Perla Azzurra, un pesciolino rosso nell’inferno dei profughi di Idomeni

L’odore della vergogna. Per queste vite spezzate dall'indifferenza, per questo filo spinato, noi non abbiamo scuse

[16 maggio 2016]

Idomeni Perla Azzura Buonaccorsi 1

Perla Azzurra Buonaccorsi (pesciolinorosso, come si definisce sulla sua pagina Facebook) è una giovanissima donna dell’Elba che è partita, con tanto di bandiera con le tre api della sua pacifica e ricca isola, per Idomeni, per dare una mano ai profughi che si affollano nell’inferno al confine tra Grecia e Macedonia, in un altro mondo. Perla Azzurra è una volontaria di Time 4 Life international che ha portato a Idomeni gli aiuti raccolti all’Elba.

Abbiamo letto il suo diario di viaggio, lavoro, umanità e speranza e ne siamo rimasti molto colpiti. Perla scrive benissimo ed è uno splendido essere umano, come molti dei giovani italiani che non vediamo sui giornali, che non si insultano o insultano sui social media, ma che mettono generosamente cuore, intelligenza, passione, mani, gambe e lacrime al servizio di un mondo migliore. Perla è una ragazza normale, simpatica, spiritosa che ha deciso di andare a vedere l’inferno per portare un po’ di cura, una briciola di umanità, per quel che vale. E vale tanto.

Le abbiamo chiesto se poteva farci l’onore di pubblicare il racconto della sua esperienza di giovane donna appassionata della vita nel luogo dove si affolla il dolore e la speranza, ad Idomeni, alle porte blindate dell’Europa, a un passo dalla guerra siriana e dal Mediterraneo diventato un cimitero sottomarino. Ci ha detto di sì.

Siamo davvero felici e fieri di potervi far leggere l’emozionante diario di Perla Azzurra, un pesciolino rosso con un cuore grande e intelligente.

 

Idomeni, giorno 1

Usciamo in ricognizione notturna verso i campi.

Le mille luci di Thessaloniki ce le lasciamo dietro e dopo poco è il buio ad avvolgerci. Non c’è neanche un palo elettrico che funzioni, non c’è nemmeno una luce a illuminare la nostra strada verso Idomeni. Maciniamo chilometri nel buio.

I contorni nerissimi delle montagne oltre la sconfinata pianura creano un complesso quadro di tenebre.
Ogni tanto il buio si allunga fino a strapparsi e lì, in mezzo al nulla, compare un distributore di benzina, dalle luci bianche e fredde come quelle di una sala operatoria. Come i neon dei motel in un film horror.

Alzo gli occhi, fuori dal finestrino. La luna si vede anche da Idomeni. Ha la forma di uno spicchio, come quella delle conosciutissime caramelle al limone o all’arancia.

Caramelle. Come quelle per le quali decine di bambini, oltre la rete del primo accampamento che incontriamo, continuano ad allungare le proprie manine sbucciate verso di noi. Ci divide una rete. Da una parte una strada a doppia corsia, un autogrill con bar, negozi, ristorante, le nostre dieci macchine nuove prese a noleggio, ferme a bordo strada con le quattro frecce.

Dall’altra una fittissima distesa di tende grigie, stipate dentro e oltre un’area di servizio dismessa.

La polizia, come ci muoviamo, con o senza le macchine, ci ferma. Ci blocca. Dove state andando a quest’ora? Chi siete? Cosa portate? Documenti.

È anche questo uno dei tanti metodi per provare a ostacolarci, per tentare di non far arrivare gli aiuti umanitari dove invece sarebbero richiesti: se si viene a sapere che in un accampamento si “sta bene”, che lì arrivano gli aiuti, che lì si mangia, allora altri profughi cercheranno di arrivarci. E qui questo non va bene. Soprattutto alla polizia.

