Un nuovo studio dice di no e conferma le tesi del Papa sulle armi

Ma davvero ci sono meno guerre?

[9 settembre 2013]

Mentre gli Usa e la Francia (sembra con la Turchia) si apprestano ad attaccare la Siria per andare in aiuto di quella rivoluzione che Domenico Quirico, l’inviato della Stampa appena liberato dopo 5 mesi di sequestro, ha detto che è stata tradita e che «Non è più la rivoluzione laica di Aleppo, è diventata un’altra cosa» perché è finita nelle mani integraliste e spietate di «Marziani malvagi e cattivi», l’Ohio State University pubblica uno studio che smentisce le continue affermazioni su una chiara tendenza delle nazioni a essere sempre meno desiderose di fare guerre.

Lo studio di Bear Braumoeller, professore di scienze politiche alla l’Ohio State University, che ha presentato la sua ricerca il 29 agosto al meeting annuale dell’ American Political Science Association sul tema “Power & Persuasion”, ci aiuta in parte a capire il perché si vuole convincere l’opinione pubblica a schierarsi, a scegliere tra due fascismi che si confrontano: quello del regime “laico” nazional-socialista del partito Ba’aht di Bashir Al Assad e quello dell’integralismo islamico senza misericordia dei “marziani malvagi e cattivi” finanziato ed armato dalle monarchie assolute waabite di Arabia Saudita e Qatar. Una trappola nella quale sembra caduto anche qualcuno della sinistra italiana, che ha elevato ad eroi anticapitalisti un dittatore come Assad, rampollo di una feroce e sanguinaria dinastia di dittatori, e l’amico fraterno di Silvio Berlusconi, l’ex agente del Kgb Vladimir Putin, fresco di presunti nuovi brogli elettorali nelle elezioni per il sindaco di Mosca, che è arrivato a dire che Russia e Cina sono i garanti del diritto internazionale.

Braumoeller, riporta tutto alla sostanza vera della discussione: la guerra è una scelta politica fatta da chi comanda sulla testa dei popoli, smentendo il luogo comune che i conflitti sembrano essere diminuiti rispetto al passato e che il mondo, dopo la seconda guerra mondiale abbia vissuto, come mai prima, un periodo di sostanziale pace. Secondo il ricercatore statunitense, «Questo è dovuto più ad una incapacità di combattere che a una mancanza di volontà di farlo. Dopo la frammentazione degli imperi,  il mondo si è diviso in Paesi che sono più piccoli, più deboli e più distanti, in modo che sono meno in grado di combattersi l’un l’altro. Una volta che si tiene conto della loro capacità di combattere l’un l’altro, la tendenza ad andare in guerra non è davvero cambiata nel corso degli ultimi due secoli».

Eppure diversi ricercatori negli ultimi anni hanno sostenuto che la guerra è in declino, a cominciare da Steven Pinker che con nel  suo libro “The Better Angels of Our Nature: Why Violence Has Declined” del 2011 porta come prova un calo della percentuale dei morti in guerra. Ma secondo Braumoeller questo dato è sbagliato: «Questo riflette accuratamente il rischio del cittadino medio di morire in una in guerra, ma i calcoli dei paesi in guerra sono più complicati di così. Inoltre, dato che la popolazione cresce in modo esponenziale, sarebbe difficile che le morti di guerra tengano il passo con il numero di persone in forte espansione in tutto il mondo. Dato che non siamo in grado di prevedere se le guerre saranno  semplici e veloce o lunghe e complicate ( vi ricordate dalla “Missione compiuta”? una migliore misurazione  di quanto noi esseri umani siamo bellicosi parte da quanto spesso i Paesi usano la forza,  sia come attacchi missilistici o scaramucce armate di confine, contro altri Paesi. Uno di questi utilizzi  della forza, concettualmente, potrebbe far iniziare una guerra, quindi la loro frequenza è una buona indicazione di come siamo inclini guerra in un determinato momento».

Braumoeller per il suo studio ha utilizzato il database Correlates of War Militarized Interstate Dispute, lo stesso utilizzato dai ricercatori di tutto per studiare in quale misura gli atti di forza portino a vere guerre.

I dati dimostrano che l’uso della forza è rimasto più o meno costante fino alla prima guerra mondiale, ma poi è costantemente aumentata negli anni successivi. Secondo Braumoeller, «Questa tendenza è coerente con la crescita del numero di Paesi nel corso degli ultimi due secoli. Ma guardare solo al numero di conflitti per ogni coppia di Paesi è fuorviante, perché i Paesi non vanno in guerra se non sono “politicamente rilevanti” per l’altro. Il potere militare e la geografia giocano un ruolo importante nella rilevanza, ma è improbabile che un Paese piccolo e debole del Sud America inizi una guerra con un Paese piccolo e debole dell’Africa. Una volta tenuto conto sia del numero di Paesi che della loro rilevanza politica per l’uno per l’altro, i risultati hanno mostrato che non c’è stato essenzialmente nessun cambiamento nella tendenza dell’utilizzo della forza nel corso degli ultimi 200 anni».

Mentre i ricercatori come Pinker dicono che i Paesi sono in realtà meno inclini di prima a combattere,  Braumoeller ribatte che «Questi risultati suggeriscono un motivo diverso per la recente diminuzione delle guerre. Con i Paesi che sono più piccoli, più deboli e più distanti gli uni dagli altri, certamente ci sono meno capacità di combattere. Ma noi, come esseri umani non dovremmo credere, per stare più tranquilli, al fatto che non siamo più  in grado di combattere come lo eravamo una volta. In realtà non c’è alcuna indicazione che abbiamo meno propensione a fare la guerra».

Basterebbe pensare alla Siria del “marziani malvagi e cattivi” ed alle cento guerriglie per procura per accaparrarsi le risorse in tutto il mondo per farci capire quanto sia concreta e difficile la via del pacifismo e quanto abbia ragione Papa Francesco quando dice che  «Sempre rimane il dubbio se questa guerra sia davvero una guerra o una guerra commerciale per vendere armi, o per incrementarne il commercio illegale».