Lampedusa, un anno dopo. Cos’ha fatto davvero l’Ue per evitare la morte dei migranti in mare

[2 ottobre 2014]

Papa Francesco ha incontrato i superstiti della tragedia del 3 ottobre 2013 a Lampedusa, dove morirono 368 migranti. «Una preghiera, una richiesta di aiuto al Papa per cercare superare una tragedia terribile, per cercare di placare un dolore insuperabile», dicono al Comitato 3 Ottobre, che chiede che la data della più grande strage in mare di migranti che si conosca diventi “Giornata della Memoria e dell’Accoglienza” sia in Italia che nell’Unione europea.

Alla vigilia di quel tragico evento l’Ue è chiamata ad assumersi le sue responsabilità per impedire che il Mediterraneo continui a diventare la tomba di centinaia di migranti, profughi e richiedenti asilo.

Le partenze verso le coste europee si concentrano nel centro del Mediterraneo ed avvengono soprattutto dal quel che rimane della Libia, ridotta ormai ad uno Stato fantasma. Nel 2014 sono stati circa 120 000 i migranti che hanno traversato il Mediterraneo, più del doppio del precedente record di 54 000 arrivati al culmine delle primavere arabe nel  2011. Ma quest’anno anche le vittime hanno raggiunto un nuovo record: circa 3.000 quelle di cui si ha notizia. Intanto aumenta la ferocia dei trafficanti di carne umana che arrivano ad affondare le imbarcazioni sulle quali stipano i migranti.

Un bilancio che sarebbe stato senza dubbio più pesante se la Marina militare italiana, dopo il naufragio di Lampedusa, non avesse messo in atto l’operazione di ricerca e salvataggio Mare Nostrum.  Irin, l’agenzia di news e analisi umanitarie dell’Onu, nell’inchiesta “Is the EU doing enough to prevent migrant deaths at sea?” riporta che «dall’avvio di Mare Nostrum,  sono state soccorse 70.000 persone, ma il costo della missione ha raggiunto gli 11,5 milioni di dollari al mese e l’Italia è sempre meno disposta ad assumersi da sola queste spese». L’United Nations High Commissioner for Refugees (Unhcr) sostiene gli appelli dell’Italia per una migliore condivisione delle responsabilità e già a fine agosto aveva sottolineato che «La situazione drammatica alle frontiere marittime dell’Europa necessita di un’azione rapida e concertata dell’Europa, in particolare un rafforzamento delle operazioni di ricerca e di salvataggio nel Mediterraneo».

Dopo questo appello dellUnhcr, la commissaria Ue agli affari interni, Cecilia Malmström, in seguito a un incontro con il nostro ministro Angelino Alfano fece una dichiarazione che suscitò la speranza di vedere gli Stati membri dell’Ue sostenere l’Italia nel quadro di una missione allargata di  Frontex, l’agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne dell’Ue. Ma Kristy Siegfried su Irin fa notare che «i tempi della missione, provvisoriamente battezzata “Frontex Plus”, sono vaghe, la signora Malmström ha solamente indicato che “completerà le azioni condotte dall’Italia”, in funzione dei livelli di contribuzione e di partecipazione degli Stati membri. Alcuni commentatori hanno pensato che questo volesse dire che Frontex avrebbe preso il posto di Mare Nostrum. Ma i gruppi di difesa dei migranti sono stati pronti a notare che le parole “ricerca” e “salvataggio” non erano menzionate nella dichiarazione della Malmström ed a sottolineare che Frontex non ha né il mandato né i mezzi per adempiere questa funzione».

Si è capito praticamente subito che Frontex Plus interverrà solo nelle acque territoriali italiane, mentre Mare Nostrum è intervenuto soprattutto su naufragi avvenuti in acque internazionali, non lontano dalle coste libiche.  Stefan Kessler, alto responsabile politica e patrocinio per l’Europa del Jesuite Refugee Service e  co-presidente del  Forum consultivo di Frontex sui diritti fondamentali, è convinto che «Il si tratterà di una classica operazione di controllo delle frontiere condotta da Frontex. Le operazioni di ricerca e di salvataggio non saranno che un effetto secondario, il che vuol dire che, se nel quadro di questi interventi, viene individuata una barca in difficoltà, saranno allertate le autorità nazionali responsabili delle operazioni di ricerca e di salvataggio».

Ewa Moncure, una portavoce di Frontex ha spiegato a Irin  che la nuova “Operation Triton”, riunirà le due operazioni lanciate al largo delle coste italiane, che dovevano terminare alla fine di settembre e che sono state prolungate fino a tutto novembre, ed ha confermato che «Avrà luogo più vicino alle coste italiane e non rimpiazzerà Mare Nostrum. Le operazioni di ricerca e di salvataggio sono sempre coordinate dalle autorità nazionali. La flotta di navi di Frontex è tenuta, secondo il diritto marittimo, a rispondere alle barche in difficoltà che si trovano nella loro zona e guardiacoste addestrati ed equipaggiati devono essere presenti a bordo delle imbarcazioni. Ma questo non è il mandato di questa Agenzia».

