Una fondazione Usa: "Centinaia di studenti si sono uniti al Daesh con il sostegno dell'Arabia Saudita"

Sei Paesi arabi rompono le relazioni diplomatiche col Qatar: «Finanzia i terroristi»

A rischio i mondiali di calcio 2022? Rivolta sciita contro Trump nel Bahrein

[5 giugno 2017]

L’Arabia Saudita, l’Egitto, il Bahrein, gli Emirati Arabi Uniti, lo Yemen (il governo di Aden sostenuto dall’intervento militare saudita e dei Paesi sunniti)  e la Libia hanno annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con il Qatar, accusando Doha di destabilizzare la regione e di sostenere il terrorismo. Diversi osservatori evidenziano che l’attacco concentrico verso il Qatar mette in dubbio la possibilità del Paese di organizzare la Coppa del mondo di calcio del 2022.

Verrebbe da dire da che pulpito viene la predica, visto che si tratta di monarchie assolute petrolifere o di debolissimi governi provvisori i cui rapporti con organizzazioni terroristiche, sia in Siria che in Libia, sono abbastanza noti. Ma quel che è immediatamente evidente è che la coalizione sunnita anti-iraniana (per non palare della “Nato” araba), battezzata da Donald Trump nella sua recente visita in Arabia saudita  è già morta prima di nascere.

In realtà la rottura con il Qatar è avvenuta perché la monarchia sunnita di Manama non vuole rompere con l’Iran e non a caso in prima fila contro i qatariani c’è il piccolissimo Bahrein che con un comunicato ufficiale ha accusato il Qatar di sostenere il terrorismo e di ingerirsi nei suoi affari interni. Invece il Bahrein  non si è mai scandalizzato per niente dell’ingerenza armata saudita, che negli anni passati ha impedito che la rivolta della maggioranza sciita senza diritti detronizzasse la monarchia assoluta sunnita. Intanto, proprio in  Bahrein  sono in corso manifestazioni di protesta organizzate dai giovani della dei giovani della Coalizione del 14 Febbraio contro il regime filo americano di al Khalifa. Come spiega l’agenzia iraniana Pars Today, «Nella giornata nazionale della “cacciata degli yankees dal paese”, il popolo del Bahrein, sceso in piazza a Manama e altre città, ha chiesto la chiusura delle basi militari Usa nel piccolo regno, lanciando slogan anti americani e dando fuoco alla bandiera statunitense».

L’agenzia stampa ufficiale saudita ha scritto che la rottura diplomatica con il piccolo ma ricchissimo e influente Qatar «Mira a proteggere la sicurezza nazionale dai pericoli del terrorismo e dell’estremismo. L’Arabia Saudita ha preso questa misura decisiva in ragione di seri abusi delle autorità di Doha durante questi ultimi anni (…) per incitare alla disubbidienza e nuocere alla sua sovranità», peccato che le due monarchie del Golfo siano impegnate insieme ad armare e finanziare milizie radicali islamiste sunnite in Siria, mentre in Libia appoggiano tagliagole delle opposte fazioni.

E’ proprio in relazione alla Libia che il regime repressivo dell’Egitto accusa il Qatar di sostenere dei gruppi terroristi. Quali sarebbero lo ha rivelato il 29 maggio il comandante in capo dell’Esercito nazionale libico, Khalifa Haftar, che in un’intervista a Sky News Arabia,   ha detto che il suo esercito ha « registrato il soggiorno di cittadini del Ciad e del Sudan e di altri Paesi africani e arabi, che sono penetrati nel territorio della Libia a causa della perdita del controllo delle frontiere.  Hanno ricevuto del denaro da Qatar e da altri Paesi ed elementi terroristici». La Libia è il principale punto di contrasto tra il Qatar e le altre monarchie assolute del Golfo  i cui media da giorni conducono una martellante campagna propagandistica contro il Qatar, accusato di finanziare il terrorismo e di ospitare dei jihadisti che, per aggiungere confusione a confusione, si ispirano al wahabismo saudita.

Il Qatar è accusato di sostenere organizzazioni diverse, come  Al-Qaeda, lo Stato Islamico/Daech e i Fratelli Musulmani in Egitto e Libia, ma anche di avere buoni rapporti con l’Iran, che è il nemico giurato di Al-Qaeda e del Daesh.

