«L'austerity aumenta le diseguaglianze e non distingue fra spesa buona e cattiva»

L’Europa della Merkel, Frassoni: «Andare verso l’Ue “a la carte” è accelerarne la disgregazione»

«L'Unione europea a più livelli di integrazione può funzionare solo se c'è un cuore saldo al centro. Anzi se ha cuore»

[6 febbraio 2017]

Bene bene. Dopo l’illusione di tenere tutti uniti e disciplinati dietro la “Mutti”, anche la signora Merkel si rende conto che così proprio non si può andare avanti e parla di diversi gradi di integrazione. Lasciamo perdere chi non ci sta e procediamo con chi vuole andare avanti. In teoria, ottimo; in pratica, da vedere per bene.

Un’Europa a più velocità può voler dire fare un’Europa “à la carte”, nella quale ognuno decide di volta in volta su cosa cooperare o integrarsi. Trionfo della cooperazione volontaria fra governi, fine dell’idea di una democrazia sovranazionale. Oppure può voler dire, come pensa Schauble da molto tempo, una Ue fondata sull’euro, e su regole di obbligo assoluto di pareggio di bilancio e altre schaublate varie; con condizioni precise, unione fiscale e meccanismi di solidarietà, però fondati sull’adesione anche ideologica al dogma del fiscal compact.

La base, l’eurozona: se non tutti ce la fanno se ne può espellere qualcuno, magari inventarsi un euro a due classi; ma non necessariamente. Entrambi questi modelli sono insostenibili. Anche se teoricamente attraenti, soprattutto il primo, sono convinta che alla prova della realtà, non funzioneranno.

Il primo perché saltellare da una politica all’altra (la difesa con francesi, tedeschi, spagnoli; l’ambiente coi nordici; le tasse con chi ci sta) non è semplice come si crede e la storia di questi 60 anni ha chiaramente dimostrato che o ci sono norme e regole comuni, con istituzioni comuni che le decidono e una Corte che ne controlla la legalità, o ci si blocca. E poi come gestire il patrimonio comune di regole e spezzettarlo fra chi vuole mantenerlo e chi no? Andare verso l’Europa “a la carte” è accelerare la disgregazione della Ue e tornare alla logica della Società delle Nazioni.

E il secondo perché la dottrina dell’austerity non fa che aumentare diseguaglianze e non distingue fra spesa pubblica buona e cattiva, si basa su un’ideologia bislacca e poi, dai, è fallito. Certo, un bel numero di ministri delle finanze non la pensano così ed è convinto che ora le cose vadano benissimo, vedi l’ultimo discorso Presidente dell’eurogruppo, esempio limite di socialista venduto al nemico.

Io credo invece che la battaglia da fare sia un’altra. E a quanto pare lo credeva pure la Merkel nel 2012, quando diceva: “And most of all we need a political union – which means we need to gradually cede powers to Europe and give Europe control.”

La definizione delle velocità non deve essere stabilito sulla base delle voglie passeggere dei governi. Ma sulla base di un patto federativo, dello stesso valore di quello firmato a Roma nel 1957. La “velocità” deve essere quella di un’Ue nella quale non ci sia più potere di veto di questo e di quello. Nella quale se uno viola le libertà e le regole dello stato di diritto e uno qualsiasi dei nobili obiettivi definiti nell’art. 3 viene invitato a cambiare strada, un po’ come capita con l’Albania adesso che sta riformando il suo sistema legale per poter aspirare a entrare nella Ue o come è successo in Romania e Bulgaria prima dell’adesione; se non lo fa sanzioni, come quelle che si prospettano per le ragioni sbagliate quando si penalizzano i pensionati greci; un’Ue che dispone di un bilancio serio, finanziato attraverso tasse comuni, magari una tassa sulle transazioni finanziare o una carbon tax e non contributi nazionali negoziati attraverso penose trattative, finalizzate a dare il meno possibile e ad annunciare alle proprie opinioni pubbliche di aver ripreso due soldi; e che ha un parlamento eletto almeno in parte sulla base di liste traseuropee alla fine di una campagna elettorale europea. Nella quale potranno correre naturalmente anche Le Pen e Salvini, tutti uniti verso il baratro, dove speriamo di farli presto cadere.

Siamo chiari: l’Unione politica non è la panacea di per sé. Se le forze progressiste, ecologiste, libertarie, non convincono quella metà del corpo elettorale che se ne sta a casa ad andare a vincere le elezioni europee, saremo sempre nelle mani di Juncker e Tusk, Merkel e Rajoy. Perché checché se ne dica, anche in Europa vige la regolina facile facile delle maggioranze politiche.

Anche se ci fosse un’Ue veloce, unita, governata da istituzioni espressione del popolo, potrebbe continuare a fare stupidate.

Insomma, l’Ue è un progetto da riconquistare. Velocemente. L’Ue a più livelli di integrazione può funzionare solo se c’è un cuore saldo al centro. Anzi se ha cuore.

di Monica Frassoni, co-presidente del Partito Verde Europeo