Secondo il segretario generale dell’European Council on Refugees and Exiles, Michael Diedring, il sostegno degli Stati membri Frontex potrebbe non essere al livello che spera la Malmström, «L’Unione europea e più in particolare gli Stati membri hanno una politica di lunga data per la protezione delle frontiere, piuttosto che di proteggere delle vite».

Il governo italiano ha subito pressioni interne (l’Ncd dello stesso ministro Alfano) ed esterne (fino alle dichiarazioni razziste di alcuni leghisti e fascisti) per mettere fine a Mare Nostrum. Personaggi come il leader leghista Salvini citano solo il costo dell’operazione, ma diffonde anche il sospetto che faciliti il lavoro degli scafisti e che costituisca un fattore che incita i migranti ad andare in Libia, visto che poi sarebbero “sicuri” di essere soccorsi prima dei naufragi e trasportati fino alla loro destinazione.

E’ stata la stessa Malmström  ad attribuire a Mare Nostrum  «l’intensità crescente del traffico dall’altra costa del Mediterraneo» ed a sottolineare che «delle persone si sono imbarcate su barche meno sicure e più piccole, tenuto conto della probabilità di essere soccorse».  Kessler fa a pezzi questa teoria tanto cara ai leghisti ed a molta stampa nostrana: «Dire che Mare Nostrum è un fattore di incitamento non ha senso. Se guardate da dove viene questa gente – dalla Siria, dall’Eritrea, dall’Iraq, dall’’Afghanistan – fuggono via, che Mare Nostrum esista o meno». Anche Ana White, portavoce dell’ufficio Unhcr in Europa, è più che convinta che ci sia uno stretto legame tra l’aumento dei profughi che raggiungono l’Europa via mare e «il numero crescente di persone che fuggono sa causa dei conflitti e delle violenze che infuriano in Siria, in Eritrea, in Iraq, in Somalia ed altrove e della scomparsa dell’ordine pubblico in Libia.

I grossi arrivi via mare erano in aumento qualche mese prima dell’avvio di Mare Nostrum. Le operazioni di ricerca e salvataggio sono di capitale importanza, ma queste non possono essere la sola risposta da parte dell’Europa: la priorità sarebbe quella di trovare delle alternative legali e sicure ai tragitti pericolosi per coloro che hanno bisogno di protezione e quella di avere delle capacità di accoglienza adatte». Un punto di vista condiviso da Diedring : «Direi che è la politica europea  che facilita il compito agli scafisti, perchè non c’è un percorso legale [per raggiungere l’Europa], soprattutto per i Siriani e gli Eritrei».

Secondo lo stesso Alfano, un quarto dei migranti arrivati in Italia tra gennaio ed agosto erano eritrei ed il 21% erano siriani, ma il nostro ministro dell’interno, mentre promette che spezzeremo le reni ai profughi e li fermeremo sul bagnasciuga, non ricorda mai le nostre responsabilità di colonizzatori fascisti dell’Eritrea (e di Somalia, Libia ed Etiopia) e le nostre complicità odierne con quei regimi dittatoriali o autoritari, né ricorda che nelle guerre dalle quali fuggono i profughi, dalla Siria all’Iraq, fino alla Libia ed alla Somalia, c’è sempre lo zampino del nostro Paese, sempre pronto a far parte delle coalizioni dei volenterosi e delle avventure belliche che hanno finito per favorire l’esplosione jihadista e gonfiare i campi di rifugiati in Medio Oriente e in Africa.

Diedring ci ricorda anche un’altra cosa: «Il tasso di riconoscimento dello status di rifugiati agli eritrei è di oltre il 90% nell’Unione europea, ma loro mettono la loro vita in pericolo per toccare il suolo europeo. Questa politica è ridicola» ed in gran parte la politica estera europea in Eritrea la fa storicamente l’Italia.

Ma niente indica che lo sconvolgente bilancio di morti delle ultime settimane provocherà un cambiamento significativo di questa politica che ha in sottofondo gli applausi di chi gioisce per ogni naufragio, di chi si ciba di razzismo ed inocula il virus della paura per fare le sue fortune elettorali. Invece, l’Europa continua a rafforzare le sue difese contro i “clandestini”, mentre quelli che aumentano sono i richiedenti asilo che fuggono da conflitti nei quali l’Occidente è coinvolto o è addirittura complice/istigatore.

La Bulgaria sta cercando di impedire ai rifugiati, in maggioranza siriani, di entrare sul suo territorio ed ha eretto una recinzione lungo la frontiera con la Turchia (Paese Nato sospettato di complicità con i tagliagole dello Stato Islamico); i guardiacoste greci sono stati accusati di aver riportato indietro fino alle coste turche delle imbarcazioni che trasportavano migranti; la polizia spagnola spara proiettili di gomma addosso ai migranti che cercano di passare, anche a nuoto, le barriere che separano le enclave coloniali spagnole di Ceuta e Melilla dal Marocco.

Nell’anniversario della strage di migranti a Lampedusa, nel Mediterraneo sembrano essere annegate tutte le solenni promesse fatte davanti a quelle 368 vittime ed insieme a quelle lacrime di coccodrillo il mare sembra aver inghiottito anche la pietà, la giustizia e la politica, lasciando spazio al razzismo, che si ingrassa di ignoranza e odio.