Il rapporto di Amnesty International: ecco la fabbrica dell’Odio che produce divisione e paura

Ma coraggio, resilienza, creatività e determinazione tengono accesa la fiammella della speranza

[22 febbraio 2017]

Sfogliando il Rapporto annuale 2017 di Amnesty International ci si imbatte nelle storie che greenreport.it racconta purtroppo quasi tutti i giorni, ma vederle messe in fila in questo modo fa meglio comprendere quanto sia terribile il mondo in cui viviamo ma anche quanta sia ancora la forza di chi – nonostante tutto – tiene ancora accesa la fiammella della speranza, della giustizia  e dei diritti umani e dell’ambiente

La segretaria generale di Amnesty International, Salil Shetty, ha detto che «Il 2016 è stato l’anno in cui il cinico uso della narrativa del “noi contro loro”, basata su demonizzazione, odio e paura, ha raggiunto livelli che non si vedevano dagli anni Tenta dello scorso secolo. Un numero elevato di politici sta rispondendo ai legittimi timori nel campo economico e della sicurezza con una pericolosa e divisiva manipolazione delle politiche identitarie allo scopo di ottenere consenso. La fabbrica che produce divisione e paura ha assunto una forza pericolosa nelle questioni mondiali. Da Trump a Orbán, da Erdoğan a Duterte, sempre più politici che si definiscono anti-sistema stanno brandendo un’agenda deleteria che perseguita, usa come capri espiatori e disumanizza interi gruppi di persone. Le odierne politiche di demonizzazione spacciano vergognosamente la pericolosa idea che alcune persone siano meno umane di altre, privando in questo modo interi gruppi di persone della loro umanità. Così si rischia di dare via libera ai lati più oscuri della natura umana».

Il rapporto  sottolinea il fallimento del summit Onu che a settembre puntava a trovare un accordo su rifugiati e migranti, una crisi globale  che ha assunto dimensioni ancora maggiori e carattere di urgenza. «Mentre i leader mondiali non sono riusciti a dimostrarsi all’altezza della sfida – denuncia Amnesty – 75.000 rifugiati rimanevano intrappolati nel deserto, in una terra di nessuno tra la Siria e la Giordania».

Mentre nel 2016 l’Unione Africana celebrava l’anno dei diritti umani  tre suoi Paesi annunciavano di volersi ritirare dall’International criminal court  e uno dei ricercati, il presidente del Sudan Omar Al Bashir girava tranquillamente l’Africa mentre il suo esercito usava armi chimiche nel Darfur.

Ma per Amnesti «Da un punto di vista politico, forse il più importante dei molti eventi destabilizzanti è stata l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Usa. Questa è avvenuta dopo una campagna dominata dalle sue frequenti dichiarazioni controverse, caratterizzate da misoginia e xenofobia, che hanno fatto temere un arretramento delle libertà civili acquisite e l’introduzione di politiche potenzialmente molto dannose per i diritti umani. La retorica al vetriolo della campagna di Donald Trump incarna una tendenza globale verso politiche sempre più arrabbiate e divisive. In tutto il mondo, leader e politici hanno scommesso il loro futuro potere su un racconto di paura e discordia, addossando agli “altri” le colpe per le lamentele, reali o create ad arte, dell’elettorato». Ma ce n’è anche per l’ex presidente Usa  Barack Obama che «lascia un’eredità che include molti gravi fallimenti nel tutelare i diritti umani, non ultima l’espansione della campagna segreta della Cia di attacchi con droni e lo sviluppo di un’enorme macchina per la sorveglianza di massa, come rivelato dall’informatore Edward Snowden». Il rapporto teme ce la politica estera di Trump «indebolirà fortemente la cooperazione multilaterale e che darà inizio a una nuova era di maggiore instabilità e reciproco sospetto».

