Perché siamo incapaci di vedere i progressi dell’umanità. Pinker: «Il mondo non è mai stato così pacifico»

«Se predite il peggio, vi considereremo come un profeta»

[11 novembre 2016]

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Sul blog della Banca mondiale, Dani Clark, editor external and corporate relations del gruppo della Banca mondiale dal 2010 ed esperta di mercati emergenti, si occupa del lavoro dello psicologo Steven Pinker, autore de  bestseller The Better Angels of our Nature: Why Violence Has Declined (2011) che, basandosi su dati statistici, ha disegnato, grafico dopo grafico,  un quadro incoraggiante della nostra epoca che, secondo lui, sarebbe il frutto di diversi secoli di rivoluzione umanista, di quello stesso umanesimo – aggiungiamo noi – che vediamo però messo oggi in discussione nel mondo da troppi politici retrogradi e da troppi conflitti inumani e settari.

Durante un incontro alla Banca Mondiale, il celebre psicologo dell’università di Harvard ha ricordato che «la specie umana ha un passato violento ma il nostro mondo non è mai stato così poco violento come oggi. La schiavitù è stata abolita in tutto il mondo, mentre la grandissima maggioranza dei Paesi dei Paesi del mondo ha messo fine alla pena di morte. Sono così finiti, globalmente, i duelli, gli sport sanguinari, la tortura legale, l’imprigionamento civile e la caccia alle streghe». Quanto agli omicidi, che in molti credono abbiano raggiunto livelli mai visti, Pinker ha  ricordato che «un inglese oggi corre 50 volte meno il rischio di farsi uccidere che nel Medioevo».

La rivoluzione evocata dallo psicologo statunitense avrebbe la sua origine proprio nel consolidamento degli Stati nel Medioevo e nello sviluppo della moneta e del commercio, che avrebbero facilitato e moltiplicato  le relazioni interpersonali, e sarebbe stata accelerata da una maggiore alfabetizzazione che a sua volta avrebbe reso possibile lo sviluppo della stampa nel secolo dei Lumi. La diffusione della lettura, sia che fossero romanzi, pièce teatrali, libri storici o giornali, ha portato alla possibilità di «proiettarsi nella testa degli altri» e Steven Pinker spiega che «Lo sviluppo dell’empatia diminuisce il gusto della crudeltà. Non abbiamo mai vissuto dei tempi così pacifici come oggi».

Probabilmente in Sud Sudan, Iraq, Siria, Nigeria, Repubblica democratica del Congo, Somalia, Palestina, Kashmir e in altro bel mazzo di Paesi e Territori avrebbe molto da obiettare, ma Pinker argomenta le sue convinzioni con una nuova serie di grafici e in 40 slide smonta gli argomenti dei “pessimisti”.  La Clark le riassume così: «Il numero dei decessi causati dalla guerra diminuisce da 70 anni, mentre dal 1990 si osserva un calo del numero di guerre civili e interstatali. In numerosi Paesi  si assiste a un calo di violenze interpersonali,  stupri, omicidi, violenze coniugali, maltrattamento infantile, crimini di odio, sevizie sessuali su bambini. L’ultimo conflitto tra due grandi potenze risale alla guerra di Corea e il mondo non ha conosciuto una guerra tra nazioni sviluppate dalla Seconda Guerra mondiale».

Un quadro forse un po’  troppo roseo, dato che la Guerra Fredda è stata  di fatto una guerra tra grandi potenze per interposti Paesi vassalli e che non si può certo ritenere cosa da poco conto le guerre che, dalla Libia all’Afghanistan, impegnano proprio quei Paesi sviluppati che tra loro non combattono, ma che, come in Siria, si scontrano attraverso milizie “amiche”. Non si può certo dire che quando Papa Francesco parla di Terza Guerra Mondiale diffusa esageri… ma Pinker fa notare che «certo, ci sono degli alti e bassi, con dei picchi puntuali di violenza estrema, ma la tendenza generale è innegabilmente al ribasso».

La Clark si chiede: «Come spiegare questo stato di pace?» e ammette che «evidentemente, è ancora troppo presto per affermare che la violenza sia scomparsa dalla specie umana, purtroppo la propensione che ci spinge a sfruttare, dominare e vendicarsi sugli altri è sempre ben presente». Ma lo psicologo spiega che «le circostanze storiche hanno giocato a favore di altre motivazioni che si oppongono alla violenza. Queste motivazioni sono il controllo di sé, l’empatia, il senso morale o ancora la ragione, vale a dire i “migliori angeli dalla nostra natura”», che poi è il titolo dell’opera di Steven Pinker.