Fa fresco la sera, nei campi di terra e di asfalto. Le persone ancora sveglie si stringono intorno a un falò improvvisato.
Guardo Sara, un metro e qualcosa, avvolta in un foulard, aggrappata con le sue minuscole dita alla rete. La guardo e penso che siamo in Europa. A due ore di volo da casa mia. Non otto. Due. Come i cuscini sui quali potrò dormire stasera, quando rientreremo in albergo. In un letto vero, con la bandiera di casa mia appoggiata sopra. In una stanza con la moquette e la doccia.

Risaliamo in macchina dopo aver promesso di tornare domani, e Sara, aldilà della strada, oltre la rete, urlando più forte che può ci augura col sorriso la sua buonanotte: “I love you!”.

C’è un forte odore di bruciato, di gomma, di fango, di erba bagnata – una volta che ti è entrato nelle narici, non riesci più a liberartene.

È l’odore della vergogna.

Idomeni, giorno 2

La sveglia che suona stamani non è la mia.

Sono le otto, ora greca, fuori c’è il sole: va tutto bene.

Facciamo una bella colazione e ci dividiamo: stamani cucina per me e il mio gruppo. Un po’ meno bene: ai fornelli non sono proprio Benedetta Parodi. Se poi sono i fornelli con i quali preparare più di cinquemila pasti, qualche pensiero ti viene. Ma in realtà non c’è tempo per pensare: zaino in spalla, bandana arancione in testa, cartellino identificativo al collo, stilosissime crocs ai piedi e pedalare. O meglio, pe(da)lare: cipolle, zucchine, patate, aglio.

La cucina è lontana dieci minuti di auto dal campo, per ragioni logistiche e per ovvi motivi di sicurezza. È interamente autogestita da un gruppo di ragazzi giovanissimi, di ogni nazionalità, perlopiù europei: arrivano, si accampano, ripartono, tornano, mescolano loro stessi e nel frattempo anche la zuppa, che cuoce dentro pentoloni alti quanto me. Cucinano per i profughi su fornelli da campo, nel fango di un giardino, nel retro di un motel sul ciglio della strada. Tutti i giorni. Da settimane. Tra loro c’è anche un italiano, Antonio, cuoco barese ormai abbronzatissimo, qui da due mesi.

Il sole picchia e io mi picchio con le patate da lavare e sbucciare. Nel frattempo conosco Marianna, poco oltre i trenta, mezza irlandese e mezza inglese, con una bambina di 6 anni ad aspettarla a casa dei nonni, in Francia. Non so se, al posto suo, avrei avuto lo stesso coraggio.

A metà mattinata arriva un bambino, senza nome e senza età. Arriva dalla casa accanto, diroccata e abbandonata. Lo accompagna un adulto, oltre il nostro cancello, e lo lascia lì, andandosene subito.
Ha tra le mani un piatto fondo di ceramica grosso quanto la sua testa, talmente pulito che risplende.
Alzo la testa, seduta per terra con la mia scodella piena di bucce, e lo guardo dirigersi a passi incerti in cucina. Riabbasso lo sguardo sulle mie due sacchettate di patate sporchissime e istintivamente sorrido, perché do per scontato che, con millemila chilogrammi di riso e verdure in preparazione, qualcosa nel piatto gli venga messo. Dopo poco rialzo gli occhi e lui sta ancora lì, piccolo piccolo, ad aspettare, di fronte alle sei pentole giganti. Si dondola sui piedi cercando lo sguardo di tutti e di nessuno, un po’ singhiozza ma lo nasconde bene.

Alcuni di noi, a quel punto, domandano alla coordinatrice della cucina cosa fare.

Niente, ci dice. Non possiamo dargli niente, va riaccompagnato fuori.

Perché?
Perché se gli riempiamo il piatto, ne arriveranno altri. Folle di persone qua intorno incasinerebbero  completamente l’area. L’ambiente creato non sarebbe più né gestibile, né funzionale. Questa è la cucina, non distribuiamo pasti, li prepariamo e basta. È per questo che siamo defilati, mediamente lontani dal campo. Se si sapesse che qui diamo del cibo gratis, quei dieci km che ci separano da Idomeni non sarebbero davvero un problema per molte famiglie con un viaggio in barcone alle spalle e i boati delle bombe ancora nelle orecchie, neanche a piedi sotto il sole cocente.

