La Crimea è Russia… e l’Ucraina di chi è?

[17 marzo 2014]

E’ stato un plebiscito annunciato e che nessuno può contestare: 1.233.002 persone, il 96,77% degli elettori della Repubblica autonoma di Crimea (dichiaratasi indipendente) hanno deciso di tornare con Santa Madre Russia, dalla quale in una notte di bagordi alcolici la aveva staccata nel 1954 l’allora presidente (ucraino) dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche Nikita Krusciov. Visto questo precedente viene da chiedersi come mai nelle piazze della Crimea che festeggiavano la vittoria e la riannessione dopo 60 anni ci fossero, nel mare di bandiere tricolori russe, anche molte bandiere dell’Urss di kruscioviana memoria, e perché ancora di più bandiere rosse con la falce e martello e la stella ne sventolino e innalzino sui palazzi pubblici i russi delle regioni dell’Ucraina del sud-est. La spiegazione viene dalle interviste alla gente comune che si dichiara russa/sovietica e che vede in Vladimir Putin, nel super-conservatore ed autoritario ex agente del Kgb amico di Silvio Berlusconi, non il continuatore del socialismo reale, ma dell’idea imperiale e pan-russa che arriva dall’Ucraina (Terra di Confine, appunto) all’Estremo Oriente. La popolarità di Putin è alle stelle perché ha saputo incarnare l’eterno nazionalismo russo e perché i fantasmi neo-nazisti che siedono sugli scranni del nuovo governo di Kiev o la marcia degli ex-legionari della Waffen SS e dei neonazisti lettoni di ieri a Riga, riportano alla memoria collettiva la Grande Guerra Patriottica, nella quale la Russia fermò l’invasione hitleriana e fascista e ricacciò i tedeschi ed i loro alleati fino a Berlino, inglobando gli alleati di Hitler e Mussolini, baltici ed “ucraini” compresi. E’ una storia che gli europei e gli americani farebbero bene a non scordare, una storia di 20 milioni di russi morti che è una gigantesca ferita nell’immaginario russo che ha rinnegato il comunismo, ma non l’Urss e che sventola ancora le bandiere dell’Armata Rossa.

Poi, dietro a tutto questo sedimentarsi di odio e orgoglio, di sconfitti e vincitori, c’è anche la geopolitica attuale, la schermaglia delle potenze, il nuovo stato/mercato oligarchico russo che ricatta l’occidente e attrae la Cina con il gas, il petrolio, le immense risorse minerarie ed energetiche nascoste nella Siberia ghiacciata e nell’Oceano Antartico che si scioglie, ma tutto nasce da li, Ucraina e Crimea comprese, da quel nodo gordiano di sangue ed orrore, che nelle pianure dell’Ucraina filo-nazista scrisse alcune delle più terribili pagine dell’olocausto ebraico e della persecuzione anticomunista, che l’Armata ossa di Stalin spezzò con il sacrificio di un popolo intero.

E’ questo che i giovani della Crimea e gli anziani che sognavano il ritorno alla Patria mai dimenticata, hanno festeggiato stanotte, sorvegliati da truppe russe che non hanno sparato nemmeno un colpo per “liberare” una terra che non si considera e non si è mai considerata Ucraina, e che oggi ha convocato il suo Consiglio supremo, il suo effimero parlamento indipendente, e votato  ufficialmente l’indipendenza e subito dopo l’adesione alla Federazione della Russia come nuovo soggetto federale.

La Crimea è persa per l’Ucraina perché non è mai stata sua, perché ospita la base della Flotta Russa del Mar Nero a Sebastopoli , una città dove il potere ucraino non è mai arrivato, perché sulle barricate di Kiev è ricomparso, appena schermato dalle bandiere dell’unione europea, lo spettro del nazismo ucraino, dell’eterno fascismo anti-russo incarnato dai militanti incappucciati di Svoboda e di Pravy Sektor e di altre milizie neo-nazi che, mentre la Crimea votava, organizzavano sanguinose provocazioni nelle regioni orientali russofone dell’Ucraina.

