L’Arabia Saudita e l’ipocrisia dell’occidente

L’orrore per il delitto Khashoggi mentre le bombe occidentali fanno strage nello Yemen e nelle monarchie del Golfo si reprimono gli oppositori

[23 ottobre 2018]

L’ex ministro degli esteri britannico, il laburista David Miliband, è stato crocifisso sui social media dopo aver rilanciato il 21 ottobre  sul suo account Twitter l’articolo del New York Times “This is the front line of Saudi Arabia’s invisible war” commentando: «Sì. L’assassinio di Khashoggi è un crimine orribile. Spesso non conosciamo i nomi delle vittime, ma dobbiamo loro di finirla di sostenere una guerra che non va da nessuna parte. Loro sono sul terreno ma  adesso, abbiamo bisogno di nuove politiche per mandarli».

La guerra a cui fa riferimento Miliband è quella di invasione e bombardamento dello Yemen scatenata da Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti, con l’appoggio di una coalizione di regimi arabo/sunniti e le armi vendute loro dall’Occidente, Italia compresa. I “loro” sono i sauditi che occupano il sud dello Yemen e massacrano quotidianamente donne, vecchi e bambini per riportare al potere un presidente sunnita vigliacco e dimissionario estromesso dal potere dagli sciiti zayditi Houti appoggiati dall’Iran. Khashoggi è il discusso giornalista saudita che scriveva per il Washington Post e che è stato assassinato e fatto a pezzi nel consolato saudita di Istanbul, in Turchia.

L’ironia si spreca: qualcuno su Twitter chiede a Miliband se  «I Typhoon fanno male a qualcuno» e un altro gli domanda: «Ma non hai approvato la vendita di aerei da combattimento che ora li bombardano [gli yemeniti] quando eri  segretario agli esteri?». L’ONG britannica pacifista Cage scrive che si tratta di un «Esempio perfetto di come opera il White Industrial Saviour Complex. David Miliband, quando era segretario agli esteri vendeva le stesse bombe che uccidono le vittime che ora vuole aiutare».

Infatti Miliband  nel giugno 2007 venne nominato segretario agli esteri del Regno dal  nuovo premier laburista Gordon Brown, il successore di Tony Blair, noto per aver appoggiato tutte le guerre di aggressione mediorientali statunitensi e di aver condiviso la produzione di prove false sul possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein. Il 17 settembre dello stesso anno, l’Arabia Saudita confermò di aver ordinato alla Gran Bretagna 72 aerei da guerra Eurofighter Typhoon per un costo di 8,86 miliardi di dollari. $ anni dopo 2 aerei di linea con a bordo dirottatori suicidi sauditi si schiantarono contro le torri gemelle di New York e il Pentagono, per ritorsione gli usa e la coalizione di “volenterosi” occidentale  (della quale faceva parte l’Italia) e araba (della quale faceva parte l’Arabia Saudita) attaccarono l’Afghanistan e l’Iraq, guerre che continuano ancora oggi.

Il più famoso nel Regno Unito per aver perso la corsa alla leadership laburista a suo fratello David Miliband  è più famoso per aver perso le primarie laburiste contro suo fratello Ed ed ha lasciato la politica attiva nel 2010, dopo la clamorosa debacle elettorale del Labuor centrista della terza via blairiano, quello al quale si sarebbe ispirato incredibilmente Matteo Renzi in Italia per la sua ancora più rapida parabola politica che ha portato all’insignificanza la sinistra italiana. Ora David Miliband è presidente dell’ International Rescue Committee, finanziato in parte dagli Usa e che ha vantato nel “Board of Directors and Overseers” gente come Henry Kissinger e Madeline Albright che con i sauditi è stata culo e camicia in tutte le sanguinarie avventure in Afghanistan, Iran e in soccorso delle dittature amiche del Medio Oriente.

Lo storico Mark Curtis spiega su Middle East Eye come Miliband da ministro degli esteri si adoperò per «aiutare gli Stati Uniti a eludere il divieto di bombe a grappolo e mantenere le armi nelle basi statunitensi nel Regno Unito». Le stesse cose le hanno fatte le altre cancellerie occidentali, compresa l’Italia che sul caso Khashoggi sta osservando un fragoroso silenzio, nonostante uno dei due partner del governo del cambiamento, la Lega di Salvini, fosse al governo ai bei tempi delle guerre afghane e irakene e l’altro, il Movimento 5 Stelle, avesse giurato che, non appena arrivato al governo, avrebbe ritirato le truppe italiane ancora presenti in teatri di guerra come quello afghano. Evidentemente, anche per Salvini il pericolo islamico si ferma dove si sente odore di petrolio e di petrodollari,

