Migranti e soccorsi in mare: il flop e le decisioni preoccupanti del summit di Parigi

Fao: nessuna soluzione senza affrontare la disoccupazione giovanile nelle aree rurali africane

[3 luglio 2017]

Il vertice a tre di Parigi Italia, Francia e Germania sui migranti, nonostante le promesse di aiuto all’Italia, è stato un flop, con la Francia di Macron che da capotreno si è subito ritrasformate in frenatore e non si è trovato di meglio che scaricare sulle Ong umanitarie responsabilità politiche che sono l’eredità delle politiche neocoloniali e delle guerre volute troppo spesso dai governi occidentali. L’Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarietà internazionale (Aoi) è fortemente preoccupata dagli esiti del prevertice di Parigi, che anticipa di pochi giorni il summit Ue di Tallin.  Secondo Aoi, «Italia, Germania e Ue hanno deciso: di dare “fiducia” e autonomia nel controllo dei flussi dei migranti e profughi al governo libico, che non ha rispetto alcuno dei diritti umani, con la conseguente piena e libera operatività alla sua guardia costiera, quella stessa che spara alle navi che salvano vite umane, anche a quelle della guardia costiera italiana; di colpire le ONG, limitandone fortemente l’operato umanitario e stabilendo livelli di controllo addirittura delle loro fonti di finanziamento.

Come ricorda Emergency, «Chiudere i porti italiani alle navi delle ONG che fanno salvataggio in mare sarà un ulteriore ostacolo alla salvezza di migliaia di persone. Si continua a ignorare che a oggi le operazioni di salvataggio in mare sono l’unica misura reale per evitare la morte di uomini, donne e bambini che fuggono dai loro Paesi in cerca di protezione dalla guerra, dalla povertà e dalle persecuzioni. In mancanza di canali di accesso sicuri, chiediamo all’Europa di rispettare le decisioni assunte sul ricollocamento dei migranti negli altri Paesi e di assumersi la responsabilità di contribuire a gestire l’accoglienza di chi sbarca sulle nostre coste.  Altrimenti saranno ancora i migranti a pagare il prezzo della sua indifferenza di fronte a una delle maggiori crisi umanitarie degli ultimi anni».

Aoi ricorda che «In questi mesi Ong e associazioni impegnate nell’asilo e accoglienza dei profughi e migranti hanno inviato appelli, posizionamenti e proposte al Governo italiano chiedendo incontri per un confronto e hanno sensibilizzato le reti sociali della solidarietà europea perchè chiedessero un impegno dei loro Paesi a fianco dell’Italia nell’affrontare la crisi umanitaria. Ma non QUESTO tipo di impegno, teso a erigere nuovi “muri”. Le ONG attive sulle navi della solidarietà sono state oggetto di attacchi mediatici e commissioni d’inchiesta da cui è emersa chiaramente la loro mission e la loro azione trasparente e coerentemente solidale. Oggi di nuovo Italia, Francia, Germania e Ue insieme hanno deciso di “sposare” la linea di Frontex e di individuare nel soccorso umanitario in mare delle organizzazioni sociali il problema, il mitico “pull factor” del fenomeno migratorio».

Preoccupato anche il  Forum del Terzo Settore che raccoglie l’esperienza di una molteplicità di organizzazioni italiane impegnate per affrontare il fenomeno delle migrazioni con gli strumenti della solidarietà, in Italia e nel mondo. «La chiusura dei porti sarebbe una misura inaccettabile – si legge in un comunicato – che contraddice i più elementari obblighi di assistenza e solidarietà; misure punitive verso le organizzazioni non governative potrebbero portare alla ingiustificata restrizione della loro capacità di prestare soccorso, in presenza di un’iniziativa europea ancora lacunosa».

L’Aoi chiede che «Il Governo italiano incontri le rappresentanze ONG, il Tavolo Asilo e le associazioni tutte che stanno sulle navi della solidarietà nel nostro Mediterraneo per spiegare prima del vertice di Tallin quali sono le posizioni certe dell’Italia e quali le motivazioni: perché venga data una risposta certa alle tante richieste di incontrarsi e confrontarsi. L’Italia non si può permettere una divisione netta tra la politica e la società civile solidale e responsabile».

