Le elezioni francesi, la destra, la sinistra, l’Europa e l’Italia

Quel che negli altri Paesi si presenta come tragedia politica, nel nostro diventa farsa

[24 aprile 2017]

Il neocentrista Emmanuel Macron (23,6% dei voti), del movimento En Marche, e la neofascista, anti-europeista e xenofoba Marine La Pen (21,4%), del Front National, si contenderanno al secondo turno la presidenza della Repubblica francese. Il risultato sembra (fortunatamente) segnato e Macron diventerà – a meno di qualche catastrofe – con tutta probabilità il primo presidente della Francia “né di destra né di sinistra” e senza avere alla spalle un vero partito.

Nonostante le dichiarazioni soddisfatte, l’assalto al potere della neodestra lepenista francese è clamorosamente fallito e la candidata neofascista, che aveva addolcito il linguaggio ma non le intenzioni e che credeva di arrivare in testa almeno al primo turno, arretra rispetto ai recenti successi (più percentuali che sostanziali) alle elezioni regionali.

A pagare dazio sono soprattutto Les Républicains gollisti e i socialisti, con François Fillon che raggiunge, pur azzoppato dagli scandali, un dignitoso 19,94% e Benoît Hamon che porta il Parti Socialiste a un catastrofico 6,35%, frutto di una fallimentare presidenza di François Hollande, di un  tardivo ritorno a sinistra, del tradimento e della diserzione in massa verso Macron dell’ala destra del partito guidata dall’ex premier Manuel Valls, sconfitto alle primarie da Hamon e che, dopo aver allontanato con le sue politiche neoliberiste la base popolare del partito, ha pubblicamente detto che senza lui come candidato il Partito socialista era troppo di sinistra per poterlo votare.

Sta sicuramente in questa scissione a destra del Parti Socialiste, e nella caduta verticale di credibilità di un partito che ha tradito promesse e ideali, la ragione del successo di Jean-Luc Mélenchon, il candidato della coalizione di sinistra La France Insoumise che – nonostante la presenza di due candidati di partiti trotskisti – ottiene il 19,6%, diventando di gran lunga la prima forza della sinistra francese e mostrando in tutta chiarezza la crisi profonda della socialdemocrazia europea che, spostatasi al centro per occuparlo, si trova con una neodestra in crescita, con un nuovo centro che evidentemente è ritenuto più credibile dei socialdemocratici convertiti, e con una sinistra radicale che supera o tallona da vicino i partiti socialisti storici, come in Grecia, Olanda, Spagna…

Vista ora, la foto di solo pochi anni fa con  i leader socialdemocratici in maniche di camicia intorno a Matteo Renzi (che socialdemocratico di certo non è) a festeggiare il nuovo corso neocentrista – che ha portato alla disastrosa alleanza a Bruxelles con democristiani e liberali – è diventata, da foto di aspiranti vincitori, quella di leader che hanno subito una serie di umilianti sconfitte.

I voti di Europe Écologie Les Verts, ufficialmente alleati di Hamon, che aveva un ottimo programma ambientalista, probabilmente si  sono divisi pragmaticamente tra Macron – che nel suo discorso di ringraziamento di stanotte ha più volte citato l’ambiente come uno degli obiettivi della sua presidenza – e idealmente con Mélenchon, che prometteva una radicale virata verde per l’economia e la società francesi. I Verdi hanno pagato durissimamente l’alleanza neocentrista con Hollande, scomparendo dalla scena politica nel nome di una governabilità che non è riuscita nemmeno a chiudere le centrali nucleari più vetuste e pericolose, aprendo alla fine le porte dell’Eliseo a un neocentrista vero e più credibile di quella che avrebbe dovuto essere un’alleanza rosso-verde, portatrice di un cambiamento economico e sociale che nessuno ha visto.

Anche le reazioni europee e italiane alla vittoria di Macron e della Le Pen sono indicative di quanto sia grande la confusione sotto il cielo. Democristiani, liberali e socialdemocratici invitano tutti a votare Macron nel nome di un anti-populismo europeista (che la sinistra radicale continua a chiamare antifascismo) e cercano di intestarsi la vittoria di un candidato neocentrista il cui movimento organizzativamente – per la sua natura liquida, ibrida ed anti-ideologica, e solo per quello – somiglia molto a quello di Beppe Grillo.

Le reazioni politiche italiane sono paradossali: Matteo Renzi come sempre cerca di salire sul carro del vincitore – non essendo più lui alla guida di quel carro – ignorando il crollo di quello che avrebbe dovuto essere il suo partito di riferimento (il PS) e anche la grande avanzata di una sinistra radicale ormai egemone a sinistra, che sembra nuovamente la più votata tra i giovani e i lavoratori (insieme al Front National) e che ha saputo mettere insieme i profughi del Partito Socialista, il vecchio Parti communiste français e decine di sigle che si sono opposte alla Loi Travail di Hollande/Valls e che vogliono un’Europa molto diversa da quella neoliberista – in diversi modi temperata – di Macron, di Renzi, di Angela Merkel e di Martin Schultz.

Se Fillon e molti esponenti dei Les Républicains – dopo aver fatte proprie in campagna elettorale le paure su immigrati e islam diffuse a piene mani dalla Le Pen – chiedono di votare Macron per fermare l’avanzata di una destra “anti-repubblicana”, se Hamon ha già detto che i socialisti voteranno contro il pericolo neofascista, è probabile che anche a sinistra, nonostante Mélenchon non lo abbia dichiarato, prevarrà l’indicazione data dal Partito Comunista di votare turandosi il naso per il candidato liberista ed europeista, per impedire che una neofascista diventi presidente della Repubblica nata dalla Rivoluzione e dalla Resistenza.

Le reazioni italiane sono quasi comiche: di Matteo Renzi e del PD abbiamo già detto, ma è a destra che i commenti diventano un’imbarazzante farsa. Se il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani esulata per lo stop alle pericolose politiche populiste della neodestra populista incarnate dalla Le Pen e se altrettanto fanno esponenti del suo Partito, Forza Italia, gioiscono invece per lo “storico risultato” della Le Pen i loro alleati: Lega Nord e Fratelli d’Italia che su Europa, immigrati, convivenza civile dicono cose che ormai anche il Front National considera un po’ troppo estremiste. Eppure Forza Italia, Tajani, Silvio Berlusconi, Renato Brunetta (per non parlare di Daniela Santanchè e Alessandrqa Mussolini) sono pronti a portare a Palazzo Chigi – per battere il neocentrista Renzi alleato con i centristi Alfano e Casini – quella stessa destra populista e xenofoba che guardano allontanarsi con sollievo dalle porte dell’Eliseo grazie a un centrista.

La verità è che, alla vigilia del 25 aprile, mentre la destra liberale francese dice ancora una volta no a neofascisti e antieuropeisti, quella italiana che si autodefinisce tale li ha sdoganati da anni, fino a farli diventare egemoni al suo interno.

Se il primo turno delle elezioni presidenziali francesi segna definitivamente la crisi dei Partiti tradizionali europei e il caotico emergere di nuove forze a destra e sinistra, conferma anche che quel che negli altri Paesi si presenta spesso come tragedia politica, ideale ed umana, nel nostro diventa una pericolosa farsa.