Amnesty prospetta uno scenario in cui «la sicurezza dei valori enunciati dalla Dichiarazione dei diritti umani del 1948 rischia di essere sgretolata (…) Nonostante le lezioni del passato, nel 2016 il concetto di dignità umana e uguaglianza, che contraddistingue la famiglia umana, è stato attaccato con forza e senza sosta da una potente narrazione dei fatti intrisa di colpa, paura e ricerca di capri espiatori, diffusa da coloro che cercano di arrivare o di restare ancorati al potere, quasi a ogni costo».

L’elenco delle violazioni dei diritti umani è terribile: il bombardamento deliberato degli ospedali è diventato un evento di routine in Siria e Yemen; i rifugiati sono stati rimandati indietro in zone di conflitto; l’inerzia quasi totale del mondo di fronte alla situazione di Aleppo ha richiamato alla mente fallimenti simili avvenuti in Ruanda e Srebrenica, nel 1994 e 1995; in quasi tutte le regioni del mondo  i governi hanno represso e messo cere il dissenso. «Di fronte a tutto questo – si legge nel rapporto –  è diventato drammaticamente facile dipingere un’immagine distopica del mondo e del suo futuro. La sfida urgente e sempre più difficile da affrontare è far ripartire l’impegno del mondo su questi valori fondanti da cui dipende l’umanità».

Il rapporto di Amnesty dedica un capitolo ai difensori dell’ambiente: «L’uccisione della leader nativa Berta Cáceres, avvenuta in Honduras il 2 marzo, è stata un esempio del pericolo affrontato dalle persone che si sono coraggiosamente opposte a stati potenti e agli interessi delle aziende. Questi audaci difensori dei diritti umani, nelle Americhe e altrove, vengono spesso etichettati dai governi come una minaccia per lo sviluppo economico, a causa dei loro sforzi per mettere in luce le conseguenze sulle persone e sull’ambiente dello sfruttamento delle risorse e dei progetti infrastrutturali. Il lavoro di Berta Cáceres per difendere le comunità locali e la loro terra, recentemente contro un progetto di diga, ha avuto una risonanza globale. Gli uomini armati che l’hanno uccisa nella sua casa hanno mandato un messaggio per spaventare gli altri attivisti, in particolare quelli che non ricevono lo stesso livello di attenzione internazionale».

Ma temi ambientali e sociali ci sono anche dietro la sanguinosa repressione delle proteste pacifiche degli Oromo in Etiopia. Mentre il fallito  tentativo di colpo di stato a luglio in Turchia ha dato l’occasione al presidente Erdogan per licenziare 90.000 dipendenti pubblici, arrestare mentre circa 118 giornalisti e chiudere 184 organi d’informazione. In tutto il Medio Oriente e l’Africa del Nord, la repressione del dissenso è  tornata ad essere endemica: nell’Egitto dell’assassinio di Giulio Regeni, gli arresti arbitrari e la tu tortura sono la norma. In Bahrein continua la brutale repressione della maggioranza sciita da parte della monarchia assoluta sunnita. Nello sciita Iran si continuano a imprigionare i dissidenti a censurare tutti i mezzi d’informazione e una nuova legge rende di fatto perseguibile penalmente che  critica il governo.

In Corea del Nord, la dittatura ha stretto ancora di più il cappio sulle tecnologie della comunicazione, mentre nel Venezuela scosso da uno scontro violentissimo tra governo e opposizione, il presidente Maduro  cerca di mettere tacere le voci critiche, mentre la crisi umanitaria peggiora rapidamente.

Nemmeno l’Europa è immune: «Per esempio, il Regno Unito ha adottato una nuova norma, la legge sui poteri d’indagine, che ha attribuito molti più poteri alle autorità d’intercettare, accedere e trattenere o violare in altro modo le comunicazioni digitali e i dati delle persone, anche in assenza del requisito di ragionevole sospetto. Con l’introduzione di uno dei regimi di sorveglianza di massa più estesi al mondo, il Regno Unito ha di fatto imboccato una strada verso una realtà in cui il diritto alla riservatezza è semplicemente non riconosciuto».

