Corbyn chiede le dimissioni del primo ministro Theresa May, che punta a un instabile governo insieme al Dup

Il miracolo di Corbyn il rosso: il Labour di sinistra-sinistra avanza, i conservatori senza maggioranza assoluta

La sorpresa di una vecchia, nuovissima sinistra che ha riconquistato cuori e cervello di chi non aveva più speranza di cambiare il mondo

[9 giugno 2017]

Mentre scriviamo i primi risultati reali nei collegi elettorali britannici disegnano un quadro che sembrava fantapolitica qualche settimana fa quando la (ex?) premier conservatrice Theresa May convocò le elezioni anticipate convinta di fare un solo boccone del Labour Party di Jeremy Corbyn, “troppo a sinistra per essere credibile” e sotto tiro dell’ala destra blairiana del proprio partito, che aveva portato il Labour prima ad anni di governi sempre più centristi, e poi ad altri di umilianti sconfitte. Le urne hanno restituito un risultato completamente diverso, con il partito guidato da Corbyn che è riuscito ad aggiudicarsi 261 seggi, 29 in più rispetto a ieri.

Nonostante voglia adesso provare a formare un nuovo governo, quando neanche un mese fa dichiarava di volersi dimettere in caso di perdita di almeno sei seggi (e ne ha persi il doppio), la scommessa della May è fallita: non ha la maggioranza assoluta e se il Partito Conservatore – che al contrario ha perso 12 seggi, ora a quota 318 – vorrà governare dovrà costituire una fragile e risicata alleanza con la destra protestante nordirlandese (il Dup) non essendo disponibile l’europeista Partito Liberaldemocratico dopo la disastrosa alleanza governativa con David Cameron che ha prima sedotto, poi dissanguato e abbandonato i liberaldemocratici; assai poco credibile, adesso, l’alleanza con una ex tiepida europeista, diventata in un batter d’occhio fervente sostenitrice della Brexit “dura”.

Ma il vero miracolo l’ha fatto il Labour nuovamente socialista di Corbyn il rosso, smentendo ancora una volta  (dopo Grecia, Portogallo, Spagna, Olanda, Francia…) il dogma social e democratico che la sinistra vince solo al centro e che la sinistra-sinistra è solo suicida.  In realtà a sinistra – con un programma chiaro ed uomini e donne che non si fanno intimidire – si vince e si riconquista la fiducia e l’entusiasmo delle classi lavoratrici e dei giovani (con i Millenials, i 18-34enni, assolutamente determinanti per il risultato conquistato dal Labour).

La rimonta dei laburisti, che conquistano collegi dove non vincevano più da decenni, impediscono l’elezione di ministri uscenti e ritornano ad essere presenti in Scozia ai danni dello Scottish National Party, in calo di voti e soprattutto di seggi. Sembra un miracolo politico e invece è il frutto di una precisa strategia di svolta a sinistra dello stazzonato e anziano leader laburista, che gli incravattati tecnocrati del new labour blairiano ritenevano troppo poco cool, anche politicamente, per poter competere con i conservatori. E loro se ne intendevano perché, dopo aver portato il Labour così a destra da diventare il miglior alleato di George W. Bush ed aver precipitato la Gran Bretagna nelle tragiche guerre irakene, hanno subito una sconfitta dopo l’altra e delapidato il patrimonio della sinistra britannica con una corsa al centro già occupato da conservatori e liberaldemocratici, mentre l’elettorato (anche parte di quello laburista) si rifugiava nell’astensione e nel voto di protesta alla destra antieuropeista dell’Ukip (il cui leader si è appena dimesso), praticamente scomparsa in queste elezioni e tornata in gran parte, senza grande successo, all’ovile conservatore.

L’unico a vincere la scommessa elettorale giocata da altri, l’unico ad aver capito che la Gran Bretagna è stanca di neoliberismo e tagli ai servizi sociali è stato Jeremy Corbin, che tutti davano per spacciato e che per ben due volte la disastrosa classe dirigente laburista blairiana centrista aveva cercato di far fuori con sommosse di palazzo, provocando una rivolta della base laburista che ha portato e riportato Corbyn alla testa del Partito da dove ha guidato la riscossa della sinistra-sinistra britannica, sovvertito in poche settinane di chiara campagna elettorale progressista i sondaggi che lo davano sconfitto con 20 punti di distacco e impedito una vittoria conservatrice che sembrava sicura, ma che avrebbe probabilmen te trasformato il Regno Unito in una succursale dell’America di Donald Trump, con un governo ostilmente anti-Ue.

È inutile nascondersi dietro troppe analisi: i veri vincitori di queste elezioni  sono Corbyn e il suo Labour nuovamente rosso, socialista e che non ha paura di parlare di rinazionalizzazioni, lotta alla disuguaglianza, futuro, tassazione delle ricchezze, ambiente e lavoro.

La destra laburista aspettava sugli argini del Tamigi per veder passare il cadavere della vecchia sinistra sconfitta, e  invece ha visto passare il suo fantasma scolorito mano nella mano con l’azzardata convinzione della May. Non a caso è stato proprio Corbyn a dettare le condizioni ad urne chiuse e a chiedere le dimissioni di una primo ministro neoliberista sicura di vincere, che si è ritrovata nelle urne la sorpresa di una vecchia, nuovissima sinistra che ha riconquistato cuori e cervello di chi non aveva più speranza di cambiare il mondo.