Il premier irakeno: «L'Iraq ha bisogno di tre mesi per eliminare il Daesh»

L’ultima di Erdogan: l’Occidente sostiene i gruppi terroristi in Siria. Sono gli stessi che sostiene lui

Il vero obiettivo della Turchia sono i Kurdi del Rojava e le forze democratiche siriane

[28 dicembre 2016]

erdogan-putin

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha compiuto l’ultima giravolta e ieri ha accusato l’Occidente di aver violato le sue promesse in Siria, sostenendo i gruppi terroristici, compresi i miliziani neri dello Stato Islamico/Daesh. Durante una conferenza stampa congiunta con il presidente della Guinea Alpha Conde, Erdogan ha detto che «le forze della coalizione sfortunatamente non stanno mantenendo le loro promesse. Che lo facciano o no, noi continueremo su questa strada in maniera determinata. Non faremo marcia indietro dalla via che abbiamo scelto».

In realtà Erdogan non ce l’ha affatto con i gruppi settari islamisti che continua a foraggiare ed armare, ma con l’appoggio degli Stati Uniti alle Unità di protezione del popolo (Ypg/Ypj), il braccio armato del Partito dell’unione democratica (Pyd), la forza politica egemone nel Rojava liberato dal Daesh e che sta guidando l’offensiva delle Syrian democratic forces (Sdf) multietniche  contro a “capitale” dello Stato Islamico Raqqa,

Infatti, a fine agosto la Turchia ha invaso il nord della Siria con la scusa della guerra contro il Daesh, ma in realtà per fermare l’avanzata delle Sdf/Ypg/Ypj che stava unendo il territorio dei cantoni del Rojava e creando lungo tutto il confine con la Siria una entità autonoma progressista.

Va anche detto che l’esercito turco e i miliziani della Free syrian army (Fsa) che arma e finanzia, stanno subendo da diverse settimane pesanti perdite nel tentativo  di conquistare Al-Bab, a circa 25 kim a sud della frontiera turca, nella provincia di Aleppo, che era stata praticamente circondata dai kurdi prima dell’invasione turca.  Erdogan ha assicurato che la Turchia ha completamente circondato il Daesh ad Al-Bab, ma ha ammesso che  «Abbiamo dei martiri (…) ma non c’è nessuna marcia indietro possibile. Che le forze della coalizione mantengano o meno le loro promesse, proseguiremo la nostra strada con determinazione».

Comunque Erdogan  ha ribadito che « Gli occidentali sostengono tutti i gruppi terroristi, le Ypg, il Pyd   come il Daesh. E’ perfettamente evidente. La Turchia dispone di immagini che lo provano». Così come abbondano le immagini che provano il coinvolgimento di Ankara nel traffico di petrolio, armi e nel passaggio di foreign fighters dello Stato Islamico attraverso la sua frontiera e le prove che la Turchia sta finanziando e armando gruppi di combattenti islamisti che ha riunito nelle Fsa, prima considerate “l’opposizione moderata” al regime di Assad ed oggi più di ieri braccio armato della Turchia in Siria, prima utilizzato contro Assad, russi e iraniani ed oggi lanciati contro la vera ossessione di Erdogn: la rivoluzione progressista del Rojava.

La svolta anti-occidentale di Erdogan era nell’aria, ma si è concretizzata nel summit di Mosca con Russia, Iran e Siria del 26 dicembre , dove il presidente turco – lo stesso che ha fatto abbattere aerei russi, che armava e pagava i turcomanni islamisti per abbattere gli elicotteri di Putin, che voleva morto il presidente siriano Bashir al-Assad e accusava l’Iran di armare i “terroristi” sciiti – ha detto che «La Turchia e la Russia sostengono un piano mirante a mettere intorno al tavolo le differenti parti del conflitto siriano».

 I colloqui di pace sulla Siria si dovrebbero tenere ad Astana, la capitale del Kazakistan, a partire da metà gennaio. Erdogan ha spiegato che «I gruppi terroristi non saranno accettati», ma che gli piacerebbe se a quel tavolo ci fossero i suoi «partener sauditi e qatari», cioè i due Paesi che hanno sicuramente armato e finanziato gruppi terroristici come Al Nusra, lo stesso Daesh e milizie fedeli ad Al Qaeda, mentre Siria, Iran e Russia considerano terroristi praticamente tutti i gruppi armati confluiti nell’Fsa che combattono i kurdi a fianco di Erdogan. Inoltre Arabia Saudita e Qatar partecipano alla coalizione Occidentale che Erdogan accusa di sostenere i terroristi siriani e la Stessa Turchia, che fa parte della Nato, è alleata di tutti i Paesi che complotterebbero col nemico.