Per la Clark si tratta essenzialmente di una questione di istituzioni e di norme: «Il commercio, la democrazia e le organizzazioni internazionali, che hanno conosciuto un maggiore sviluppo nella seconda metà del XX secolo, sono tre fattori che incitano ad allontanarsi dalla guerra. La democrazia ostacola i conflitti tra i cittadini e, con lo sviluppo del commercio,, diventa meno caro acquistare un bene che rubarlo. Senza contare che oggi siamo semplicemente più istruiti e che la globalizzazione è fonte di una più grande empatia». Cosa che non si direbbe leggendo le motivazioni politico/antropologiche del voto per Donald Trump e i messaggi traboccanti odio, razzismo e ignoranza che inondano i social media.

Ma Pinker evidenzia che «la violenza è un dilemma sociale: se è tentante dal punto di vista dell’aggressore, è disastrosa per la vittima. E dato che noi tutti possiamo proiettarci nella situazione della vittima, è nell’interesse di tutti evitare il ricorso alla violenza».

Se è evidente che, per esempio su Facebook o nelle barricate di Gorino o nei comizi di Trump,  in molti sono privi di questa capacità di proiezione empatica, lo stesso Pinker  ammette che, almeno dal 2011, c’è un’ombra sul quadro luminoso che tracciano i suoi grafici «Il terrorismo fondamentalista, la guerra in iria e il conflitto in Ucraina hanno spazzato via l’equivalente di 14 anni di progressi su 24 anni di calo generale delle violenze», spiega la Clark. Ma Pinker tranquillizza subito: «Ma è la sola cattiva notizia deplorevole. Per esempio, Se estrapoliamo l’evoluzione generale della pena di morte nel mondo nel corso degli ultimi secoli, dovremmo pervenire a un’abolizione totale nel 2026». Trump, Erdogan, Xi, iraniani e sauditi permettendo, verrebbe da aggiungere…

Ma secondo la Clak, «il problema è che siamo incapaci di vedere i progressi. Vediamo solo l’albero che nasconde la foresta. Come possiamo pensare che le nostre società sano pacifiche? Eppure lo sono, se le si situa in una prospettiva storica». Come ripete spesso Pinker, «Abbiamo paura degli attentati e degli incidenti aerei mentre il rischio di morire in un incidente stradale  è ben più elevato». Ed è la stessa cosa per lo sviluppo umano: «Siamo incapaci di vedere il progresso compiuto in un secolo.  Eppure la povertà è calata e la ricchezza amentata, la speranza di vita si è allungata mentre i tassi di mortalità tra i bambini sono considerevolmente calati; le ineguaglianze mondiali hanno cominciato così a regredire», ha detto Pinker, che si occuperà proprio di questo nel suo prossimo libro.

A prima vista, sembra una visione molto “Occidente-centrica” e che si basa sulle  inarrestabili forze progressive del mercato – scordando fra l’altro che un po’ di benessere diffuso lo si deve anche alle lotte dei lavoratori che quel mercato hanno tentato di addomesticarlo –  che fa a pugni con la percezione di una crescente disuguaglianza tra super-ricchi e resto del mondo, ma Pinker spiega ancora che «lo spirito umano è fatto in modo che gli è più facile ricordare  o di rappresentarsi mentalmente degli avvenimenti violenti. Tanto per ricordarselo, è quel che gli economisti Daniel Kahneman e Amos chiamano la “euristica della disponibilità”. Sapendo che l’industria della stampa ha fatto delle violenze il suo burro (“if it bleeds, it leads”), oggi ne abbiamo in abbondanza, ne siamo anche letteralmente bombardati.  D’altronde, basiamo anche le nostre percezioni sulle informazioni iniziali delle quali disponiamo (quel che  Kahneman e Tversky designano con il concetto di “ancoraggio euristico”). Chi, tra noi, non apre il suo cellulare appena si alza? Lo confesso: io no. Ecco, si comincia così… Tanto più che i leader (o chi sogna di diventarlo), i moralisti e tutti gli oracoli televisivi non aiutano a sistemano le cose». Pinker ha citato il musicista americano Tom Lehrer: «Se predite il peggio, vi considereremo come un profeta».  Qui siamo perfettamente d’accordo con  la Clark e Pinker: è questa la chiave del successo dell’improbabile profeta  Trump e di profeti di sventura europei minori, come Lepen, Farange, Salvini Orban e i leader della destra populista degli ex Paesi comunisti dell’Europa orientale.

La Clark conclude evidenziando che è proprio in questo che risiede tutta la difficoltà: «C’è un baratro tra il conoscere i nostri modelli di ragionamento e il saperli gestire, tra il fatto di sapere intellettualmente che il mondo va meglio e riuscire a restare ragionevole e positivo di fronte alla paura e all’allarmismo che ci circondano. Come colmare questo baratro? Steven Pinker non ha trattato questa questione nella sua esposizione. Per tutti coloro che subiscono quotidianamente la violenza e la povertà , il baratro sembra insuperabile. Però, ovunque viviamo, è il compito di tutta la vita, un compito non quantificabile, laborioso e misterioso, ma dal quale dipende l’umanità».