Nessun muro fermerà i migranti in un mondo sempre più in movimento

Fino a poco tempo fa erano gli europei i principali immigrati negli Stati Uniti, in Canada, in Argentina e in Brasile

[30 gennaio 2017]

È con l’avvio del XXI secolo che le migrazioni internazionali hanno assunto un rilievo senza precedenti. A differenza del passato, non sono più gli europei ad emigrare verso il resto del mondo – anzi l’Europa, in pieno declino demografico, è diventata una delle principali destinazioni migratorie -, ma è il pianeta intero che è in movimento, in special modo l’emisfero meridionale. Nuove destinazioni si sono imposte nel palcoscenico internazionale, come i paesi del Golfo Persico, il continente africano, certe regioni asiatiche, mentre alcune aree di partenza sono diventate aree di transito e di accoglimento, come l’Europa meridionale, poi il Messico, la Turchia e i paesi del Maghreb. In circa trent’anni queste migrazioni si sono mondializzate, e sono triplicate a partire dalla metà degli anni Settanta: 77 milioni nel 1975, 120 milioni nel 1999, 150 milioni all’inizio del primo decennio del XXI secolo, 244 milioni alla data più recente. Questo processo non si interromperà dal momento che i fattori legati alla mobilità non sono destinati ad esaurirsi tanto che permarranno: le discrepanze nei livelli di sviluppo umano (indice che combina la vita media alla nascita, il livello d’istruzione e il tenore di vita) lungo le principali linee di frattura del mondo, le crisi politiche e ambientali, produttrici di rifugiati e di sfollati interni, la diminuzione dei costi di trasporto, la concessione generalizzata dei passaporti anche nei paesi da cui in passato era difficile uscire, la disperazione di chi vive nei paesi poveri e mal governati, il ruolo dei mezzi di comunicazione di massa, la consapevolezza che è possibile cambiare il corso della propria vita attraverso la migrazione internazionale.

Due processi interrelati: mondializzazione e regionalizzazione delle migrazioni

Questo lento cambiamento si è realizzato in un ventennio, durante il quale le migrazioni si sono globalizzate, dal momento che le stesse cause (urbanizzazione e crescita delle metropoli del mondo, pressione demografica, disoccupazione, informazione, trans-nazionalizzazione delle reti migratorie) hanno prodotto ovunque gli stessi effetti (migrazioni della popolazione in precedenza sedentaria, benché i più poveri non siano ancora partiti). Alcune aree sono particolarmente interessate dai nuovi flussi, come le isole del mediterraneo, quelle caraibiche, alcune frontiere terrestri (in Tracia, all’interno della Grecia e della Turchia) poiché separano il mondo della libera circolazione da quello delle frontiere chiuse per la maggior parte delle persone. Alcuni paesi, come quelli caratterizzati da economie emergenti, i cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), sono diventati aree di attrazione. Allo stesso tempo, davvero notevoli sono le migrazioni interne: ci sono più migranti cinesi all’interno della Cina (all’incirca 240 milioni) che migrazioni internazionali su scala mondiale.

Pressoché tutte le regioni del mondo sono interessate dalle migrazioni, sia interne che internazionali. Se le categorie dei migranti e le classificazioni dei paesi sono diventate fluide, più sfocate, e si sono mondializzate, la globalizzazione delle migrazioni si è così accompagnata, per certi versi paradossalmente, ad una regionalizzazione dei flussi migratori. Su scala mondiale, le migrazioni si sono organizzate geograficamente in sistemi migratori complessi intorno a una stessa regione al cui interno si determinano ruoli e funzioni complementari tra le zone di partenza e quelle di arrivo. Questi corrispondono alle prossimità geografiche, ai legami storici, linguistici e culturali, alle reti transnazionali costruite dai migranti, all’incontro tra i fattori di richiamo (pull) e quelli di spinta (push) dei lavoratori che generano uno spazio formale o informale di circolazione, favorito o meno da facilitazioni politiche di accesso al territorio. Nonostante l’esistenza di diverse tipologie e forme di aggregazione delle migrazioni (come le cosiddette “accoppiate migratorie” dove la parte maggioritaria degli migranti proviene da uno stesso paese di origine che ha nel paese di accoglimento la principale destinazione della propria emigrazione, come avviene tra l’Algeria e la Francia; le migrazioni diasporiche in cui uno stesso gruppo nazionale ha legami con diversi paesi di accoglimento, come nel caso degli italiani, dei marocchini o dei turchi; o ancora la polverizzazione/frammentazione delle migrazioni globalizzate in un numero elevato di paesi come si registra per i 30 milioni di indiani e i 50 milioni di cinesi dispersi sul pianeta), è la regionalizzazione a prevalere all’interno della logica dei flussi migratori. Così all’interno di una data regione del mondo ci sono più migranti che provengono dalla stessa regione che da altre aree del pianeta.