Le smemorate dichiarazioni di Erdogan arrivano lo stesso giorno in cui la Russia ha accusato gli Usa di «sponsorizzare il terrorismo» in Siria. Accuse che arrivano il giorno dopo che Barack Obama ha firmato un  National Defense Authorization Act che prevede apertamente la possibilità di fornire più armi ai ribelli siriani. La portavoce del ministero degli esteri russo, Maria Zakharova, ha detto che «Quelle armi  troveranno presto la strada per arrivare aii jihadisti» e, imitando Erdogan, ha aggiunto che «l’America si è rifiutata di cooperare pienamente nella lotta al terrorismo».

Ma in soccorso alla giravolta siriana di Erdogan arriva anche la destra americana che sta per entrare alla Casa Bianca e che ha sponsorizzato l’opposizione armata ad Assad prima di diventare filo-putiniana. Newt Gingrich, ex portavoce repubblicano al Congresso Usa, ha detto a Fox News che «Il Presidente eletto USA Donald Trump e il so team di transizione ritengono l’assenza degli Stati Uniti nei negoziati sulla Siria a Mosca uno dei fallimenti della politica estera dell’amministrazione dell’attuale Capo di Stato di Barack Obama. Credo che Trump sia consapevole del completo fallimento della strategia di politica estera di Obama, Kerry, Clinton in questa regione. A Mosca si sono svolti colloqui con la partecipazione della Turchia, che è un’alleata Nato da quasi 50 anni. L’Iran e la Russia decidono di condurre i negoziati sulla Siria e il contributo dell’America è nullo. Gli Stati Uniti si trovano in un vicolo cieco, quindi devono ripensare le loro mosse».  Evidentemente l’isolazionismo di Trump mostra già qualche crepa e la delega a Putin per mettere a posto le cose in Siria non sembra poi così certa.

A corroborare quanto detto dall’ex “nemico” Erdogan e dall’ancor nemico Gingrich arriva anche il  ministro della difesa iraniano, Hossein Dehghan, che in un’intervista a RT, il network internazionale russo vicinissimo a Putin, ha affermato che «Washington sembra impreparato a svolgere un ruolo serio nella lotta contro lo Stato Islamico, in quanto ha favorito i terroristi e ora li vuole far  rimanere in Medio Oriente,  La coalizione occidentale è di natura formale, non hanno alcuna reale intenzione di combattere né in Siria né in Iraq. Noi non vediamo nessuna disponibilità da parte loro di svolgere un ruolo veramente utile e significativo in combattimento. Questo perché è li che hanno allevato i  terroristi e sono interessati a tenerceli».

Dehghan ha smentito che Teheran abbia mai coordinato le sue operazioni in Siria con gli americani e che che «non potrà mai collaborare con loro», anche se è noto che in Iraq “volontati” iraniani e forze speciali Usa combattono fianco a fianco.

Secondo il ministro degli esteri iraniano, Forse le forze della coalizione vorrebbero vedere i terroristi indeboliti, ma certamente non distrutti, perché quei terroristi sono il loro strumento per destabilizzare la regione e alcune altre parti del mondo. Al-Nusra (nota anche come Jabhat Fateh al-Sham) i terroristi in Siria ricevono sostegno da parte degli Stati Uniti, Arabia Saudita e Qatar».  Ma Dehghan  ha accusato anche la  Turchia di sostenere i terroristi sul terreno, aggiungendo: «Se l’Iran, la Russia e la Siria raggiungeranno un accordo con la Turchia per porre fine al sostegno turco a quei gruppi terroristici, è particolarmente a Jabhat al-Nusra, e per iniziare a combatterli, allora penso che vedremo migliorare la situazione in Siria. Qualsiasi cessate il fuoco in Siria richiede garanzie e tutte le parti dovrebbero accordarsi per soddisfare le condizioni per una tregua. Non dobbiamo lasciare che lo Stato islamico o i gruppi vicini ad Al-Nusra partecipino al cessate il fuoco. Tutti gli altri gruppi dovrebbero avviare un processo politico e le trattative con il governo siriano. Dopo l’entrata in vigore della tregua, è importante separare i terroristi e gruppi di opposizione pronti a negoziare con il governo siriano. Tutte le parti dovrebbero lottare contro  Al-Nusra, Tutti dovrebbero smettere di sostenere i terroristi nelle aree politiche, finanziarie e militari». Come si vede gli iraniani – e probabilmente i russi – non vogliono escludere i kurdi del Rojava e le Sdf dal tavolo delle trattative.

Ma Dehghan teme che  i gruppi terroristi presenti in Siria, che  hanno subito ingenti perdite nella battaglia di Aleppo possano riprendersi e riorganizzarsi approfittando del cessate il fuoco: «Durante la battaglia per [la città siriana di] Aleppo hanno perso molti comandanti e combattenti. Queste perdite hanno costretto i terroristi a lasciare Aleppo.

