Le bugie sanguinarie di Tony Blair e dell’Occidente, e la guerra contro lo Stato Islamico

Jeffrey Sachs, direttore dell’Earth institute e del Sustainable development solutions network Onu: «Ecco perché l’Isis persiste»

[7 luglio 2016]

Blair

Quindi, con il rapporto britannico sulla guerra in Iraq è venuto ufficialmente alla luce quello che tutti sapevano, anche coloro che non volevano sentirselo dire: «Nel marzo 2003 non c’era una minaccia imminente di Saddam Hussein» contro l’Occidente e l’allora premier laburista Tony Blair, alla ricerca della mitica “terza via” con la sua relazione contro natura con il presidente neoconservatore e neoliberista George W. Bush,  presentò all’opinione pubblica britannica prove dell’esistenza di armi di distruzione di massa che non c’erano, con una certezza «che non era giustificata». La stessa certezza con la quale l’allora segretario di Stato Usa Colin Powell presentò all’Assemblea generale dell’Onu una fiala con antrace prodotto in Iraq, che in realtà era un’innocua polverina confezionata per lui dai servizi segreti americani.

Queste menzogne sono state l’origine di un’orrenda mattanza di civili alla quale ha partecipato anche il nostro Paese – non si sa se complice consapevole dei bugiardi o ingannato –, comunque colpevole di aver innescato lo sconvolgimento mondiale che, di guerra in guerra, di strage in strage, ci ha portato alla “terza guerra mondiale” diffusa e agli attentati terroristici, a Nassirya, allo Stato Islamico e al massacro di italiani a Dacca.  E allora bisogna essere sinceri: se Blair – che qualcuno in Italia pensa ancora di imitare a blairismo defunto – fosse stato un leader della ex Yugoslavia o di un qualche Stato mediorientale o africano,  non sarebbe a fare imbarazzate e tiepide scuse per aver scatenato una strage mondiale su presupposti falsi, sarebbe in una cella in attesa del verdetto della Corte di giustizia dell’Aia, insieme a George W. Bush e a quanti con l’inganno hanno trascinato il mondo in una serie di guerre dove i morti, anche i nostri, si contano a centinaia di migliaia. È da quell’inverecondo incesto tra un laburismo stravolto e un neoliberismo vincente che è nato il mondo caotico e terribile che guardiamo orripilati, è da quell’inganno planetario che è nato il nuovo terrorismo ed è risorta la xenofobia. È dalla scelta politica di utilizzare l’estremismo islamico contro regimi scomodi, magari amici dell’Occidente fino a poche settimane prima, che sono nate le forze che ora gli stessi che ci mentirono ci chiamano a combattere.

A dirlo è anche Jeffrey D. Sachs, direttore dell’Earth institute alla Columbia University e del Sustainable development solutions network dell’Onu, che su Project Syndicate scrive: «I mortali attacchi terroristici di Istanbul, Dhaka e Baghdad dimostrano fin dove può arrivare la mano sanguinaria dello stato islamico (Isis) in Europa, Nord Africa, Medio Oriente e in alcune parte dell’Asia. Più a lungo l’Isis riuscirà a mantenere le sue roccaforti in Siria e Iraq, più a lungo la sua rete terroristica creerà tale carneficina. Eppure non è così difficile sconfiggere l’Isis. Il problema è che sinora nessuno degli stati coinvolti in Iraq e Siria, inclusi Stati Uniti e suoi alleati, ha trattato l’Isis come nemico primario. È tempo che lo facciano».

Sachs, come fa da molto tempo più modestamente greenreport.it, sottolinea che «l’Isis dispone di un’esigua forza di combattimento, che secondo gli Usa si aggira tra i 20.000 e 25.000 uomini in Iraq e Siria, e altri 5.000 all’incirca in Libia. Rispetto al numero di personale militare attivo in Siria (125.000), Iraq (271.500), Arabia Saudita (233.500), Turchia (510.600) o Iran (523.000), l’Isis è minuscolo. Nonostante le parole del presidente americano Barack Obama nel settembre del 2014 di “degradare e infine distruggere” l’Isis, gli Usa e i suoi alleati, inclusi Arabia Saudita, Turchia e Israele (dietro le quinte) puntano a rovesciare Bashar al-Assad in Siria».

