Il paradosso dello Yemen: chi finanzia gli aiuti umanitari è chi bombarda donne e bambini (VIDEO)

All’Onu 2 miliardi di dollari di aiuti, un miliardo viene da Arabia Saudita e Emirati arabi uniti

[5 aprile 2018]

Il 27 marzo il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha espresso «La sua profonda gratitudine al Principe ereditario e al Regno dell’Arabia saudita per aver rispettato oggi la promessa generosa fatta con gli Emirati arabi uniti a gennaio di versare 930 milioni di dollari al Fondo umanitario per lo Yemen».

Si tratta di circa un terzo dei 2,96 miliardi di dollari necessari per attuare il Piano di intervento umanitario per lo Yemen del 2018.  Tutto bene quindi? Non proprio, visto che Arabia saudita ed Emirati uniti sono i due Paesi che guidano la coalizione arabo-sunnita – appoggiata e armata dagli occidentali (Italia compresa) – che bombarda da anni lo Yemen dopo che gli sciiti huthi si sono impadroniti del potere a Sana’ a. Non proprio visto che truppe e mercenari sauditi ed emiratini – che spesso appoggiano fazioni opposte – hanno invaso e occupato la metà meridionale dello Yemen e hanno bloccato i porti del nord.

Lo Yemen è in guerra per più di tre anni. Il conflitto è in corso tra una coalizione internazionale sunnita a guida saudita  che sostiene l’ex presidente Abdrabbuh Mansur Hadi (ma gli Emitrati arabi uniti sostengono gli indipendentisti sud yemeniti che si sono impadroniti di Aden) e le milizie Houthi sciite e le unità alleate delle forze armate yemenite che sono appoggiate dall’Iran e che hanno preso il controllo della capitale, Sana’a e del nord del Paese. Al sud è presente anche Al Qaeda

Insomma i «Più di 22 milioni di persone« che nello Yemen hanno bisogno di assistenza», Dei quali «2 milioni di persone profughi all’interno del Paese a causa del conflitto in corso», citati dall’Onu nello stesso comunicato in cui ringrazia sauditi ed emiratini, sono vittime della guerra scatenata da Arabia saudita ed Emirati arabi uniti.  E l’imbarazzo dell’Onu è palpabile, visto che nei suoi recenti comunicati sulla situazione nello Yemen, pur parlando della necessità di una soluzione politica del conflitto, non citano mai il nome di chi bombarda lo Yemen causando il disastro umanitario che si vuole affrontare con la richiesta di finanziamenti.

Come sottolinea l’agenzia stampa umanitaria Irin, «L’Arabia Saudita e gli Emirati arabi uniti stanno raccogliendo un terzo dell’ammontare di 2,96 miliardi di dollari di quest’anno per quella che l’Onu ha definito “la peggiore crisi umanitaria del mondo”. Ma gli analisti di conflitti e i gruppi per i diritti umani dicono che i bisogni dello Yemen non sarebbero così intensi se non ci fosse per una guerra che le due nazioni hanno aiutato a iniziare, e per come la combattono».

Tirana Hassan, direttrice crisi di Amnesty International, ha definito «piuttosto contorto il fatto che gran parte del piano di finanziamento delle Nazioni Unite sarà pagato da coloro che hanno avuto un ruolo significativo nel creare e prolungare la crisi umanitaria. L’Arabia Saudita e i suoi alleati, ha aggiunto, dovrebbero andare ben oltre l’apertura dei loro libretti degli assegni riducendo le vittime civili e togliendo le restrizioni umanitarie».

Il 3 aprile a Ginevra si è  tenuta la Conferenza per lo Yemen e gli Stati membri dell’Onu hanno promesso più di 2 miliardi di dollari, Guterres anche in quell’occasione si è tenuto sul vago: «Abbiamo bisogno di un serio processo politico per portare a una soluzione politica perché non c’è mai stata una soluzione umanitaria per nessuna crisi umanitaria. La soluzione è sempre stata politica e nello Yemen ciò di cui abbiamo bisogno è una soluzione politica». Il segretario generale dell’Onu ha però ammesso che nello Yemen «la situazione è catastrofica», visto che ogni 10 minuti, un bambino sotto i 5  anni muore per cause prevenibili, e ha aggiunto che «Mentre le risorse umanitarie sono molto importanti, non sono sufficienti. E’ essenziale che raggiungano le persone bisognose. E per questo, abbiamo bisogno di un accesso illimitato nello Yemen; abbiamo bisogno di un accesso illimitato ovunque all’interno [del paese]». Una richiesta avanzata anche dal capo dell’ UN aid Mark Lowcock: «Abbiamo bisogno di un migliore accesso in tutto il Paese. Vogliamo vedere riaprire l’aeroporto di Sana’a ai voli commerciali, in particolare per casi umanitari».

Il problema è che l’accesso ai porti dello Yemen e alle aree più colpite da carestia e colera è impedito dalla coalizione sunnita a guida saudita e che l’aeroporto di Sana’a è stato bombardato e reso inutilizzabile dagli aerei sauditi.

Comunque, al summit di Ginevra, co-presieduto dall’Onu e dai governi di Svezia e Svizzera 40 Paesi e   organizzazioni si sono impegnati a sviluppare iniziaive umanitarie nelloYemen nel 2018 e i quasi 2 miliardi di dollari raccolti sono quasi il doppio del 2017.

