La commissione Dillingham condusse una delle più estese indagini sull'immigrazione negli Usa, ma alla fine il pregiudizio razzista ribaltò le sue raccomandazioni

Quando i migranti indesiderabili eravamo noi

Un rapporto Usa del 1911 ci parla dei pregiudizi politici di ieri e di oggi, che non tengono conto di numeri e fatti

[17 luglio 2018]

Oggi in pochi conoscono la Commissione Dillingham, chiamata così dal nome del suo presidente, il senatore repubblicano  William P. Dillingham, ma, come ricorda Robert F. Zeidel su  Zócalo Public Square – un secolo fa fu al centro di una trasformazione della politica statunitense sull’immigrazione e si trovò ad affrontare la fascinazione e la paura degli americani verso i milioni di migranti europei, moltissimi dei quali italiani, che avevano fatto e volevano fare degli Stati Uniti la loro casa.

Nel 1911, la Commissione Dillingham produsse forse la più ampia indagine sull’immigrazione nella storia Usa: uno studio di 41 volumi che dimostrava  che gli immigrati del XIX secolo e dell’inizio del XX secolo erano vitali per la prospera economia statunitense. Ma le raccomandazioni della Commissione, presentate nel pieno di una crescente propaganda politica contro i migranti, gettarono per assurdo le basi per mettere fine dell’immigrazione dell’epoca industriale e a mezzo secolo di politiche esclusive.

Il Congresso Usa istituì la Commissione Dillingham nel 1907, nel tentativo di trovare un compromesso tra i fautori e gli oppositori dell’immigrazione. Da decenni esperti e parlamentari statunitensi discutevano sulla necessità di imporre restrizioni all’immigrazione e il Congresso Usa aveva già approvato leggi per impedire l’arrivo di persone ritenute pericolose, come quelle affette da malattie contagiose, i criminali o considerate moralmente inadatte. Una di queste leggi pose fine all’immigrazione cinese, un’altra vietò l’ingresso di lavoratori che erano stati assunti all’estero da compagnie statunitensi.

Ma gli anti-immigrazione non erano mai contenti e ritenevano ogni nuova legge insufficiente a fermare “l’invasione”: volevano ridurre drasticamente il numero di migranti e accogliere solo che aveva “qualità” come saper leggere e scrivere, che avrebbero reso più facile l’assimilazione dei nuovi arrivati ed un loro immediato contributo alla nazione statunitense. Queste “qualità” mettevano fuori gioco moltissimi immigrati italiani che erano analfabeti.

Il test di alfabetizzazione divenne la restrizione preferita degli anti-immigrazione che  lo consideravano il mezzo migliore per assicurarsi migranti “più desiderabili”, mentre favorevoli all’immigrazione ci vedevano solo un trucco opportunistico. Proprio da questo disaccordo sull’alfabetizzazione dei migranti nacque nel  1907 la Commissione Dillingham –  composta da 3 senatori, 3 deputati e 3 “esperti” scelti dal presidente Theodore Roosevelt – che iei tre anni successivi condusse un’indagine approfondita e di vasta portata sull’immigrazione, tanto che i suoi rapporti sono ancora n tesoro di informazioni per chi studia il fenomeno migratorio odierno.

Gran parte dell’indagine riguardava “gli immigrati nell’industria”, ma altri capitoli comprendevano gli “immigrati nelle città”, “i figli degli immigrati nelle scuole” e uno studio sui cambiamenti nella fisiologia degli immigrati, l’ultimo condotto dall’antropologo Franz Boas. Allora non ci si faceva scrupoli a parlare di razza e Boas  e il suo team presero le misure del cranio dei bambini immigrati nelle scuole e conclusero che l’ambiente degli Stati Uniti stava producendo cambiamenti positivi nella ​​”forma corporea”; i figli degli immigrati avevano caratteristiche fisiche meno simili a quelle dei loro coetanei europei ed erano più simili a “tipi americani”. Jeremiah Jenks redasse un controverso Dictionary of Races , nel quale cercò di definire in modo definitivo le razze o i gruppi etnici del mondo e di identificarli  caratterizzarli. Ma il razzismo allora era una cosa abbastanza comune in un Paese appena uscito dalla schiavitù e dalla guerra civile e nel mirino non c’erano gli ex schiavi neri, ma i “bianchi” italiani e gli altri immigrati europei.

