L’odio non è opinione: una ricerca contro l’hate speech nei media e online

Le pagine delle testate nazionali e locali sui social network sono ormai piazze virtuali in cui dilagano i discorsi d'odio contro i migranti

[23 marzo 2016]

odio discriminazione media social network

In occasione della giornata mondiale contro il razzismo è stata presentata a Roma la prima ricerca italiana sui “discorsi d’odio” nei media e online, promossa da Cospe nell’ambito del progetto europeo Bricks (Building respect on the internet by combating hate speech). Quest’iniziativa ha visto la partecipazione della Federazione nazionale della stampa, insieme a Articolo 21 e Carta di Roma in collaborazione con www.illuminareleperiferie.it.

Il tema della diffusione dei discorsi d’odio (gli hate speech) in Italia e del suo contrasto è all’attenzione dell’opinione pubblica e dei decisori politici ormai da tempo, ma ha assunto una rilevanza particolare con la grave crisi umanitaria che ha portato in Europa migliaia di profughi e rifugiati, provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente. Spesso i giornali non restituiscono un’immagine corretta di quello che sta accadendo, favorendo in tal modo il moltiplicarsi delle espressioni di incitamento all’odio razziale nei confronti di rifugiati, migranti e minoranze. I forum dei giornali online, i commenti a margine degli articoli, le pagine Facebook delle testate nazionali e locali sono ormai piazze virtuali in cui dilagano i discorsi d’odio contro i migranti. Questo fenomeno, difficilmente monitorabile e controllabile, mette in luce un quadro ricco e controverso, e apre il dibattito sui confini fra libertà di espressione e offese. I social media hanno il pregio di permettere un confronto diretto con chi produce le notizie, dando la libertà di potersi esprimere su ogni argomento; ma il diritto di diffondere il proprio pensiero si traduce troppo spesso in commenti intrisi di violenza e discriminazione nei confronti del “diverso”.

Si tratta di un fenomeno in crescita: nel 2014, l’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) ha registrato 347 casi di espressioni razziste sui social, di cui 185 su Facebook e gli altri su Twitter e Youtube. A questi se ne aggiungono altri 326 nei link che li rilanciano, per un totale di 700 episodi di intolleranza, con un trend in crescita per il 2015.

La ricerca è stata svolta tramite l’analisi qualitativa di casi studio, monitoraggio di articoli esemplificativi e interviste con giornalisti delle principali testate italiane ed esperti del settore.

Lo studio è stato portato avanti su due livelli: il primo ha affrontato il mondo della stampa, lavorando a stretto contatto coi giornalisti, principali produttori di informazione, e si è focalizzato sulle modalità di monitoraggio delle notizie e dei commenti dei lettori da parte delle varie testate. Il secondo livello si è sviluppato lavorando con le scuole, con lo scopo di prevenire i discorsi d’odio affrontandoli a livello educativo e culturale, così da creare un nuovo modulo educativo multimediale. In particolare sono stati realizzati corsi di formazione per gli insegnanti, non sempre aggiornati sul mondo dei new media e dei social network. Si è inoltre lavorato coi ragazzi, per sensibilizzarli e renderli più consapevoli della pericolosità dei discorsi d’odio.

Le conclusioni della ricerca non sono confortanti anche per quanto riguarda i siti di informazione. Nei casi rilevati si è riscontrato un uso insufficiente degli strumenti di moderazione da parte delle redazioni giornalistiche, perfino quando il linguaggio si rilevava pesantemente offensivo. La prassi più diffusa è risultata quella di rimuovere il messaggio offensivo, ma manca quasi sempre un intervento esplicito di un moderatore che riporti la discussione su toni accettabili o che richiami i lettori a un uso corretto dello spazio di commento. I giornalisti e le redazioni – ci indica la ricerca – dovrebbero assumersi la responsabilità di valorizzare interventi più obiettivi e consapevoli, monitorando la qualità del dibattito e guidando i toni della conversazione, al fine di evitare una deriva delle esternazioni.

A questa ricerca seguiranno in contemporanea altre iniziative per combattere l’hate speech: un decalogo per social media manager, un percorso formativo per insegnanti, toolkit multimediale, e un evento finale di sensibilizzazione.

Inoltre, con lo slogan “Silence hate – Changing words changes the world” e l’hashtag #silencehate ha preso il via dal 21 marzo la campagna europea contro l’hate speech on line.  Obiettivo della campagna web, porre l’attenzione sulla necessità di impedire la diffusione dell’odio e promuovere un uso consapevole della rete: uno sforzo collettivo, che veda impegnati le testate, i lettori, i proprietari dei social network e che riparta da quegli elementi costitutivi della rete stessa, la libertà e la partecipazione.

La ricerca è disponibile al seguente link: L’odio non è un’opinione.

di Elena De Zan (Cospe) per greenreport.it