Queste cose le sa anche Barack Obama che in una telefonata con Putin ha detto che «Il referendum in Crimea viola la Costituzione ucraina», che è stata appena ripristinata dai vincitori della guerra civile di Kiev che hanno sostituito quella approvata dallo stesso Parlamento ucraino.  La Crimea è perduta ed Obama quando dice che comunque esiste ancora «Una via diplomatica per risolvere la crisi che permetterebbe di rispettare gli interessi della Russia e del popolo ucraino», più che ad un’impossibile ritorno indietro di Mosca sulla Crimea pensa probabilmente a come non far subire all’Ucraina la sorte della Yugoslavia, dove furono Washington, la Nato ed i suoi alleati europei (Italia compresa) a sbriciolare uno Stato federale sovrano (e poi la Serbia) nel nome della sovranità popolare e dell’appartenenza etnica.

Infatti Putin  ha risposto ad Obama che «La tenuta del referendum in Crimea è conforme alle norme del diritto internazionale e della carta della Nazioni Unite e tiene conto del precedente del Kosovo». Mosca che si è battuta contro l’indipendenza del Kosovo che ancora non riconosce, la sbatte ora in faccia agli occidentali ricordandogli che, italiani compresi, hanno ancora truppe armate a controllare la situazione in un Paese strappato alla Serbia con un intervento militare diretto nel quale hanno combattuto contro l’esercito di un Paese sovrano.

Al momento del veto russo sulla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che avrebbe dovuto condannare la secessione della Crimea, molti commentatori occidentali hanno sottolineato l’importanza dell’astensione della Cina che così non si sarebbe schierata con Mosca, in realtà quell’astensione di Pechino era tutto quel che la Repubblica popolare cinese poteva fare per Putin, visto che l’esempio della Crimea (e del Kosovo) potrebbe provocare un effetto a catena nelle due regioni autonome ribelli del Tibet e del Xinjiang Uigur che chiedono l’indipendenza da Pechino e che farebbero diventare la Crimea e l’Ucraina uno scherzo. Ma anche Mosca rischia ad esaltare la sovranità polare/etnica perché ora dovrà farci ancora di più i conti nel ribollente Caucaso, dalla Cecenia al Daghestan all’Inguscezia delle guerriglie sucide islamiste, e perché in Crimea si è aperta una nuova crisi con i tatari di Crimea che, nel lontanissimo, nel cuore della Russia, nel Tartastan, hanno una Repubblica così autonoma da sfiorare l’indipendenza, grazie al petrolio gestito dal governo tataro di Kazan.

Ma quello che davvero dovrebbe preoccupare statunitensi ed occidentali è che il loro avventuristico passo in Ucraina non porti davvero alla balcanizzazione del Paese. Ieri a Kharkov, nel nord-est dell’Ucraina i dimostranti, guidati dal Partito comunista e dalla Piattaforma Civica hanno chiesto alla Russia di presentare all’Onu la proposta di un referendum per trasformare l’Ucraina in una repubblica federale, la stessa cosa è stata chiesta da migliaia di manifestanti  a Donetsk all’auto-dichiaratosi governo libero della regione mineraria ed industriale russofona.

In tutta l’Ucraina russofona sale la protesta contro il governo “illegittimo” di Kiev e i dimostranti stanno bloccando, come a Donetsk e Lugansk i mezzi military che Kiev sta cercando di inviare al confine con la Russia.  A Dnepropetrovsk i manifestanti filo-russi sono scesi in piazza per denunciare il golpe fascista/nazionalista a Kiev, chiedono un referendum sulla federalizzazione oppure che sia consentito alle regioni orientali di ricongiungersi con la Russia o la Bielorussia, innalzano bandiere russe e sovietiche e inneggiano alla Russia ed ai “Berkut” la polizia speciale ucraina che ha combattuto contro gli attivisti della destra a Kiev.

Se vogliono evitare una deriva yugoslava, gli occidentali ed il nuovo governo nazionalista Ucraino  farebbero bene a fermare subito elementi come il duce di Pravy Sektor, Dmitri Yarosh (che invece fa parte dell’esecutivo di Kiev). Se si pensa di sconfiggere il nazionalismo conservatore pan-russo di Putin utilizzando una banda di criminali neonazisti nostalgici dei progrom contro ebrei e comunisti, la sfida è già persa.