalla diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino per la CEI e da Greenaccord, che si è conclusa nel fine settimana all’interno della splendida cornice di Veroli (FR). Un evento dove al centro del dibattito è stato posto un tema caldissimo per il nostro tempo: i migranti, e i migranti per cause ambientali in particolare.

«Non ci sono Stati sovrani sul Creato, ci sono Stati sovrani che si circondano di confini che chi si trova a vivere in estrema necessità è portato a superare per cercare un futuro vivibile e migliore», ha dichiarato il direttore dell’Ufficio nazionale politiche sociali e del lavoro della CEI, Fabio Longoni, commentando l’attualità del fenomeno migratorio.

«Il fenomeno dei profughi climatico-ambientali è di rilevanza primaria e d’intensità superiore a quello dei profughi da guerra – ha dettagliato Ambrogio Spreafico, vescovo della diocesi – Secondo l’Organizzazione mondiale delle migrazioni nel 2014 la probabilità di essere sfollati a causa di un disastro è salita del 60% rispetto a 40 anni fa. Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre del Norwegian Refugee Council, dal 2008 al 2015 ci sono stati 202,4 milioni di persone delocalizzate o sfollate, il 15% per eventi geofisici come eruzioni vulcaniche e terremoti, e l’85% per eventi atmosferici. Nel solo 2015 gli sfollati interni allo stesso Stato sono 27,8 milioni, di cui 8,6 milioni provocati da conflitti e violenze e 19,2 milioni provocati da disastri naturali, intensi e violenti. All’origine del fenomeno – ha concluso il vescovo – esistono un intreccio di cause che hanno reso molte terre inabitabili tra guerre, cambiamenti climatici e disastri ambientali, fame, povertà, disuguaglianze, dittature e persecuzioni». Dunque «se i migranti ambientali non vengono riconosciuti come rifugiati dalla Convenzione di Ginevra e non possono contare su alcun livello di protezione internazionale dobbiamo allora superare la definizione di rifugiato, e in questo l’Europa dovrebbe farsi promotrice presso l’Onu perché vengano riconosciuti diritti anche ai profughi ambientali».

Un approccio sostenuto anche da Felipe Camargo, responsabile Europa del Sud per l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), il quale sostiene che «le dimensioni del fenomeno dei rifugiati ambientali, come ha ben documentato mons. Spreafico, fanno capire l’importanza di creare un ordinamento giuridico che garantisca chi è sfollato a causa del cambiamento climatico e dei disastri naturali. Queste persone una volta passata la frontiera perdono la protezione legale internazionale. Lo spostamento forzato legato ai cambiamenti climatici è una realtà ampiamente sottovalutata e non regolamentata a livello internazionale né in ambito comunitario».

«L’Unhcr – ha spiegato Camargo –  lavora a livello globale con i governi e con la società civile per ridurre il rischio di queste catastrofi attraverso la risposta umanitaria che garantisce protezione legale e assistenza materiale.  Lavoriamo soprattutto per far comprendere che cause come la siccità ad esempio nel Corno d’Africa sono motivo di conflitti tribali e di carestie per milioni di persone che non potranno fare altro che spostarsi e cercare di vivere in qualsiasi altro luogo dove è possibile sopravvivere. Quello che vediamo come Agenzia Onu per i rifugiati – ha concluso il responsabile Europa del sud Unhcr – è che in generale i Governi non sono attrezzati e pronti a discutere una politica di prevenzione e ad agire per rispondere alle gravi conseguenze provocate dal cambiamento climatico mentre la questione è già un’emergenza».