È difficile da capire. Ci vuole tempo e ci vuole pazienza per capire determinati equilibri, per non incrinarli con le proprie mani. Per non andare in pezzi. Per adattarsi.

Così difficile che io e un’altra volontaria di Time ci guardiamo inquiete e sconcertate, mentre il bimbo viene accompagnato di nuovo fuori dal cancello, oltre il quale intravediamo anche la sorellina in attesa, speranzosa di veder il piatto del fratello finalmente pieno; senza saperlo abbiamo già in mente la stessa identica cosa: compriamoglielo noi, qualcosa che possa finalmente sporcare un po’ quel piatto immacolato.

Ma intorno non c’è molto, tranne il motel qui accanto. Tranne il bar, del motel qui accanto. Dove, tra l’altro, di commestibile vendono praticamente solo coni gelato. A un euro. Ne compriamo subito due e usciamo di nuovo in strada. Fratellino e sorellina se ne stanno lì fuori seduti con il piatto davanti, lo sguardo perso nella polvere. Appena ci vedono con in mano i coni per loro, sgranano gli occhi e ci mollano lì due di quei sorrisi che non ti fan dormire la notte. Aggiungiamo caramelle e figurine di Snoopy – che ormai portiamo sempre nelle tasche o dentro il marsupio – ed è subito festa.

È una bella giornata, al costo di due euro. È una bella giornata difficile da capire.

Dopo aver pelato tonnellate di verdure miste e aver preparato quintali di basmati, le pietanze vengono impacchettate e spedite al campo con un furgone e qualche addetto esperto nella distribuzione, per la prima consegna, cui seguirà una seconda nel pomeriggio. Noi rimaniamo in cucina e iniziamo a lavare le centinaia di pentole, bacinelle, utensili, coperchi, scolariso utilizzati. L’amido è difficile da sgrassare, i chicchi di riso si incrostano ovunque, per me che sono l’addetta al risciacquo è una specie di incubo.

Tempo un paio di scodelle e sono già completamente bagnata, ma sotto il sole non è poi così male, in fondo.
Il mio nuovo motto è uno ma efficace: ogni volta che ti vien da lamentarti per qualcosa che trovi difficile, dire sempre “poteva andarmi peggio”. Funziona.

Tre di noi del “cooking team”, tra cui io, vengono portati al campo di Idomeni intorno alle 15.
Si scrive campo si legge paesino: una vallata di tende in lungo e in largo, distribuite a formare strade e quartieri. I punti di repere sono molti: i binari del treno alla fine dei quali si trovano i furgoni della polizia schierata, l’ospedale e gli ambulatori di medici senza frontiere, i due punti di distribuzione pasti, il filo spinato del confine.

Il filo spinato.

Decine di migliaia di persone trattenute da un filo spinato.

La prima bimba che incontro avrà sì e no quattro anni. Cerca di far volare un aquilone fabbricato con lo spago e un sacchetto della spazzatura.

Su un muro poco più in là si legge, con la calligrafia tipica dei bambini, “they’re starving, let them cross the borders”. Stanno morendo di fame, lasciateli oltrepassare il confine.

Quando distribuiamo gli aiuti, rischiamo quasi di essere assaltati. Per qualche scatoletta di tonno si scatena immediatamente il caos. L’aggressività è direttamente proporzionale al grado di fame.

Per terra ci sono bustine vuote di latte in polvere per neonati ingoiate, come del semplice granulato, da bambini più grandi affamati.

Ogni tanto incontriamo una tubatura di acqua sporca zampillante dove i bambini si lavano i denti o le mamme riempiono le bottigliette.  Sono perlopiù tutti curdi e siriani in fuga.