Sachs fa l’esempio di una recente dichiarazione del generale maggiore israeliano Herzi Halevy: «Israele non vuole che la situazione in Siria finisca con [l’Isis] sconfitto, con le superpotenze che abbandonano la regione e con [Israele] lasciata nelle  mani di un Hezbollah e dell’Iran che hanno maggiori capacità» e sottolinea: «Israele si oppone all’Isis, ma la sua più grande preoccupazione è il supporto ad Assad da parte dell’Iran. Assad consente all’Iran di sostenere due nemici paramilitari di Israele, Hezbollah e Hamas. Israele dà quindi priorità alla rimozione di Assad rispetto alla sconfitta dell’Isis».

Ma Sachs affonda davvero i colpi quando ritorna all’inizio di tutto, a quello che voleva nascondere Blair: «Per gli Usa, guidati dai neoconservatori, la guerra in Siria è la continuazione di un piano per l’egemonia mondiale americana lanciata dal segretario alla Difesa Richard Cheney e dal sotto-segretario Paul Wolfowitz alla fine della Guerra fredda. Nel 1991 Wolfowitz riferì al generale americano Wesley Clark quanto segue: “Una cosa che abbiamo imparato [dalla guerra nel Golfo Persico] è che possiamo usare le nostre forze militari nella regione – nel Medio Oriente – e i sovietici non ci fermeranno. E abbiamo circa 5 o 10 anni per ripulire quei vecchi regimi sovietici – Siria, Iran (sic), Iraq – prima che la prossima grande superpotenza emerga a sfidarci”. Le guerre americane combattute su più fronti nel Medio Oriente – Afghanistan, Iraq, Siria, Libia e altri – hanno tentato di rimuovere l’Unione sovietica, e poi la Russia, dalla scena e dare agli Usa l’influenza egemonica. Questi sforzi sono falliti miseramente».

Oltre ad essere bugiardi con i loro popoli e i loro parlamenti, i leader occidentali sembrano non averci capito ancora nulla: «Per l’Arabia saudita, come per Israele, l’obiettivo principale è quello di rimuovere Assad allo scopo di indebolire l’Iran – scrive Sachs – La Siria è parte dell’ampia guerra per procura tra l’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita che si compie sui campi di battaglia di Siria e Yemen e negli aspri confronti tra sciiti e sunniti nel Bahrain e in altri paesi divisi della regione (inclusa la stessa Arabia Saudita). Per la Turchia, la destituzione di Assad rafforzerebbe il suo standing regionale. Eppure la Turchia ora deve affrontare tre nemici sul confine meridionale: Assad, l’Isis e i curdi nazionalisti. L’Isis sinora ha messo in secondo piano i timori della Turchia rispetto ad Assad e ai curdi. Ma gli attacchi terroristici diretti dall’Isis in Turchia potrebbero cambiare le cose».

Il fallimento della sanguinaria strategia neoconservatrice subita – quando non apertamente sostenuta – dalle socialdemocrazie europee  ha riportato nello scenario mediorientale i nemici che si volevano eliminare a tutti i costi: «Anche la Russia e l’Iran hanno perseguito i propri interessi regionali – ricorda Sachs – anche attraverso le guerre per procura e il supporto alle operazioni paramilitari. Eppure entrambe hanno segnalato la propria disponibilità a cooperare con gli Usa per sconfiggere l’Isis, e forse a risolvere anche altri problemi. Gli Usa sinora hanno snobbato queste offerte, perché concentrati a rovesciare Assad. L’establishment per la politica estera americana incolpa il presidente russo Vladimir Putin di difendere Assad, mentre la Russia accusa gli Usa di tentare di destituirlo. Queste due recriminazioni potrebbero sembrare simmetriche, ma non lo sono. Il tentativo da parte degli Usa e dei suoi alleati di rimuovere Assad viola la Carta dell’Onu, mentre il supporto della Russia ad Assad è conforme al diritto di autodifesa della Siria stabilito dalla stessa Carta. Sì, Assad è un despota, ma la Carta dell’Onu non autorizza nessun paese a scegliere quale despota deporre». Che è invece quello che hanno fatto gli Usa e i loro alleati in Iraq ed Afghanistan, con il risultato disastroso di scatenare il caos che ha creato un nuovo pericoloso terribile nemico, quello stesso che avevano allevato i bugiardi con le fiale di falso antrace in mano e il neo-laburismo thatcheriano. Questo nemico, che serve anche a nascondere e a rimandare il dibattito sulle responsabilità politiche di una catastrofe che è anche economica e umana, ha ora un nome: Stato Islamico/Daesh/Isis.