Il rapporto evidenzia che «Nel momento in cui personalità che si autodefiniscono “contro l’establishment” danno la colpa alle così dette élite, alle istituzioni internazionali e ad “altri” per il malcontento sul piano sociale ed economico, danno un’indicazione sbagliata per la risoluzione dei problemi. Il senso d’insicurezza e di negazione dei diritti, che aumenta a causa di vari fattori come la disoccupazione, l’insicurezza del lavoro, la crescente disuguaglianza e la mancanza di servizi pubblici, deve essere affrontato con impegno, risorse e un cambiamento politico da parte dei governi, non con facili capri espiatori a cui dare la colpa. È diventato evidente il fatto che molte persone disilluse in tutto il mondo non hanno cercato risposta nei diritti umani. Tuttavia, la disuguaglianza e la diffusione di una rabbia di fondo spesso ignorata e la frustrazione che ne deriva sono nate, almeno in parte, dell’incapacità dei governi di soddisfare i diritti economici, sociali e culturali della popolazione». La peggiore variante di questa strategia è rappresentata della “guerra alla droga” del presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, che ha portato alla morte di 6.000 persone uccise da polizia e vigilantes.

Ma, come dicevamo, il 2016 è stata anche fatto da storie di coraggio, resilienza, creatività e determinazione di persone che hanno affrontato sfide immense e minacce: «In Cina, nonostante le sistematiche vessazioni e intimidazioni, gli attivisti hanno trovato il modo di sfidare la censura e commemorare online l’anniversario della repressione di piazza Tienanmen del 1989. Ai Giochi olimpici di Rio, il maratoneta Feysa Lilesa ha occupato le prime pagine di tutto il mondo con il suo gesto per attirare l’attenzione sulla persecuzione da parte del governo della popolazione oromo, nel momento in cui tagliava il traguardo per la medaglia d’argento. E sulle coste europee del Mediterraneo, volontari hanno risposto all’inerzia e al fallimento dei governi nel proteggere i rifugiati, trascinando fisicamente fuori dall’acqua persone che stavano annegando. I movimenti popolari sorti in tutta l’Africa, alcuni impensabili anche solo un anno fa, hanno stimolato e raccolto sotto slogan comuni le richieste collettive di diritti e giustizia».

Amnesty Conclude: «L’accusa che i diritti umani siano un progetto per pochi suona come una falsità. L’istinto delle persone alla libertà e alla giustizia non si esaurisce facilmente. In un anno dominato da divisione e disumanizzazione, le azioni di alcune persone per riaffermare l’umanità e la dignità fondamentale di ogni individuo hanno brillato più che mai. Questa risposta di compassione è stata incarnata dal ventiquattrenne Anas al-Basha, il così detto “clown di Aleppo”, che ha scelto di rimanere nella città per portare conforto e gioia ai bambini, anche dopo che le forze governative avevano scatenato i loro terribili bombardamenti. Dopo la sua morte, avvenuta durante un attacco aereo il 29 novembre, suo fratello gli ha reso omaggio per aver reso felici i bambini “nel posto più tragico e pericoloso” del mondo. Mentre iniziamo il 2017, il mondo si sente insicuro e impaurito davanti a un futuro tanto incerto. Ma è proprio in questi momenti che abbiamo bisogno di voci coraggiose, di eroi comuni che si oppongano all’ingiustizia e alla repressione. Nessuno può sfidare il mondo intero ma ognuno di noi può cambiare il proprio mondo. Tutti possono prendere posizione contro la disumanizzazione, agendo a livello locale per riconoscere la dignità e i diritti uguali e inalienabili di tutti, gettando così le basi per la libertà e la giustizia nel mondo. Il 2017 ha bisogno di eroi ed eroine dei diritti umani».