Una bambina seria e inespressiva mi avvicina spontaneamente e sono soltanto tre le parole che pronuncia “mama, papa, boom”.

I più fortunati, fuori dalla tenda, hanno piccoli fornelli da campeggio, debolmente ancorati alla sabbia mista a polvere e terriccio.

Immaginatevi Lacona il 14 di agosto per la spiaggiata, piena zeppa di tende e falò da non riuscire quasi a camminare, ma senza gli hotel, senza la musica, senza i ristoranti, senza la pineta, senza cibo né acqua. Al posto del nostro splendido mare metteteci le palizzate, la polizia antisommossa e sette tonnellate di filo spinato. Non si può andare avanti, non si può tornare indietro.

Molte donne sono incinte e denutrite. Molte hanno neonatini affamati, ma non possono allattarli.

Le giornate son tutte uguali. L’unico obiettivo è riempirsi un po’ la pancia.

I bambini più piccoli stanno in fila per mangiare alla fine delle distribuzioni. Se riescono, portan via più razioni anche per i fratellini, impilando i piatti uno sull’altro.

Qualcuno ci dice amareggiato che piuttosto che star qui in queste condizioni preferirebbe tornare a casa, anche se una casa non c’è più.

Siamo praticamente in Europa. A due ore di volo da casa.

Molte volte mia nonna mi ha raccontato che, durante la seconda guerra mondiale quando nonno fu deportato in un lager, nessuno, da qui, tra le persone “comuni”, sapeva niente di quel che stava accadendo laggiù, lontano dalla normalità. Non avevano i mezzi per provare a rincorrere la terribile verità. Non avevano google o facebook per informarsi, per organizzarsi, per ribellarsi a quello sfacelo umano di cui poco, prima della Liberazione, ancora si conosceva.

Per questo filo spinato, noi non abbiamo scuse.

Per queste vite spezzate dall’indifferenza, noi non abbiamo scuse.

Idomeni, giorno 3 – giorno 4

Oggi campo profughi “minore”.

Ieri ci hanno chiesto aiuto e stamani siamo qui, all’Eko-camp, dal nome della compagnia che rifornisce il distributore di benzina.  Perché sì, qui, a una ventina di minuti di macchina da Idomeni-camp, ci sono circa due/tremila persone stivate in un’area di servizio. Immaginatevi la Esso in autostrada che da un giorno all’altro si trasforma in un’area campeggio, anzi peggio, in un campo di sopravvivenza.
I bambini giocano in mezzo alle pompe del distributore, che nel frattempo si è attrezzato iniziando a vendere al suo interno barattolini di latte in polvere alla modica cifra di 11 euro. 11 euro a barattolino. Giusto per ricordarsi che non si è mai troppo sciacalli.

Dei pasti di questo accampamento si occupano, anche qui, ragazzi giovanissimi, perlopiù tedeschi, che hanno istituito un grande tendone per cucinare in quella che un tempo era l’area di sosta dei camion. Preparano quasi sempre zuppa di verdure, perché manca tutto il resto.

E qui arriviamo noi oggi: vagonate di pesce e carne in scatola. Sembra tipo un miraggio: quando le prime scatolette iniziano a uscire dalle valigie per essere spostate nella dispensa, già in molti, adulti e bambini, cominciano a precipitarsi da noi chiedendone insistentemente almeno una ciascuno.  Ovviamente anche oggi vige la regola del “non dare niente in autonomia”, per non incrinare i delicati equilibri.