Ma Sachs è convinto che «la persistenza dell’Isis sottolinea tre difetti strategici nella politica estera americana, insieme a un difetto tattico fatale. Il primo: la ricerca dei neoconservatori dell’egemonia americana attraverso un cambio di regime non è solo profonda arroganza; è la tipica “sovraestensione imperiale”. Ha fallito ovunque gli Usa abbiamo provato questa tattica. La Siria e la Libia sono gli ultimi esempi. Il secondo: la Cia da tempo arma e addestra i jihadisti sunniti mediante operazioni di copertura finanziate dall’Arabia Saudita. A loro volta, questi jihadisti hanno dato vita all’Isis, che è una conseguenza diretta, per quanto imprevista, delle politiche perseguite dalla Cia e dai suoi partner sauditi. Il terzo: la percezione americana dell’Iran e della Russia come nemici implacabili dell’America è per molti versi obsoleta e scontata. È possibile un nuovo approccio con entrambi i paesi. Il quarto: sul fronte tattico, il tentativo degli Usa di combattere una guerra su due fronti contro Assad e l’Isis è fallito. Ogni volta che Assad è stato indebolito, i jihadisti sunniti, inclusi Isis e il Fronte al-Nusra, hanno riempito quel vuoto».

L’Occidente ha puntato su tutti i cavalli sbagliati, l’ultimo il presidente turco Erdgan, ora in rapida ritirata politica e strategica, ma che continua a massacrare i curdi – alleati sia dei russi che degli americani –  mentre i vecchi nemici sembrano godere di migliore salute politica: «Assad e le controparti irachene possono sconfiggere l’Isis se Usa, Russia, Arabia Saudita e Iran garantiscono copertura aerea e supporto logistico – evidenzia Sachs – Sì, Assad resterebbe al potere; sì, la Russia manterrebbe un alleato in Siria; e sì, l’Iran avrebbe influenza in quelle zone. Gli attacchi terroristici continuerebbero senza dubbio, forse anche nel nome dell’Isis per un certo periodo; ma il gruppo non avrebbe accesso alle basi operative in Siria e Iraq. Un esito di questo genere non solo metterebbe fine all’Isis sul territorio del Medio Oriente; potrebbe più in generale porre le basi per ridurre le tensioni regionali. Gli Usa e la Russia potrebbero iniziare a invertire la recente nuova guerra fredda tramite sforzi condivisi per sradicare il terrorismo jihadista. (un aiuto potrebbe essere anche l’impegno che la Nato non offra l’ammissione all’Ucraina né intensifichi le difese missilistiche nell’Est Europa)».

Sachs spera in un rinsavimento dopo anni di menzogne e di approccio ideologico neoliberista ai problemi del mondo e conclude dicendo che potrebbe esserci altro: «Un approccio cooperativo per sconfiggere l’Isis darebbe all’Arabia Saudita e alla Turchia la ragione e l’occasione di trovare un nuovo modus vivendi con l’Iran. La sicurezza di Israele potrebbe essere incrementata portando l’Iran in una relazione economica e geopolitica di cooperazione con l’Occidente, così aumentando le possibilità della creazione, da tempo attesa, di due stati in Palestina. L’ascesa dell’Isis è sintomo delle lacune dell’attuale strategia occidentale – soprattutto degli Usa. L’Occidente può sconfiggere l’Isis. La domanda è se gli Usa opteranno per una rivalutazione strategica necessaria per raggiungere tale scopo».

Questa volta, speriamo che non arrivi ancora un nuovo Tony Blair a mentire per loro e con loro.