Ma il povero Miliband è solo una delle tante figure dell’establishment occidentale (e turco) ad aver denunciato l’Arabia Saudita per l’omicidio di Jamal Khashoggi, nonostante i rapporti passati o attuali con la monarchia assoluta wahabita, le vendite di armi in cambio di petrolio, gli occhi chiusi di fronte alla repressione e alle torture degli oppositori, i finanziamenti e le armi dati (insieme alla Turchia di Erdogan) alle milizie jihadiste anti-sciite e anti-kurde contro Assad in Siria e contro il governo a guida sciita in Iraq. Nonostante tutti sappiano che proprio da quei finanziamenti sauditi, emiratini e qatarioti sia nato lo Stato Islamico/Daesh che ha alimentato il terrorismo che ha colpito anche l’Europa.  Intanto sauditi ed emiratini continuano indisturbati la loro guerra di invasione e annichilimento dello Yemen, dove l’Onu (che ha le sue colpe) avvertiva già tre anni fa che la fame avrebbe potuto colpire 13 milioni di persone e dove bombe e colera hanno fatto strage di bambini.

L’inverecondo e inconfessabile legame con un regime integralista fino al fanatismo, xenofobo, misogino e fascista come quello Saudita lo spiegano bene le giravolte quotidiane di Donald Trump sul caso Khasoggi, ecco l’ultima versione data in un’intervista telefonica al Washington Post: «Ovviamente c’è stato un inganno e ci sono state bugie nelle spiegazioni dell’Arabia Saudita sulla morte del giornalista Jamal Khashoggi. Tuttavia, Riyad è un alleato incredibile degli Stati Uniti e non è detto che il principe ereditario Mohammed bin Salman abbia ordinato l’omicidio. Nessuno mi ha detto che è responsabile. Nessuno mi ha detto che non è responsabile. Non abbiamo raggiunto quel punto. Mi piacerebbe che non fosse responsabile». I Sauditi dicono che Khashoggi sarebbe morto in  seguito a una colluttazione, ma nessuno chiede conto al potente e spietato bin Salman di come sono morti i desaparecidos sauditi, delle detenzioni arbitrarie dei leader sciiti, della guerra infame e dei crimini perpetrati contro la popolazione civile nello Yemen.

Non se lo chiede nemmeno la cancelliera tedesca Angela Merkel che, dopo aver condannato l’omicidio di  Khashoggi, ha detto che in queste circostanze non si possono esportare armi in Arabia Saudita. Eppure le circostanze sono le stesse denunciate da anni dal movimento pacifista italiano che ha chiesto inutilmente che si ponesse fine all’esportazione di armi tedesche fabbricate in Sardegna verso l’Arabia Saudita, un Paese in guerra. Richiesta respinta dal precedente governo a guida PD e finora ignorata dal governo M5S-Lega, anche se il Movimento 5 Stelle, quando era all’opposizione, aveva presengtato proprio su questo un’interrogazione parlamentare che denunciava gli affari dell’Italia con Kuwait, Qatar e Arabia Saudita, «Tre paesi che finanziano Isis, tre Paesi con i quali l’Italia fa affari. Intanto la proposta del Movimento 5 Stelle di istituire una Commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al commercio di armamenti, è insabbiata al Senato dallo scorso gennaio». Chissà se è stata tirata fuori dalla sabbia petrolifera dal Governo del cambiamento?

Eppure tutti sapevano benissimo che stavamo facendo e facciamo affari con monarchie assolute integraliste (Dittature con le quali organizziamo senza nessun problema summit internazionali e campionati mondiali di calcio),  eppure bastava leggere cosa diceva lo stesso Khashoggi per scoprirlo. Poco prima di morire il giornalista saudita aveva criticato in un’intervista pubblicata postuma su Newsweek  «Il governo autoritario e la mentalità da leader tribale» del principe ereditario – in realtà il vero Re saudita – Mohammed bin Salman. Commentando quell’intervista, la giornalista di Newsweek Rula Jebreal ha sottolineato che Khashoggi non si riteneva un oppositore della monarchia ma che chiedeva semplicemente «Un’Arabia saudita migliore» e una riforma, non la caduta del regime».

Khashoggi  descrive Bin Salman – esaltato solo pochi mesi fa come il riformatore saudita e brillante e l’affascinante leader del rinascimento dai leader occidentali che facevano la fila per stringerli la mano che ora dicono sia ricoperta di sangue –  come un «Leader tribale antiquato che non ha contatti con i poveri dell’Arabia Saudita. “A volte sento che […] vuole godersi i frutti della modernità del primo mondo e nella Silicon Valley, nei cinema e in tutto, ma allo stesso tempo vuole anche governare nello stesso modo in cui suo nonno ha governato l’Arabia Arabia Saudita. Il principe «continua a non vedere la gente» e  «solo quando lo farà inizierà la vera riforma».