Infatti quello che ebbe le maggiori conseguenze non furono i rapporti della Commissione Dillingham, ma l’uso distorto che venne fatto dei suoi risultati e delle sue raccomandazioni politiche.  I 9 commissari basarono le loro raccomandazioni sul principio dell’ammissione degli immigranti in «quantità e qualità da non rendere troppo difficile il processo di assimilazione» e ammettevano che questo costituiva una deviazione dalla tradizionale accoglienza americana per «gli oppressi di altre terre». Un’altra raccomandazione chedeva di basare gli standard di ammissione dei migranti sulla «prosperità e il benessere economico del nostro popolo». Ma questo sollevava la questione di quali politiche avrebbero prodotto l’effetto desiderato. Il teorico razzista Madison Grant sosteneva che il test di alfabetizzazione raccomandato dalla commissioni avrebbe escluso gli individui di bassa qualità privi di capacità sociali, fisiche e mentali e che non aggiungevano nulla di valore al carattere morale o intellettuale dell’America. Altri ci videro quello che c’era davvero dietro: l’esclusione di molti lavoratori manuali, italiani, europei e asiatici, che avevano forgiato l’acciaio americano e costruito le sue ferrovie.

Dopo un intenso dibattito, la Commissione raccomandò l’approvazione del test di alfabetizzazione, definendolo metodo di esclusione «il più possibile fattibile». Anti-immigrati e razzisti la considerarono una loro vittoria e nel 1917, l’anno della rivoluzione bolscevica in Russia e della sollevazione delle plebi, il test di alfabetizzazione per i migranti venne approvato dal Congresso Usa.

Ma i rapporti della commissione menzionavano anche altri possibili mezzi da poe ter prendere in considerazione in futuro, come «La limitazione del numero di ogni razza che arrivava ogni anno a una certa percentuale di quella razza che arrivava durante un determinato periodo di anni». All’epoca, la “razza” era spesso equiparata al moderno significato di etnia e talvolta – come nel caso degli italiani – definiva semplicemente una nazionalità, ma gli ebrei erano considerati una razza distinta che viveva in vari stati-nazione. Teorie dalle quali nazismo e fascismo pescarono a piene mani.

Successivamente, il chief administrator

della Commissione, William W. Husband, sviluppò uno schema di quote basato sul censimento del 1910. Come spiega Zeidel, «L’ammissione di immigrati appartenenti a una particolare nazionalità sarebbe stata limitata al 5% del totale come riportato nel censimento. Il Congresso ridusse quella percentuale al 3 nella sua temporary quota measure, approvata nel 1921. La misura permanente, approvata nel 1924, la ridusse al 2% e utilizzò il censimento del 1890 come parametro di riferimento. I cambiamenti furono progettati deliberatamente per escludere altri europei del sud e dell’est, i cosiddetti nuovi immigrati ritenuti “indesiderabili” da molti americani di allora. Gli asiatici, considerati del tutto “indesiderabili”, non ricevettero alcuna quota. (Per inciso, gli atti di contingente esentavano gli immigrati dall’emisfero occidentale)».

Vista con gli occhi di oggi e dall’osservatorio del nostro Paese di ex migranti indesiderati in piena isteria per un’invasione che non c’è, l’esperienza e l’impatto della Commissione Dillingham potrebbe fornire lezioni durature: «La principale è che sulla politica migratoria  la paura tende a superare i fatti, anche quando i fatti sono abbondanti – evidenzia Zeidel  – Durante la loro inchiesta, gli investigatori della Commissione cercarono di mantenere l’obiettività; per raccogliere i fatti, lasciarli parlare da soli e formulare raccomandazioni prive di pregiudizi. In tutti i rapporti, la commissione descriveva positivamente gli immigrati, compresi i vilipesi “nuovi” arrivati. Anche il verbale che precede immediatamente la raccomandazione del test di alfabetizzazione parla di loro positivamente».

Eppure, il clima sociale di paura e fanatismo ribalto i risultati di quelle inchieste e gli stessi Commissari finirono per ignorare i fatti e le cifre contenuti nei loro rapporti e approvarono restrizioni che avevano sconsigliato, pensate in gran parte per escludere i nuovi immigrati, in gran parte italiani e dell’Europa meridionale. Gli anti-razzisti, basandosi sugli standard suggeriti dalla stessa Commissione, sostenevano, senza alcun risultato, che le condizioni socioeconomiche delle persone non giustificavano un’esclusione più ampia dei migranti.

Allo stesso modo, quando Husband fece la sua proposta iniziale di quote prevedeva termini molto più generosi di quelli approvati nella versione finale dal Congresso che impedì del tutto l’immigrazione dai Paesi asiatici. Ma alla fine prevalse l’estremismo bigotto e l’odio per gli stranieri in un  Paese fondato da stranieri sterminando con le malattie e le armi i legittimi proprietari: gli indiani americani.

A un secolo di distanza, è lo stesso meccanismo di paura, odio, negazione dei fatti e delle cifre che spinge un Paese di migranti discriminati come l’Italia a respingere i nuovi disperati, e la nostra Commissione Dillingham si chiama addirittura legge Bossi-Fini, rinnegata e attribuita ad altri dagli stessi Partiti e demagoghi che l’hanno approvata e voluta per fermare i migranti.