Maldive: cosa c’è dietro l’autogolpe per impedire il ritorno del presidente ambientalista

Le Maldive sulla scacchiera della globalizzazione. E Cina e India non stanno a guardare

[8 febbraio 2018]

Le Maldive restano sotto la cappa dello stato di emergenza e della legge marziale, dichiarate dal presidente islamista Abdulla Yameen dopo che la Corte suprema aveva decretato la liberazione dei capi dell’opposizione e il ritorno in patria dell’ex presidente – ambientalista, laico e progressista –  Mohamed Nasheeed.

I turisti occidentali che affollano i paradisiaci atolli delle Maldive probabilmente non se ne sono accorti, ma questo arcipelago corallino sperso nell’Oceano Indiano non rischia solo di sprofondare nel mare che risale spinto dal riscaldamento climatico, è già immerso da anni in una crisi politica che è riesplosa dopo che il primo febbraio la Corte suprema Abdulla Saeed ha ordinato la liberazione di 9 leader dell’opposizione, tra i quali Nasheed, constatando che «La natura contestabile e politicamente motivata» dei processi a cui sono stati sottoposti  giustificava dei nuovi processi, e ha anche decretato l’immediato reintegro nelle loro funzioni di 12 parlamentari che erano stati “dimessi” per aver abbandonato il Partito progressista (sci!) delle Maldive di Yameen. Una vera e propria sconfessione della politica repressiva del presidente maldiviano che ha dimostrato ancora una volta di che (brutta) pasta è fatto: non appena il capo della polizia ha detto che avrebbe immediatamente eseguito l’ordine della Corte suprema lo ha licenziato e, dopo che centinaia di militanti dell’opposizione sono scesi in piazza nella capitale Malé, li ha fatti disperdere a colpi di lacrimogeni e manganellate dalla polizia che all’alba del 2 febbraio, ha arrestato anche il presidente della Corte suprema  e un altro membro della Corte, accusandoli di corruzione. Temendo di finire in galera anche loro. i restanti tre membri della Corte suprema si sono riuniti e hanno annullato le decisioni prese il primo febbraio in favore degli oppositori.

Insomma, Yameen, il cui mandato quinquennale dovrebbe scadere tra qualche mese,  ha fatto un auto-golpe  accusando la Corte suprema di voler fare un golpe e si è rifiutato di liberare dei prigionieri politici che non hanno altra colpa che quella di non pensarla come lui. Poi ha dichiarato lo stato di emergenza e fatto arrestare l’ex presidente delle Maldive Maumoon Abdul Gayoom  (fratellastro di Yameen e anche lui del Partito progressista) che ha governato per 30 anni le Maldive e che è stato sconfitto alle presidenziali del 2008 – le prime libere – dall’ambientalista Nasheeed.

Il 6 febbraio, dal suo esilio in Gran Bretagna Nasheed ha lanciato un appello all’India e agli Stati Uniti «Il presidente Yameen ha illegalmente dichiarato la legge marziale e si è impadronito dello Stato. Noi dobbiamo estrometterlo dal potere», e in un comunicato chiede apertamente un intervento militare indiano e il blocco delle transazioni in dollari per i leader del regime islamista delle Maldive.

Su RFI, Olivier Guillard, dell’Institut de relations internationales et stratégiques (Iris) spiega che «L’appello lanciato a New Delhi è naturale. L’India è la grande potenza regionale. Settima economia mondiale, è anche il primo attore politico, economico, diplomatico e militare in questa regione del continente asiatico, considerata come il suo cortile di casa». L’India ha già in corso progetti di sviluppo nelle Maldive e Nasheeed, prima di essere estromesso da presidente – prima con un golpe e poi con una truffa elettorale – ipotizzò addirittura di acquistare una parte dell’India per trasferirci la popolazione delle Maldive quando l’oceano indiano le sommergerà a causa del riscaldamento globale

Nasheed si appella quindi al governo induista di destra dell’India – considerata la più grande democrazia del mondo – perché lo aiuti a ritornare in patria per restaurare quei principi democratici calpestati dal bigotto e fascistoide Yameen che ha imposto il suo regime islamista.

