Pechino, esplosione in Piazza Tienanmen: è un attentato dei separatisti uiguri?

[29 ottobre 2013]

L’agenzia ufficiale cinese Xinhua è abbottonatissima sul misterioso episodio che ieri ha visto un’auto investire la folla e poi esplodere prendere fuoco nella piazza simbolo del potere comunista cinese:  Tienanmen, a Pechino, proprio davanti all’entrata del mausoleo di Mao Zedong.

L’episodio sembra molto strano, visto che tra i 5 morti ci sono ben 3 occupanti dell’auto (cosa anomala per un attentato suicida), mentre le altre vittime sono una turista filippina ed un cittadino cinese del Guandong. Tra  38 feriti ci sono 3 turisti filippini ed uno giapponese, gli altri 34 sono cinesi.

Sul posto dell’esplosione sono subito arrivati uomini del governo centrale cinese, del ministero della sicurezza pubblica e del governo municipale di Pechino che, oltre a coordinare i soccorsi, hanno impedito a tutti di scattare fotografie ed ai giornalisti occidentali di arrivare nel luogo del possibile attentato. Xinhua scrive che «Essi hanno fatto appello a fare il massimo degli sforzi per salvare la vita dei feriti, ricercare le cause dell’incidente e prendere delle misure forti per garantire la sicurezza e la stabilità della capitale», tra queste misure c’è evidentemente anche la cancellazione di ogni foto riguardanti l’esplosione dell’auto da tutti i siti internet e dai social-network cinesi.

Xinhua ricostruisce così l’incidente: «La jeep ha colpito la balaustra del ponte Jinshui sul fossato della Città Proibita e ha preso fuoco alle 12,05, secondo la polizia municipale e il Beijing Emergency Medical Center. L’incendio è stato spento poco dopo. Il traffico è tornato alla normalità alle 13,09. Un’indagine completa è in corso».

Dice qualcosa di più il Global Times,. Diventato la voce di pechino all’estero, secondo il quale sulla strada che porta a piazza Tienanmen ci sarebbero pattuglie della polizia ogni 50 metri. Il giornale cita una testimone: «Il veicolo correva molto veloce, potevo sentire gente che urlava lungo  tutta la strada mentre il veicolo travolgeva la folla», un altro testimone ha detto che il Suv bianco era inseguito da auto della polizia, prima che si schiantasse: «Ho sentito il della clacson vettura, ma l’ho notata troppo tardi. La mia mente si è svuotata completamente e  quando mi sono svegliato di nuovo ero sdraiato a terra», strani questi tre attentatori suicidi che suonano il clacson.

Ma i turisti filippini dicono che nella serata di lunedi, la polizia ha chiesto all’hotel che li ospita a Pechino di segnalare tutti gli ospiti “sospetti” che avevano visitato hotel dal primo ottobre.

La polizia cinese sta anche cercando informazioni su “veicoli sospetti”  e alla fine ha detto che due dei possibili terroristi morti dentro il Suv provenivano dalla contea di  Pishan, nella regione autonoma dello Xinjiang Uigur, dove l’etnia musulmana degli uiguri ha ripreso con più forza la lotta contro gli “invasori” cinesi Han dopo che il governo centrale di Pechino ha annunciato grandi progetti energetici e minerari, che secondo gli indipendentisti sarebbero un’ulteriore rapina delle risorse di quello che loro chiamano Turkestan Orientale.

Secondo la polizia anche i pezzi della targa del Suv che sono stati recuperati dimostrerebbero la provenienza dell’auto dallo  Xinjiang Uigur.

L’imbarazzo del regime comunista cinese è evidente perché, se si trattasse davvero di un attentato del separatismo uiguro, per la prima volta  (forse anche grazie alle evidenti anomalie) un gruppo separatista sarebbe riuscito a violare il luogo sacro del potere dal quale gli studenti cinesi vennero scacciati con i carriarmanti nella ormai dimenticata strage di Tienanmen che ha dato il via all’inarrestabile crescita cinese fatta di liberismo senza libertà.  Una crescita che ha sicuramente “fedelizzato” la maggioranza han al regime ma che ha acuito gli scontri con le minoranze etniche, a partire da quelle storicamente più turbolente come i tibetani e gli uiguri, ma ora anche i solitamente tranquilli mongoli della Mongolia Interna, che sopportano sempre meno quello che loro chiamano colonialismo e sfruttamento cinese e che Pechino chiama sviluppo, civilizzazione ed uscita dal sottosviluppo e dalla superstizione.

Una miscela esplosiva che forse è clamorosamente deflagrata davanti al ritratto imperturbabile di Mao.