La Jebreal conferma che Khashoggi temeva per la sua vita e che per questo non aveva pubblicato prima questa intervista e aggiunge che dopo l’esecuzione a sangue freddo di Khashoggi, anche l’annullamento di alcuni contratti per le armi  «con Riyadh non sarebbe una risposta sufficiente da parte di Washington. Per il Tesoro Usa è tempo di imporre sanzioni estese  contro il regno. Non è tempo che MBS [Mohammed bin Salman] lasci, ma è tempo di porre fine all’intero sistema del dispotismo monarchico di cui è il sintomo più estremo. Alla domanda se la comunità internazionale potesse esercitare pressioni sul principe ereditario e proteggere il popolo saudita dal loro spietato leader, Jamal ha risposto: “Questa è la nostra unica speranza”. Spero che ora tutti lo ascoltino».

Ma sarà difficile e il perché lo spiegò bene lo stesso Principe ereditario Mohammed bin Salman durante la sua trionfale visita negli Usa e in Europa, spiegando il 22 marzo al Washington Post che »la diffusione dell’ideologia religiosa wahabita dall’Arabia Saudita è stato un progetto del blocco occidentale per minare l’influenza nel mondo musulmano della ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (Urss)».

In quell’intervista imbarazzante, non a caso passata in sordina e subito dimenticata dai media, MBS  spiegava che furono gli alleati occidentali di Riyadh, a chiedere al governo saudita di utilizzare le sue risorse per impedire la penetrazione sovietica. Quindi, secondo il Salman, fu grazie alla guerra fredda che l’Arabia saudita riuscì a finanziare e sostenere l’ideologia wahabita. L’Islam più intollerante e violento, investendo in tutto il mondo nella costruzione di moschee, scuole coraniche e ONG “umanitarie” islamiste. Le stesse moschee e scuole coraniche che ora gli occidentali, che le hanno volute in funzione anticomunista, accusano di formare i terroristi nelle periferie delle città europee.

In quell’ignorata intervista, Bin Salman dice che, proprio per non presentare il tutto come un piano del governo, i finanziamenti per la propagazione del wahabismo non venivano direttamente dalla monarchia saudita ma da «fondazioni private» radicali saudite,. Inoltre, il principe ereditario affermava che il governo del suo Paese «ha perso le tracce« di quel progetto di diffusione di idee estremiste e che ora «dobbiamo recuperare tutto». Per ritrovare le tracce basterebbe partire dagli attentati dell’11 settembre 2001, dalla guerra in Afghanistan, dallo Stato Islamico in Siria e Iraq…

Lo sa benissimo il Dipartimento di Stato Usa che stima in circa 8 miliardi di dollari negli ultimi 40 anni gli investimenti di Riyad nelle fondazioni “caritatevoli” responsabili della diffusione del messaggio wahabita. Gli esperti ritengono che fino al 20% di quei finanziamenti siano finiti al  gruppo terroristico Al-Qaeda fondato dal saudita Osama bin Laden e ad altre bande armate di tagliagole appartenenti allo stesso settarismo islamista.

La conclusione la lasciamo trarre a uno che di guerra fredda se ne intende: l’ex comandante dell’intelligence militare ceca, generale Andor Shandor, che sull’omicidio Khashoggi e dintorni ha detto: «Il fatto che le autorità saudite abbiano riconosciuto l’omicidio di un giornalista dell’opposizione all’interno delle mura del consolato di Istanbul è un risultato naturale dopo la pubblicazione di tutte le prove raccolte dalla Turchia. In questo modo Riad vuole evitare ulteriori complicazioni nei rapporti con i principali Paesi occidentali, che a loro volta mostrano di avere doppi standard».

Shandor ha aggiunto di  essere scettico sul fatto che in alcuni Paesi tutte le decisioni vengano prese dai leader politici: «Penso che neppure in Corea del Nord tutte le questioni sono risolte attraverso il capo dello Stato, ma in questo caso, in Arabia Saudita, qualcuno degli alti funzionari ha dato l’ordine di condurre un’operazione contro un giornalista dell’opposizione, sulla base di possibili cambiamenti nella gerarchia di Stato» e ha concluso: «La storia dell’omicidio di Khashoggi ha fatto scalpore grazie alla fama internazionale del giornalista. Tutto ciò succede mentre nessuno sa cosa sta accadendo veramente in Arabia Saudita alle persone comuni che potrebbero essere insoddisfatte per certi ordini locali».