In brevi comunicati emessi da Arabia Saudita e Bahrein si legge che i due Paesi hanno deciso di chiudere subito tutti I collegamenti terrestri, aerei e marittimi col Qatar e anche lea compagnie aeree degli Emirati Arabi Uniti hanno a annunciato l’interruzione di tutti i voli da e verso il Qatar. Misure alle quali si sono successivamente adeguati Egitto e governo provvisorio yemenita che ha denunciato «Le azioni del Qatar verso le milizie golpista (gli houthi sciiti al potere a San’a che si battono contro l’invasione saudita, ndr) e il suo sostegno a dei gruppi terroristi sono diventati chiari».

Gli iraniani definiscono quella dei Paesi arabi sunniti una «Azione senza precedenti contro l’Emirato» e rivelano che «E’ stata per prima Riyadh a rompere con Doha per poi esortare altri vicini a fare la stessa cosa».  Pars Today fa notare che «La chiusura del confine tra i sauditi e Qatar isola di fatto Doha: il Paese è collegato via terra con il resto della Penisola araba appunto solo attraverso la frontiera con l’Arabia Saudita, via aerea e l’abbandono delle forze qatariote in Yemen, dove fanno parte della coalizione che combatte gli estremisti locali. Etihad Airways, la linea di Abu Dhabi, ha annunciato che sospenderà i voli da e per Doha con effetto quasi immediato, da martedì 6 giugno e “fino a nuovo ordine”. La decisione potrebbe mettere parecchio in difficoltà l’emirato in una fase delicata della sua storia visto che dovrà organizzare i Mondiali di calcio del 2022».

Il Qatar ha detto che la rottura delle relazioni diplomatiche  è ingiustificata  e ha espresso il «suo profondo dispiacere e la sua sorpresa». Il ministero degli esteri del Qatar ha denunciato «Una campagna ostile fondata su delle menzogne (…) che testimonia una premeditazione a nuocere allo Stato del Qatar». Anche Qatar Airways ha annunciato la sospensione dei voli verso l’Arabia Saudita.

Intanto, mentre Riyadh accusa Doha di finanziare i terroristi, la fondazione statunitense Institute for Gulf Affairs conferma i legami tra lo Stato Islamico/Daesh ed eminenti figure della monarchia saudita, direttamente coinvolte nel reclutamento di studenti sauditi negli Stati Uniti.

L’Institute for Gulf Affairs ha infatti pubblicato l’indagine “From American College Campuses to ISIS Camps” nella quale descrive come negli ultimi 3 anni circa 400 cittadini sauditi e kuwaitiani che vivono negli Usa,  per lo più grazie a borse di studio dei loro governi, si sono uniti gruppi terroristici, soprattutto lo Stato Islamico.  L’indagine è stata rilanciata con grande rilievo dai media iraniani che spiegano: «Alcune di queste reclute hanno la doppia cittadinanza. Sono quasi 80.000 gli studenti sauditi e membri della famiglia reale che sono attualmente negli Stati Uniti. Il rapporto fornisce nomi, foto e informazioni ottenute esclusivamente dai ricercatori dell’Istituto dal 2014 in poi attraverso vari metodi di indagine. Nello studio è stato rivelato come il governo saudita ha bloccato queste informazioni da parte delle autorità degli Stati Uniti e ha fatto molto poco per fermare il flusso di sauditi negli Stati Uniti che si sono uniti all’ISIS e ad altri gruppi armati in Siria e in Iraq. Probabilmente questa circostanza si è riflessa nella decisione del presidente Donald Trump che ha escluso, guarda caso, l’Arabia Saudita dai suoi primi e secondi ordini esecutivi di vietare ai cittadini di sette paesi musulmani di entrare negli Stati Uniti per 90 giorni.  I cittadini di nazionalità saudita sono i più numerosi fra quelli che si sono uniti all’ISIS negli Stati Uniti».

Il rapporto individua anche dei funzionari sauditi che potrebbero aver svolto un ruolo nel bloccare le informazioni sul reclutamento di terroristi sauditi negli Usa.

Gli iraniani denunciano: «L’Arabia Saudita è stata una delle principali fonti di reclute e del  sostegno finanziario e ideologico del terrorismo. L’attentato dell’11 settembre negli Stati Uniti fu effettuato da un commando composto da 15 cittadini sauditi. Da allora più di 15.000 cittadini sauditi si sono uniti ai gruppi terroristici come Qaeda, Stato Islmico/Daesh e similari in Iraq, Siria, Yemen, Egitto, Libia, Libano, Kuwait e Afghanistan. Essi costituiscono la nazionalità più numerose nelle fila del Daesh». Il rapporto affronta anche il fallimento dell’intelligence statunitense e la mancanza di coordinamento tra le agenzie federali