Cosa sta succedendo – e cosa sta combinando in realtà Erdogan – lo spiega  Kurdish Question: «I militanti della Free syrian army Liberi (Fsa), recentemente evacuati da Aleppo con un accordo tra la Turchia, la Russia e l’Iran, devono essere assimilati nell’Operation Euphrates Shield per combattere i Kurdi».

Kurdish Question  riprende un rapporto pubblicato dal giornale filo-governativo turco Sabah, secondo il quale i gruppi della Fsa evacuati da Aleppo  – considerati terroristi da Siria, Russia e Iran . si stanno unendo sotto un’unica forza per sostenere l’esercito turco ad  Al-Bab contro lo Stato Islamico, prima di passare a Manbij e Afrin, zone liberate dalle Sdf a guida kurda. Sabah che cita fonti dell’intelligence turca, rivela che i combattenti dell’Fsa verranno addestrati dall’esercito turco.

Tutti gli esperti indipendenti dicono che l’attacco lanciato dalla Turchia contro Al-Bab punta solo ad impedire che i kurdi del Rojava conquistino la città e non certo a combattere il Daesh. Il vero scopo di Erdogan è quello di riuscire a impedire che le Sdf guidate delle Ypg/Ypj, conquistando Al-Bab, uniscano i cantoni del Rojava-Federazione del Nord della Siria. I media turchi scrivono che in Siria sono morti almeno 40 soldati negli scontri con il Daesh e accusano molti militanti dell’Fsa sostenuti dalla Turchia di aver disertato dall’Operation Euphrates Shield, lasciando i soldati turchi a combattere da soli.

Il governo turco si oppone strenuamente a una soluzione federale per la Siria che prevede una entità kurda autonoma che i combattenti del Rojava si sono conquistati sul campo. Per questo Ankara ha sostenuto e continua a sostenere diversi gruppi islamisti reazionari che odiano le forze kurde e democratiche siriane, laiche e che praticano la parità tra uomini e donne, che ha portato alla formazione delle Ypj, le Unità di protezione femminile. Il governo islamista turco ha scatenato una guerra contro i gruppi politici e militari kurdi in Turchia, Siria e Iraq, definendola «mobilitazione nazionale per difendere la patria».

Intanto, in Iraq,  il premier Haider al Abadi  ha annunciato che «Le condizioni attuali indicano che l’Iraq ha bisogno di tre mesi per eliminare il Daesh». Al Abadi ha duramente criticato il ministro degli Esteri saudita Adel al Jubeir che ha accusato le forze paramilitari irachene della mobilitazione popolare (Pmu), composte in buona parte da miliziani sciiti – anche iraniani – che sarebbero amati anche da Teheran, di compiere vendette contro la popolazione sunnita. «Respingo le dichiarazione di Jubeir sulle forze Pmu e invito l’Arabia Saudita a risolvere i suoi problemi senza coinvolgere l’Iraq», ha detto il premier di Baghdad.

Il comandante della Seconda forza d’élite irachena, generale Maan al Saadi, ha detto al  giornale iraniano Pars Today  che «Le forze anti-terrorismo irachene stanno per lanciare la seconda fase dell’offensiva per liberare la parte orientale di Mosul, seconda città dell’Iraq e ultima roccaforte del Daesh nella provincia settentrionale di Ninive. Le forze di sicurezza stanno completando ora i preparativi per lanciare la seconda fase della liberazione di Mosul es. Nella prima fase dell’operazione sono stati liberati 40 distretti su un totale di 56 presenti a Mosul est, con grandi perdite umane e materiali per Daesh».  Ma le azioni suicide dei miliziani del Daesh hanno costretto le forze irachene a ritirarsi più volte dai distretti liberati, poi ripresi con l’aiuto dei raid aerei della coalizione internazionale a guida Usa. Secondo quanto dichiarato lo scorso 21 dicembre dall’ambasciatore statunitense a Baghdad, Douglas Silliman, «A Mosul sono presenti 285.000  edifici e i terroristi del Daesh usano i civili come scudi umani e attaccano le aree liberate. Per questo, le operazioni per liberare Mosul procedono lentamente. Dopo l’ingresso (delle forze irachene) a Mosul i nostri raid hanno cambiato obiettivo. Prima si colpivano soprattutto i camion di rifornimenti e le autobombe guidate da attentatori suicidi. Ora si distruggono le fabbriche che producono autobombe e i ponti per evitare che Daesh si rafforzi e riceva aiuti». La battaglia per liberare Mosul dal Daesh è iniziata 17 ottobre e, secondo il governo irakeno, finora i combattimenti hanno causato almeno 125.000 sfollati.