Questo è certamente vero per il continente americano: la parte principale dei flussi migratori diretti verso gli Stati Uniti (in cui vivono 38 milioni di persone nate all’estero) proviene difatti dall’America Latina e da quella Caraibica, inoltre i paesi di accoglimento dell’America meridionale (Argentina, Brasile, Cile e Venezuela) ricevono migranti originari prevalentemente delle nazioni vicine, soprattutto andine e centroamericane (Colombia, Bolivia, Perù, Equador, Salvador, Honduras). Nel “Brasiguay”, i brasiliani vanno a valorizzare le terre del Paraguay mentre i cittadini di questo paese vanno a lavorare in Brasile.

Di certo non era questa la situazione del passato, quando gli europei costituivano la parte principale del contingente degli immigrati negli Stati Uniti, in Canada, in Argentina e in Brasile. Lo stesso scenario si osserva per l’Europa che, con circa 30 milioni di stranieri, risulta in sinergia migratoria con la sponda sud del Mediterraneo e l’Africa sub-sahariana sino all’Equatore. Il Sud Africa assorbe invece la parte prevalente del flusso migratorio che ha origine nella regione meridionale del continente africano. In passato gli europei erano presenti in queste regioni come esploratori, colonizzatori, missionari e per ragioni commerciali (in sintesi, le cosiddette 3 “M” in Africa: militari, missionari e mercanti). Un altro sistema migratorio è quello che ruota intorno alla Russia, dove ci sono ben 13 milioni di stranieri.

I movimenti centrifughi e centripeti diventati più intensi dopo la caduta nel 1989 del muro di Berlino hanno riconfigurato l’antica Unione sovietica: la Russia, con il suo invecchiamento demografico, attrae per le risorse naturali e il bisogno di manodopera le popolazioni delle repubbliche musulmane diventate indipendenti ma che hanno conservato forti legami culturali con essa (Uzbekistan, Kazakistan, Tagikistan e Azerbaigian), così come esercita un forte richiamo per i vicini cinesi lungo la sua estesa frontiera orientale. L’appartenenza all’area sovietica, la lingua russa e la soppressione dei visti di ingresso tra la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) e la Federazione Russa hanno portato alla costituzione di una rete migratoria privilegiata.

L’Asia sud-orientale, che detiene insieme all’India e alla Cina il più grande bacino migratorio del Pianeta, forma un altro sistema migratorio: i paesi ricchi e/o a forte invecchiamento demografico come il Giappone, la Corea del Sud, ma anche Taiwan e Singapore, risultano i poli di attrazione delle migrazioni cinesi. La popolazione delle Filippine, con un abitante su dieci residente all’estero, costituisce una forza lavoro abbondante per la regione che trova impiego anche al di fuori di essa, nei paesi del Golfo Persico, in Europa e negli Stati Uniti. Malesia e Tailandia risultano, in base alla congiuntura economica, paesi di accoglimento o di origine dei migranti della regione. L’Australia e la Nuova Zelanda, paesi in passato largamente popolati dall’immigrazione europea, oggi sono alimentate da una migrazione proveniente soprattutto dal sud-est asiatico. La migrazione indiana e pakistana si dirige contemporaneamente nella regione e nel resto del mondo, risultando così globalizzata come quella cinese. I paesi del Golfo, ricchi e poco popolati, attirano nei loro confini territoriali una migrazione che si sviluppa prevalentemente lungo la direttrice sud-sud, proveniente dalla sponda meridionale del Mediterraneo (Egitto, paesi del Maghreb, corno d’Africa), dal Pakistan e dalle Filippine.

Conclusioni: categorie e traiettorie migratorie alternative

La regionalizzazione dei flussi migratori in un contesto di globalizzazione delle migrazioni è il risultato non solo dell’emergere del Sud del Mondo come polo di attrazione per le nuove migrazioni, ma anche dell’articolazione delle categorie dei migranti. Sebbene i più poveri non siano ancora partiti, i migranti non sono più solo analfabeti assunti come manodopera nei paesi del Nord, come succedeva nel caso dei lavoratori immigrati, né sono più una élite di rifugiati o di intellettuali arrivati per studiare o fare affari, ma il frutto di un vasto movimento di urbanizzazione del pianeta che ha messo in movimento diverse categorie di migrati, forzati e volontari, sempre più numerosi. Poiché i più poveri vanno meno lontano nelle loro odissee migratorie di quanto non facciano i migranti più ricchi e determinati e dato che i nuovi poli di attrazione si sono costituiti al Nord, si tende verso una regionalizzazione più forte dei flussi con talvolta fenomeni di concorrenza all’interno di differenti regioni e sistemi migratori: è questo il caso dei migranti dell’Asia centrale, presi tra il mondo russo e quello turco come poli di attrazione, oppure quello dei migranti del Maghreb che sono attratti dall’Europa e allo stesso tempo dai paesi del Golfo, alla luce dei legami che hanno con tali luoghi.

di Catherine Wihtol de Wenden per www.neodemos.it