Richiedenti asilo, la Corte di giustizia Ue respinge i ricorsi di Slovacchia e Ungheria

Sulla ricollocazione obbligatoria hanno avuto ragione Italia e Grecia

[6 settembre 2017]

Per rispondere alla crisi migratoria, il Consiglio dell’Unione europea ha adottò il 14 settembre 2015 una decisione che istituisce misure temporanee nel settore della protezione internazionale per aiutare l’Italia e la Grecia ad affrontare il flusso massiccio di migranti e che prevede entro due anni  la ricollocazione dei negli altri Stati membri dell’Ue di 120.000 persone in evidente bisogno di protezione internazionale.

La decisione venne adottata sul fondamento dell’articolo 78, paragrafo 3, TFUE, che recita: «Qualora uno o più Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro o degli Stati membri interessati. Esso delibera previa consultazione del Parlamento europeo».

La Slovacchia e l’Ungheria, che, insieme a Repubblica Ceca e  Romania, votarono contro l’adozione di quella decisione, chiesero alla Corte di giustizia europea di annullarla dicendo che era  viziata da errori di ordine procedurale o legati alla scelta di una base giuridica inappropriata e che non è idonea né necessaria a rispondere alla crisi migratoria.

Durante il procedimento dinanzi alla Corte, la Polonia è intervenuta a sostegno di Slovacchia e dell’Ungheria, mentre Belgio, Germania, Grecia, Grancia, Italia, Lussemburgo, Svezia e Commissione europea  sono intervenute a sostegno del Consiglio Ue.

Oggi, con una sentenza, la Corte europea «respinge integralmente i ricorsi proposti dalla Slovacchia e dall’Ungheria».

La Corte demolisce dalle fondamenta il ricorso di Ungheria e Slovacchia dicendo non solo che è perfettamente conforme all’articolo 78, paragrafo 3, TFUE chiarendo che «Poiché la decisione impugnata costituisce un atto non legislativo, la sua adozione non era assoggettata ai requisiti riguardanti la partecipazione dei parlamenti nazionali e il carattere pubblico delle deliberazioni e dei voti in seno al Consiglio (applicandosi siffatti requisiti soltanto agli atti legislativi)», aggiungendo che «L’applicazione temporale della decisione impugnata (ossia dal 25 settembre 2015 al 26 settembre 2017) è circoscritto in maniera precisa, cosicché il suo carattere temporaneo non può essere rimesso in discussione».

Inoltre, la Corte dichiara che «Le conclusioni del Consiglio europeo del 25 e 26 giugno 2015, secondo le quali gli Stati membri devono decidere “per consenso” in ordine alla distribuzione di persone in evidente bisogno di protezione internazionale “tenendo conto della situazione specifica di ogni Stato membro”, non potevano ostare all’adozione della decisione impugnata. Infatti, tali conclusioni facevano riferimento a un altro progetto di ricollocazione inteso, come risposta all’afflusso di migranti rilevato nei primi sei mesi del 2015, a ripartire 40 000 persone tra gli Stati membri. Detto progetto è stato oggetto della decisione 2015/15234 e non della decisione impugnata nel caso di specie. La Corte aggiunge che il Consiglio europeo non può in alcun caso modificare le regole di voto previste dai Trattati. La Corte rileva altresì che, se è pur vero che sono state apportate modifiche sostanziali della proposta di decisione iniziale della Commissione, in particolare quelle intese a dare attuazione alla domanda dell’Ungheria di non figurare nell’elenco degli Stati membri beneficiari del meccanismo di ricollocazione e qualificandola come Stato membro di ricollocazione, il Parlamento è stato debitamente informato di tali modifiche prima dell’adozione della sua risoluzione del 17 settembre 2015, il che gli ha consentito di tenerne conto nella suddetta risoluzione. A tal riguardo, la Corte sottolinea che le altre modifiche apportate dopo tale data non hanno inciso sulla sostanza stessa della proposta della Commissione.Inoltre, la Corte dichiara che il Consiglio non era tenuto ad adottare la decisione impugnata all’unanimità anche se, in vista dell’adozione delle suddette modifiche, si è dovuto discostare dalla proposta iniziale della Commissione. Infatti, la Corte rileva che la proposta modificata è stata approvata dalla Commissione tramite due dei suoi membri che erano autorizzati dal collegio a tal fine. La Corte considera d’altronde che il meccanismo di ricollocazione previsto dalla decisione impugnata non costituisce una misura manifestamente inadatta a contribuire al raggiungimento del suo obiettivo, ossia aiutare la Grecia e l’Italia ad affrontare le conseguenze della crisi migratoria del 2015».

La Corte europea ritiene che «La validità della decisione non possa essere rimessa in discussione sulla base di valutazioni retrospettive riguardanti il suo grado di efficacia. Infatti, quando il legislatore dell’Unione deve valutare gli effetti futuri di una nuova normativa, la sua valutazione può essere rimessa in discussione solo qualora appaia manifestamente erronea alla luce degli elementi di cui esso disponeva al momento dell’adozione di tale normativa. Orbene, così non avviene nel caso di specie, poiché il Consiglio ha proceduto, sulla base di un esame dettagliato dei dati statistici disponibili all’epoca, ad un’analisi obiettiva degli effetti della misura con riferimento alla situazione di emergenza in questione. In tale contesto, la Corte osserva, in particolare, che il numero poco elevato di ricollocazioni effettuate a tutt’oggi in applicazione della decisione impugnata può spiegarsi con un insieme di elementi che il Consiglio non poteva prevedere al momento dell’adozione di quest’ultima, tra cui, segnatamente, la mancanza di cooperazione di alcuni Stati membri».

In conclusione, la Corte rileva che «Il Consiglio non è incorso in errore manifesto di valutazione nel considerare che l’obiettivo perseguito dalla decisione impugnata non poteva essere realizzato da misure meno restrittive. Infatti, la Corte dichiara che il Consiglio non ha ecceduto il suo ampio potere discrezionale nel ritenere che il meccanismo previsto dalla decisione 2015/1523, che era già inteso a ricollocare, su base volontaria, 40 000 persone, non sarebbe stato sufficiente ad affrontare il flusso senza precedenti di migranti che ha avuto luogo nei mesi di luglio e agosto dell’anno 2015».

Un brutto colpo per i due regimi nazional-populisti (anche se con diverse sfumature politiche) di Ungheria e Slovacchia, un successo per Grecia e Italia e per riaffermare un’idea di Europa comune e solidale, molto diversa da quella che hanno i governi di destra che governano i Paesi ex comunisti del Patto di Varsavia, per i quali troppo spesso l’Unione europea va bene solo quando ci sono da prendere finanziamenti.