È difficile anche oggi, soprattutto quando una mamma incinta con già tre bambini al seguito ti si pianta davanti implorandoti e tu hai solo due scelte, una peggiore dell’altra: ignorarla completamente continuando a smistare le tue scatolette o mandarla via.  È difficile spiegare quando non ci sono neanche le parole, è complicatissimo quando il tuo sguardo indaffarato incontra nel silenzio i bellissimi occhi verdi di una bambina a cui è stato tolto rumorosamente tutto, incluso il diritto di essere bambina. Senza pronunciare una parola, ti fissa dritta dritta con il braccino teso e il palmo della mano aperto, e tu puoi solo scuotere la testa, abbassare gli occhi e sperare che quando li rialzerai lei abbia capito e si sia allontanata da te.  Non riuscire a sostenere lo sguardo supplicante di una bambina per la troppa vergogna: è in questi momenti che capisci di dovere qualcosa alla vita, perché tu hai avuto tanto, forse troppo, e a qualcun altro non è toccata neanche una briciola della tua serenità. A volte basta nascere nella parte di mondo sbagliata, per ritrovarsi da un giorno all’altro a implorare uno sconosciuto, vergognosamente più fortunato di te, per una forchettata di tonno in più. Per sfamare i tuoi figli o te stesso.

Una delle ragazze tedesche, più tardi, nel caos totale della distribuzione del cibo ci confesserà “di solito non è così, oggi sembrano impazziti, è difficilissimo tenerli a bada e far rispettare la fila”. Non faccio la benché minima fatica a crederci.

Viaggio con la mente alla velocità della luce: in un attimo siamo io, il mio compagno, i miei bambini, mia madre e mia sorella. Tutto ciò che di più caro potrei avere al mondo. In fuga dalle nostre case rase al suolo da un caccia, dalle nostre giornate ormai scandite dalle sirene di evacuazione, dalle nostre vite cancellate da una bomba. Già è tanto se riusciamo ad arrivare tutti vivi fino a un campo come questo, a centinaia di migliaia di chilometri di distanza. Arriviamo fin qui, affamati, sporchi e disperati, e ci bloccano. L’Europa non ci fa passare e ci lascia agli arresti domiciliari in un’area di servizio semi-abbandonata. L’Europa ci rifiuta. Qualche angelo arriva in nostro soccorso cominciando a darci da mangiare quel che può: quasi sempre verdure e zuppa. I miei bambini sono piccoli e hanno tanta fame. Io non sono in condizione di allattarli perché non mangio in modo adeguato da settimane e ho perso il mio latte. Mia mamma e mia sorella sono distrutte, denutrite e sotto shock. Il mio compagno assiste impotente, non potendosi più prendere cura di noi.

Si vive sul filo del rasoio.

Poi una bella mattina arrivano dal nulla proteine o pseudo tali: carne e pesce in scatola. Salmone, sgombro, tonno, manzo, pollo.  Tu cosa faresti? Non scateneresti il caos pur di accaparrartene quante più razioni possibile, anche da mettere da parte, per te e la tua famiglia? Riusciresti a ragionare in un’ottica di giustizia ed equità, secondo la logica “prendo il mio e me ne vado, così gli altri possono avere il loro”?  Magari sì, molto probabilmente no. Nelle situazioni bisogna trovarcisi, certe spinte emotive umane sono inimmaginabili in situazioni così critiche.

Finiamo di dividere le scatolette di tonno da quelle di pollo e consegniamo il tutto dentro il tendone adibito a cucina.

Decidiamo di farci un giro per le tende prima di pranzo, ad ascoltare un po’ di storie. È forse la parte migliore della giornata. Parlare, per gli adulti qua dentro ma anche per noi volontari, è un modo prezioso per scaricare la tensione, così come lo è il giocare per i bambini.

Dopo neanche dieci passi siamo subito accolti calorosamente da una famiglia che ci fa strada nella loro tenda: “please sit”, e allora ci sediamo con loro in “veranda”. Sono curdi e vengono dalla Siria. Hanno una tenda grande quindici metri quadri e dentro ci abitano tre famiglie, per un totale di 25 esseri umani. Sono arrivati qui dopo un’odissea in treno, tre mesi fa. Mentre mi spupazzo uno dei bambini, senza pretendere niente in cambio ci offrono del tè chai e del caffè.