Ma le agenzie umanitarie, comprese quelle dell’Onu, avvertono che fino a che non cesserà la guerra scatenata dai sauditi la popolazione non combattente continuerà a subire spostamenti forzati e ripetuti di famiglie, massiccia insicurezza alimentare e il crollo dei servizi essenziali, tra cui sanità e istruzione.

In quello che era già uno dei Paesi più poveri e vulnerabili del mondo prima che iniziasse la guerra, nel 2017 c’è stato il peggior focolaio di colera al mondo che ha colpito un milione di yemeniti, e ora è in aumento  la difterite, Guterres ha detto che dei 22,2 milioni di persone – circa il 75% della popolazione yemenita –  che hamno bisogno immediato di assistenza umanitaria, per ben 8,4 milioni non si sa come riusciranno ad ottenere cibo. E il costo dei generi alimentari nello Yemen è aumentato del 25% in un Paese dove ormai anche le risorse petrolifere sono inaccessibili e/o non esportabili per il blocco dei porti attuato dalla coalizione arabo-sunnita.che impedisce anche l’arrivo di aiuti nel nord del Paese

A margine del summit dei donatori di Ginevra, la vicepremier svedese, Isabella Lovin, ha detto ai giornalisti che «Ogni giorno di guerra in più è un giorno di troppo per gli yemeniti comuni. C’è il frischio di un’intera generazione di bambini senza assistenza sanitaria e istruzione, mentre le notizie di bambini reclutati da gruppi armati sono profondamente inquietanti».

Alla fine, sollecitato dai giornalisti, Guterres ha detto che il suo inviato speciale per lo Yemen,  Martin Griffiths, «E’ stato”molto incoraggiato dai suoi recenti colloqui con i rappresentanti delle parti in guerra a Sana’a e Riyadh. L’inviato speciale dovrebbe andare anche negli Emirati Arabi Uniti, Oman e Aden per dei  colloqui. Questo ha portato a prospettive positive per un dialogo yemenita inclusivo, L’opportunità per la pace dovrebbe essere colta […] e non mancata».

Ma James Munn, direttore della ONG Norwegian Refugee Council, è molto meno fiducioso sull’atteggiamento saudita e di altri Paesi: «Le conferenze dei donatori sono raramente eventi decisionali. Sono esercizi di protocollo nei quali  i donatori leggono le dichiarazioni preparate».

Un funzionario dell’Onu ha detto a Irin che la donazione dell’Arabia saudita e degli Emirati arabi uniti  «ha obiettivi di buona reputazione» e ha aggiunto che «Non è la prima volta che le parti in conflitto sono anche donatrici di aiuti o “colpevoli” di influenzare il processo decisionale umanitario delle donazioni. Guardate gli Stati Uniti in Iraq o, ad esempio, il sostegno tedesco all’agenzia di soccorso palestinese dell’Onu Unrwa, che potrebbe essere collegato all’Olocausto alle origini del conflitto israelo-palestinese».

Dopo la mega donazione, la coalizione guidata dai sauditi si aspetta la riconoscenza dell’Onu (subito espressa), anche se probabilmente sorvolerà sulle richieste dell’Onu di rispettare la legge internazionale e di abolire le restrizioni sulle importazioni di merci.  Per Munn, la donazione di sauditi ed emiratini «Non è sgradita, ma dovrebbe essere abbinata ai colloqui di pace, a meno restrizioni ai soccorritori e a un riconoscimento del danno collaterale che colpisce oltre 22 milioni di persone. La mia agenzia, per principio, non prenderebbe direttamente i soldi sauditi».

Per alcuni, i finanziamenti sauditi potrebbero indicare un cambio di strategia. Irin sottolinea che «Il Regno ha compiuto sforzi significativi per rafforzare la propria capacità di aiuto, istituendo il parastatale King Salman Humanitarian Aid and Relief Center. Di recente ha anche avviato un piano parallelo di aiuti allo Yemen, progettato per placare le preoccupazioni delle Nazioni Unite e della Croce Rossa sui danni ai civili».

Anche secondo Munn e altri analisti «Il nuovo eclatante annuncio dell’Arabia Saudita sembra indicare un cambiamento, suggerendo che il Paese sta cercando un’opportunità per mostrare il suo lato compassionevole«.

A chi teme che gli aiuti sauditi arriveranno solo nelle zone controllate dal governo fantoccio Hadi  il governo saudita risponde che  la donazione all’Onu  dimostra che «Il nostro approccio per affrontare le sfide umanitarie nello Yemen è olistico. I finanziamenti dell’Arabia Saudita saranno utilizzati in modo imparziale: il nostro aiuto è per tutti gli yemeniti in tutte le regioni dello Yemen ed è strettamente basato sui bisogni umanitari». Ma poi, quando Irin ha chiesto se il governo di Ryhad è disposto ad alleviare il blocco commerciale nel porto controllato dagli Houthi, la risposta è stata che «I ribelli stanno raccogliendo entrate dlla tassazione, dall’estorsione e dalla creazione di un mercato nero per il carburante».

La Hassan di Amnesty International sottolinea che per l’Arabia saudita  «La donazione di quest’anno non deve essere un pass gratuito quando si tratta di dover endere conto delle gravi violazioni commesse nello Yemen» e conclude ricordando che è stata l’Arabia saudita a mettere lo Yemen «Su un pendio incredibilmente pericoloso e scivoloso. L’Arabia Saudita utilizza i sui muscoli finanziari per farsi rimuovere da un elenco di stati dell’Onu che usano bambini soldato del 2016».

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