Il Natale dei migranti: Bitzu, che a 20 anni ha visto annegare il futuro nel Mediterraneo

Il racconto di chi salva le vite e si confronta con un dolore indicibile

[23 dicembre 2016]

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Perla Azzurra Buonaccorsi, che i lettori di greenreport.it conoscono per i suoi splendidi racconti delle missioni di volontariato alle quali ha preso parte in Grecia e Turchia, sta partecipando all’operazione #passim, una nuova missione umanitaria  search and rescue  Mediterraneo per salvare e assistere  i migranti,  a bordo di una motovedetta della Guardia costiera. Ecco cosa scrive sulla sua pagina Faceboock, ricordandoci il Natale del 2016 è fatto di questo miscuglio inestricabile di generosità, amore e orrore:

 

Chi mi conosce sa – io solitamente non parlo molto, ma sulle ultime 48 ore della mia vita passate a mare vorrei dire tanto, forse troppo. E allora faccio una delle poche cose che, sempre a detta di chi mi conosce, pare mi riesca abbastanza bene: scrivo.

Sugli ultimi due giorni avrei da dire, se mi fosse concesso, una marea di cose.

Che il mondo in cui vivo – l’Occidente democratico e tanto impegnato nella salvaguardia dei diritti umani – è in realtà una grandissima merda, se permette, ormai quotidianamente e da anni, questo macello.
Che quando il legame tra due mani, due braccia, due sguardi non regge più, la stretta cede e una persona ti scivola giù, sottobordo, in mare, affogando sotto i tuoi occhi, allora no, non ti dovrebbe rimanere più niente da dire, eppure.

Eppure.
Vorrei dire che un ottimo equipaggio di guardia costiera può fare la differenza tra la vita e la morte, e il mio quella differenza l’ha fatta eccome, ieri, per tanti, tantissimi esseri umani: grazie, ragazzi.

Che solo dopo aver reclutato e stabilizzato quattro arresti cardiorespiratori, sei ustionati e un numero indefinito di persone in ipotermia – solo allora ho trovato il tempo di sedermi dieci minuti accanto a Bitzu, una ragazza di vent’anni in relativamente buone condizioni fisiche (salvo un paio di immancabili ustioni da carburante agli arti inferiori), che non si era meritata fino a quel momento le nostre attenzioni mediche perché, si sa, il triage in maxiemergenza parla chiaro e con quattro persone da rianimare i traumi minori passano, di default, in secondo piano.

Bitzu, seduta dentro la cabina, un fagotto singhiozzante raggomitolato sotto la metallina isotermica, in preda a un pianto lamentoso ininterrotto e inconsolabile dal momento in cui l’abbiamo tirata di peso sulla nostra motovedetta, salvandola dal gommone mezzo sgonfio sul quale viaggiavano lei e un altro centinaio di persone disperate.

Che solo dopo aver terminato tutte le fiale di adrenalina, atropina, bentelan e ben tre bombole di ossigeno – soltanto dopo aver richiesto l’elisoccorso da Malta, perché un paziente continuava ad andare in arresto e, dopo cinque ore, non avevamo più niente per garantirgli un buon supporto vitale avanzato – soltanto a quel punto abbiamo trovato il tempo di chiedere a Bitzu “ma perché piangi?”.

Che pensavo di averne viste e ascoltate tante, credevo di aver già visitato l’inferno almeno un paio di volte, ma mai mi sarei immaginata di trovarlo qui, proprio qui, a un centinaio di miglia dalle mie coste, a poche ore di navigazione dal mio mondo sicuro, libero, aperto. Praticamente fuori dalla porta di casa.
Che il Mediterraneo per l’Europa non è una frontiera, ma una fossa comune.

Che io so bene, la vita me lo ha marchiato sul cuore che cosa significhi non arrivare in tempo per salvare qualcuno che, con una mezz’ora o un paio di ore di anticipo, con buone probabilità sarebbe invece rimasto vivo.
Che Bitzu viaggiava con i suoi due bambini, una di 2 anni e uno di 10 mesi – raccontandomelo, tra le lacrime, mi mostrava il seno destro per allattare ancora fuori dalla maglietta pregna di acqua e carburante – persi entrambi tra le onde poco prima che arrivassimo noi. “My babies, my babies, they are in the sea, my babies, if you came only one hour before, only one hour, my babies”. Tra i cadaveri recuperati, loro non c’erano. Non li abbiamo trovati.

Infine, vorrei dire – questa esperienza me lo sta insegnando fin troppo bene – che peggio del non arrivare in tempo c’è solo, forse, il non arrivare. Ho sempre pensato che non ci fosse niente di più brutto, niente di più frustrante del perdere un assistito, in realtà qualcosa c’era: il non avere nessuno da salvare, nessuno per cui impegnarsi, farsi male, rischiare la vita, distruggersi le braccia, qualcuno per cui provare.

Il puntare sul cartografico le coordinate di un target segnalatoci dalla Centrale Operativa, arrivare in posizione e non trovare nulla, neanche i rottami, neanche un salvagente, all’orizzonte a perdita d’occhio solo il mare agitato in superficie, e sotto chissà.

E sotto chissà.

Benvenuta in Europa, Bitzu.

Perdonateci se potete.

di Perla Azzurra Buonaccorsi (Pesciolinorosso)