Comunque è vero che l’Italia ha  bisogno di risposte immediate dall’Europa e lo stesso Filippo Grandi, Alto Commissario dell’Onu per i rifugiati, ha sottolineato il primo luglio che «Ciò che si sta svolgendo davanti ai nostri occhi in Italia è una tragedia in divenire. Nel corso dell’ultima settimana 12.600 migranti e rifugiati sono arrivati sulle sue sponde e circa 2.030 hanno perso la vita nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno. Lasciatemi sottolineare che il salvataggio delle vite rimane la priorità assoluta. La ricerca e il soccorso da parte di ONG, Guardia Costiera Italiana e autorità governative, sono cruciali. Siamo solo all’inizio dell’estate e senza una rapida azione collettiva non possiamo che aspettarci ulteriori tragedie in mare. L’Italia sta facendo sua parte nel ricevere coloro che sono stati salvati e nel garantire asilo a chi ha bisogno di protezione. Questi sforzi devono essere continuati e rafforzati. Ma questo non può essere solo un problema italiano. È innanzitutto e soprattutto una questione di rilievo internazionale, che richiede un approccio regionale coeso e strutturato. L’Europa in particolare deve essere pienamente coinvolta attraverso un sistema urgente di distribuzione, un potenziamento dell’impegno esterno e un incremento delle vie legali di accesso disponibili. Inoltre, la risposta alla crisi immediata deve essere accompagnata da sforzi ulteriori da parte di tutti i soggetti coinvolti, che affrontino le cause fondamentali delle pressioni migratorie, creando le condizioni per una migliore protezione di chi è in transito e affrontando il traffico e la tratta di esseri umani».

Anche per il Forum del Terzo settore si unisce «a quanti in questi mesi hanno richiamato l’Europa nella sua interezza alle proprie responsabilità in termini di assistenza. In particolare, crediamo che Paesi come l’Italia, che si trovano ad affrontare il carico maggiore del soccorso in mare, non possano essere lasciati soli nella gestione delle fasi di ospitalità di medio e lungo periodo. I governi europei devono assumere scelte coerenti, adottando decisioni credibili per la realizzazione in tempi rapidi di un piano di ricollocazione di rifugiati e migranti dei Paesi dell’Unione. Richiamiamo quindi l’attenzione del Presidente del Consiglio Gentiloni e del Ministro Minniti, in vista dell’incontro informale di Tallin di questa settima, a fornire rassicurazioni sul fatto che l’Italia non intenda abdicare alle proprie responsabilità in termini di assistenza e solidarietà e richiediamo, in questo senso, un incontro urgente».

A chi continua a dire che bisognerebbe bloccare profughi e migranti sulle coste libiche risponde la Fao, ricordando cosa vorrebbe dire davvero “aiutarli a casa loro”. Intervenendo a una riunione congiunta dell’Unione europea e dell’Unione africana, ospitata dalla Fao a Roma, il direttore generale dell’Agenzia Onu, José Graziano da Silva, ha sottolineato che «L’occupazione giovanile dovrebbe essere al centro di qualsiasi strategia per affrontare le sfide economiche e demografiche dell’Africa. Solo nel 2014, circa 11 milioni di giovani africani sono entrati nel mercato del lavoro. Ma per molti di loro sono poche le opportunità nel settore agricolo, penalizzati dalla mancanza di competenze, dai bassi salari e dall’accesso limitato alla terra e ai servizi finanziari, difficoltà che li spinge a emigrare dalle zone rurali.  Promuovere un’agricoltura e uno sviluppo rurale sostenibili è essenziale per assorbire questi milioni di giovani in cerca di un lavoro. Un mondo sostenibile può essere raggiunto solo con il pieno coinvolgimento dei giovani. Devono sentirsi integrati e credere che sia possibile un mondo più pacifico e prospero».

Al summit di Roma, che aveva l’obiettivo di costruire una visione comune su come generare posti di lavoro sostenibili e inclusivi, nel settore rurale per i giovani africani,  erano presenti molti ministri dell’agricoltura dell’Unione africana e dell’Unione europea, che fanno parte degli stessi governi che non sanno far altro che prospettare confuse e ondivaghe politiche repressive.

Da Silva  ha delineato 5 fasi per coinvolgere i giovani nell’agricoltura e nello sviluppo rurale: 1) migliorare la partecipazione e la leadership dei giovani nelle organizzazioni di produttori e in altre istituzioni rurali per dar loro gli strumenti per partecipare al dialogo politico. 2) stimolare gli investimenti del settore privato per creare un settore agricolo moderno e catene di valore dinamiche e costruire le infrastrutture necessarie per gli investimenti agricoli. 3) fornire alle zone rurali servizi migliori come elettricità, istruzione e servizi sanitari.  4) rafforzare i legami fisici, economici, sociali e politici tra i piccoli centri urbani e le loro aree rurali circostanti. Infine, investire di più nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, elemento che ha il potenziale di migliorare l’efficienza in alcuni lavori agricoli e di facilitare l’accesso ai mercati, alle informazioni e alle opportunità di business.