Visto che domani è il nostro ultimo giorno utile, chiediamo quale sia la loro percezione dei bisogni del campo. Cosa vi serve di più? Cosa manca davvero, qui? Cosa vorreste? Nessuno conosce le reali necessità di un campo profughi meglio dei profughi stessi. Insomma, indaghiamo e se manca qualcosa, eventualmente lo compriamo e lo portiamo qui prima di ripartire, domani.

La prima risposta è sempre la stessa e pesa quanto un macigno. “L’unica cosa di cui abbiamo bisogno è che ci lascino liberi, vorremmo solo che aprissero i confini.”

Una delle donne presenti mi dice che suo figlio è in Germania e vorrebbe tanto raggiungerlo. Le brillano gli occhi per mezzo secondo al solo pensiero.

In fondo alla tenda c’è una specie di chitarra. Il capo famiglia la suona un po’ per noi, mentre sorseggiamo il tè chai dalle tazze in ceramica. È bollente, perché è stato appena preparato sul braciere. Penso a quando, a casa, per bere dallo stesso bicchiere di mia sorella, per scherzare faccio storie. Adesso sto bevendo del tè di dubbia provenienza, preparato con acqua di altrettanto dubbia provenienza, bollita su un braciere in mezzo al fango e alle tende di rifugiati siriani accampati in un distributore.
Si fanno le due: è l’ora della distribuzione del pranzo fuori dalla tenda della cucina.

Anche se della cucina e dei pasti oggi vediamo ben poco: per ogni persona in fila, i ragazzi che la gestiscono decidono di distribuire un uovo sodo da sgusciare, una scatoletta di tonno/pollo ancora chiusa e una patata lessa con la buccia, il tutto avvolto in una piccola piadina.

È il caos.

Alcuni di noi tengono a bada le due file, quella per gli uomini e quella per donne e bambini. Altri distribuiscono il cibo. Consegnamo tutto direttamente nelle mani delle persone, perché non abbiamo bustine di plastica.  L’uovo e la patata rotolano giù, la piadina si spezza. I bambini sgusciano meglio in mezzo alla fila, per questo dopo aver ritirato il loro pasto, si reinseriscono a metà fila di nascosto, per averne altri da portare alla loro tenda.  Uno si ripresenta di fronte al bancone tipo sette volte. Con i soliti occhi da bambino, ma con il classico sguardo di chi è già cresciuto troppo e troppo in fretta. Ogni volta qualcuno lo manda via dalla fila, ma a intervalli più o meno regolari lui ritorna sempre, con la manina tesa, implorandoci con un “please my friend, for family”.

È complicato. Quando possiamo, gli allunghiamo una patata cotta o una piadina in più, prima di rispedirlo fuori di nuovo. È complicato perché non sai se quel che hai a disposizione basterà per tutti.
Perché i volti sono tanti e sopra hanno dipinta la stessa identica disperazione. Perché per un bambino che ritira il pasto sette volte, poi ce ne sono sei che rischiano di rimanere senza niente sotto i denti.
Un’ora e mezzo più tardi, terminata con non poche difficoltà la distribuzione, torniamo a respirare in mezzo al campo.  Ci sediamo ai tavolini del distributore per mangiare qualcosa e recuperare fiato.
Un bambino ci si avvicina, tiene stretto in mano un biscotto. Mi sorride e, senza pensarci due volte, ne offre un morsino anche a me.

Devo qualcosa alla vita.

Chiunque stasera dorma su un materasso, con un pigiama pulito, dopo aver fatto una doccia calda, sotto un tetto sicuro e con la pancia piena, deve alla vita qualcosa.

Penso sia giusto che i più fortunati ripaghino questo debito aiutando – come, dove e quando possono – chi ne ha davvero bisogno.

Non serve andare tanto lontano.

Penso sia giusto provare a sdebitarsi.

Anche se niente potrà mai ripagare queste persone delle ingiustizie e delle umiliazioni subite qui per colpa del nostro menefreghismo.

di Perla Azzurra Buonaccorsi

(pesciolinorosso)