L’Onu a Israele: «No alla demolizione di 35 villaggi e allo spostamento forzato di 40.000 beduini»

[26 luglio 2013]

L’Alto commissario Onu per i diritti umani, Navi Pillay, ha esortato Israele a «riconsiderare il progetto di legge che comporterebbe la demolizione di 35 villaggi beduini e forzerebbe 40.000 membri di questa comunità ad abbandonare le loro terre ancestrali».

Pillay ha ricordato al governo di centro-destra israeliano che «in quanto cittadini di Israele, i beduini arabi devono godere degli stessi diritti alla proprietà, all’abitazione e ai servizi pubblici di qualsiasi altro gruppo in Israele. Il governo deve riconoscere e rispettare i diritti specifici delle comunità beduine, comprese le loro rivendicazioni sulla terra».

Ma l’appello dell’Onu difficilmente verrà ascoltato in un Paese che ha messo in piedi una specie di apartheid, dagli arabi, dai beduini considerati “collaborazionisti” dalle altre etnie, per finire con gli immigrati neri di origine etiope.

In prima lettura il progetto di legge Prawer-Begin è stato adottato il 24 giugno da una risicata maggioranza alla Knesset e dovrà passare in seconda e terza lettura  prima della fine di luglio. Pillay è molto preoccupata perché «questo progetto cerca solo di legittimare lo spostamento forzato e lo spossessamento delle comunità autoctone beduine installate nel deserto del Negev, nel  sud di Israele, senza riconoscere i titoli fondiari che possiedono tradizionalmente nella regione».

In cambio  il progetto di legge offre ai beduini risarcimenti ridicoli e a condizione che si installino in una delle 7 zone urbane di popolamento beduino ufficialmente create dal governo. Siamo ai Bantustan sull’esempio sudafricano, con i beduini che vengono allontanati dalle zone del Negev troppo vicine alla centrale nucleare di Dodome ed ai suoi segreti atomici militari, ma anche da Gaza e dal Sinai egiziano sempre più strategiche che Israele vuole circondare con insediamenti ebraici.

Lo sa anche Pilay  che ha detto: «Se questa legge dovesse vedere la luce, accelererebbe, nel nome dello sviluppo, la distruzione di intere comunità, forzandole ad abbandonare le loro case, privandole dei loro diritti di proprietà della terra e portando un colpo fatale al loro modo di vita tradizionale».

L’Alto Commissario Onu ha anche ricordato che «la Commissione  Goldberg, istituita nel 2008 dal governo israeliano, aveva riconosciuto che i beduini del Negev dovevano essere considerati come cittadini uguali che hanno legami storici con la terra e che sono dei residenti legittimi del Negev. Il rispetto dei diritti legittimi delle minoranze è un principio fondamentale in ogni democrazia. E’ spiacevole che il governo israeliano persegua attivamente una politica discriminatoria verso i suoi cittadini di origine araba».

Pilay ha concluso dicendo che «un riesame del progetto di legge deve prevedere un procedimento veramente consultivo e partecipativo che coinvolga tutti i rappresentanti delle comunità beduine nel Negev».

Già il 28 maggio l’United Nations relief and works agency (Unrwa) aveva pubblicato uno studio sulle conseguenze del re-installamento forzato di 150 famiglie palestinesi di origine beduina in seguito all’espansione del 1997 della colonia ebraica di Ma’ale Adummim, illegale come tutte le altre secondo il diritto internazionale.

Lo studio, pubblicato insieme all’Ong israeliana Bimkom, dimostra che la situazione di queste famiglie trasferite nel villaggio di Al Jabal «è invivibile sia sul piano economico che sociale. La reinstallazione intorno ad un solo polo urbano sta effettivamente distruggendo la coesione sociale e l’economia di base di queste comunità pastorali e nomadi».

Secondo il portavoce dell’Unrwa, Chris Gunness, « le autorità israeliane pensano di creare un secondo villaggio beduino nella Cisgiordania  occupata: Le conclusioni senza ambiguità di questo rapporto potrebbero condurre ad una revisione del progetto».

Quella della piccola comunità beduina scacciata da Ma’ale Adummim sembra la prova generale della ghettizzazone forzata dei beduini israeliani:  le comunità che dovevano farne parte hanno respinto il progetto di re-installazione, denunciando danni irreversibili al loro modo di vita ed alla loro economia tradizionale.

«Come nel caso del villaggio di  Al Jabal – dicono Unrwa e Bimkom – se questo re-insediamento dovesse aver luogo, sarebbe simile ad una espulsione forzata, incompatibile con il diritto internazionale».

Bimkom sottolinea che «l’allocazione di una piccola parcella di terreno per ogni famiglia,  collegata alle infrastrutture di base, può portare a delle violazioni dei loro diritti fondamentali. In effetti, gli aspetti socio-culturali devono essere presi pienamente in considerazione, mentre il progetto dovrebbe  essere adottato e condotto congiuntamente con gli abitanti dei villaggi».