Per ora New Delhi si è limitata a chiedere il ripristino della democrazia nelle Maldive, ma alla fine potrebbe dare una risposta più muscolare, ma il problema è come: le sanzioni economiche potrebbero danneggiate i maldiviani e creare antipatia verso l’India, un intervento militare non sembra essere preso per il momento in considerazione, anche se non sarebbe senza precedenti. Infatti, nel 1988, dei mercenari dello Sri Lanka istigati da un uomo d’affari maldiviano avevano tentato di rovesciare il presidente delle Maldive Gayoom e New Delhi intervenne immediatamente facendo fallire il golpe.

Mo ora l’India è di fronte a un auto-golpe e ha meno margini di manovra, perché nell’Oceano Indiano si è affacciato la sua rivale di sempre: la Cina che, dopo aver invitato tutti alla calma ha ammonito tutti a non intromettersi negli affari interni delle Maldive: «La comunità internazionale deve svolgere un ruolo costruttivo nel rispetto della sovranità delle Maldive, piuttosto che prendere delle misure che potrebbero compromette re la situazione attuale», ha dichiarato il ministero degli esteri di Pechino.

Un intervento indiano nelle Maldive potrebbe avere contraccolpi non solo nella contestata frontiera himalayana sino-indiana, ma anche sul delicato equilibrio delle relazioni tra i due giganti asiatici, Inoltre le Maldive, dopo il colpo di Stato che nel febbraio 2012  ha rovesciato Nasheed e portato al potere Yameen, si sono molto riavvicinate alla Cina e allontanate dall’India, tanto che l’aeroporto internazionale di Malé, vitale per un Paese che vive di turismo, dal 2012 è gestito dai cinesi, che hanno scalzato il consorzio indiano  c he lo aveva amministrato fino ad allora.

Due mesi dopo la prima visita di un  ministro della difesa cinese nelle Maldive, sempre nel 2012, la Cina ha concesso al governo golpista un finanziamento di 400 milioni di euro (un quarto del Pil maldiviano) per progetti infrastrutturali e nel 2013 Cina e Maldive hanno concluso un accordo di libero scambio  che offre al settore della pesca – l’altro pilasto dell’economia malduiviana . l’accesso al pi grande mercato del mondo.

La presenza cinese ha permesso  a Yameen di emanciparsi dalla tutela indiana e di rafforzare così il suo regime autoritario, in cambio Pechino ha ottenuto un’altra perla della sua collana  che gli permette di rafforzare la sua presenza nell’Oceano indiano e di garantire la sicurezza del suo commercio marittimo, visto che le Maldive si trovano su una delle rotte commerciali più trafficate, quella che perte dal Golfo di Aden (per il cui controllo è in corso la guerra dello Yemen), per raggiungere lo stretto di Malacca e il Mar Cinese maridionale, dove Pechino sta costruendo isole fortificate sugli atiolli contesi. Una rotta che è pate integrante della nova “via della seta”  la “belt and road iniziative”, con la quale la Cina vuole diventare protagonista assoluta del nuovo commercio globalizzato.

In risposta, New Delhi nel maggio 2017 ha proposto ai Paesi della regione di sviluppare un’altra rotta commerciale; il corridoio della crescita Asia-Africa, chiamato “Rotta della libertà”, un progetto indo-giapponese che opunta a rinvigorire le vecchie rotte commerciali marittime che collegano l’Africa al Pacifico e all’Asia del sud e del sud-est. Insomma, per contrastare l’egemonia cinese si sta costruendo un’a”Alleanza Indo-Pacifica” che punta a rafforzare le relazioni tra India, Usa, Giappone ed Australia.

Le Maldive del presidente golpista e dell’ex presidente ambientalista sono finite in questo grande gioco e, anche se sono troppo piccole, povere e fragili per essere decisive, rappresentano comunque un pedone sulla scacchiera.