Per ricostruire la pace dopo la guerra bisogna concentrarsi sulle persone

Un modo per promuovere attivamente la pace è affrontare una questione politicamente neutrale come l'ambiente

[20 marzo 2018]

Dopo una guerra il problema più grosso e difficile è come ricostruire la società, ma studi recenti hanno dimostrato che mettere le persone al centro del processo di ricostruzione e consentire la cooperazione su questioni politicamente neutre può aiutare a costruire la pace.

Come spiega Horizon – The EU Research & Innovation Magazine, «Quando l’intero tessuto sociale è stato demolito e tutto, dalla fornitura di elettricità all’istruzione, è stato gravemente danneggiato, la domanda chiave è, quando si tratta di ricostruire una società distrutta, da dove si inizia?» Secondo Alpaslan Ozerdem, che insegna  peacebuilding all’università britannica di Coventry, rispondere a questa domanda è molto complicato «A meno che tu non si affronti la trasformazione prodotta dal conflitto in modo efficace, è probabile che si torni indietro e che questo porti alla ripresa del conflitto».

Ozerdem, che per oltre 20 anni anni ha lavorato alla costruzione della pace in diverse aree di guerra in tutto il mondo, come la Bosnia-Erzegovina, il Salvador, la Liberia, il Kosovo, le Filippine e lo Sri Lanka, è stato anche il coordinatore scientifico del progetto Iceclet che ha esaminato il ruolo svolto dalle leadership nelle ricostruzioni post-conflitti e ora è convinto che «Dice che la stessa regola si applica ovunque: se non si arriva alle cause profonde di un conflitto, allora quello che si fa in nome del peacebuilding diventa solo ad hoc e a breve termine».

Il problema è che troppo spesso ci si dimentica chi dovrebbe beneficiare della ricostruzione: «Dobbiamo mettere gli esseri umani, le comunità, al centro di ciò che facciamo . dice Ozerdem . Quello che definirei un edificio per la pace incentrato sulla sicurezza umana».

I ricercatori propongono un semplice test: chiedere cosa vede  a un politico che guarda in televisione degli edifici bombardati con alcune persone che si muovono tra le macerie. Ozerdem  spiega ancora: «Penso che la maggior parte di loro dirà: “la distruzione di edifici”. Ma, a meno che non vedano quelle poche persone tra le macerie e chiedano che tipo di vita hanno, quali siano le loro aspirazioni, i loro bisogni … allora non stanno mettendo le persone e le comunità al centro di quel processo».

E, dato che un cessate il fuoco segna solo l’inizio della fine del conflitto, il processo di ricostruzione della pace può essere lungo, perché «La firma di un accordo di pace … è solo l’indicazione di una pace in negativo … l’assenza di violenza», evidenzia Ozerdem.

Quando la guerra e la violenza finiscono, questo non vuol dire che gli sfollati possano tornare immediatamente a casa: le conseguenze del conflitto probabilmente continueranno  negli anni a venire. Ad esempio, migliaia di bambini soldato che erano stati costretti a combattere,nelle guerre civili in Liberia e Sierra Leone, commettendo atrocità in nome dei loro capi, bambini che non potevano tornare a casa dopo i conflitti perché venivano  respinti dalle loro stesse famiglie e dai loro villaggi. Come evidenzia amaramente Ozerdem, «Non esiste una vera casa per questi bambini soldato».

Ma anche in guerre che lasciano divisioni meno violente, quando le comunità sfollate tornano nel loro luogo di origine lo trovano spesso distrutto e privo do tutto: acqua elettricità, istruzione, assistenza sanitarie e senza possibilità di lavorare. «La casa può essere un posto molto difficile», chiosa Ozerdem.

Ma il posto dove nasciamo ci attrae irresistibilmente, specialmente chi è stato costretto a scappare o è stato scacciato con la forza. I ricercatori fanno l’esempio della prima guerra mondiale, quando la gente iniziò a tornare nelle sue case distrutte ancor prima che fosse firmato l’armistizio nel 1918.

Secondo Pierre Purseigle dell’università di Warwick, «L’esperienza dell’esilio è che inizi immediatamente a pensare al tuo ritorno, anche se quel luogo devastato». Purseigle, che insegna storia moderna europea, ha studiato, all’interno del progetto Urban Recovery 14-39, la ricostruzione negli anni tra le due guerre del Belgio e della Francia settentrionale, una regione che era stato teatro di molti dei combattimenti più intensi della prima guerra mondiale. La pianificazione per la ricostruzione postbellica iniziò già nel 1914 e coinvolse esperti internazionali, come lo statunitense George Ford, che spesso chiedevano una radicale riprogettazione dell’ambiente urbano e questo fece nascere tensioni tra chi vedeva e voleva la ricostruzione come un processo di restauro e chi ci vedeva un’opportunità per modernizzare la vita urbana.

Descrivendo gli istinti conservatori della maggioranza delle popolazioni locali immediatamente dopo la Grande Guerra, Purseigle  dice che «Volevano tornare, letteralmente, allo status quo ante bellum, al modo in cui era la vita prima della guerra».

La stessa cosa vale per i conflitti odierni: «Le comunità delle regioni devastate si sentono trascurate dalle autorità nazionali – spiega Purseigle – perché la loro specifica esperienza, il loro specifico sacrificio, il fatto che non solo hanno perso uomini e hanno servito militarmente, ma devono anche ricostruire le loro case e le loro città, tutto questo definisce sia l’aspetto della loro esperienza che  l’essere dimenticati».

Nonostante la distruzione, in Belgio e la Francia la ripresa economica fu straordinariamente forte ed entro il 1926, la produzione industriale tornò ai livelli prebellici. Ad essere più lenta fu la ripresa delle comunità  e  avvenne in gran parte c grazie alle reti di solidarietà informale e alla raccolta fondi internazionale. Durante gli anni tra le due guerre, in ossequio agli enormi sacrifici della popolazione, cominciarono ad estendersi diritti come il suffragio universale, una specie di risarcimento delle elite per l’annientamento patriottico di una intera generazione.

Passando ai nostri giorni, la necessità di costruire la pace e risolvere i conflitti è riemersa anche in Europa. Per Mihail Dimovski, direttore esecutivo del Regional Environmental Center (Rec) di Budapest, «Un modo per promuovere attivamente la pace è concentrarsi su una questione politicamente neutrale come l’ambiente. I donatori come l’Ue e altri sostengono la costruzione della pace attraverso i progetti ambientali promossi dal Rec».

Basandosi sull’esperienza acquisita nei Balcani, il Rec aiuta a progettare programmi che vanno a beneficio di tutte le parti interessate. A gennaio il Regional Environmental Center  ha avviato una nuova missione per sostenere le energie rinnovabili e l’efficienza energetica in Ucraina, dove è in corso un conflitto con la comunità secessionista russofona del Donbas.

Dimovski  conclude «In situazioni come queste in cui c’è un conflitto aperto … il problema principale è mettere i principali stakeholder allo stesso tavolo per discutere qualcosa che non fa parte dell’agenda del conflitto. Il quadro Rec aiuta a rafforzare l’economia, ma fa crescere anche le istituzioni regionali. Crea una “piattaforma di stabilità” nella quale i Paesi donatori possono avere fiducia che possa apportare cambiamenti reali. Il programma stesso deve avere un effetto i ricaduta su questioni che non sono l’obiettivo principale del programma. Ma per una pace sostenibile è essenziale che il processo crei un impatto sulla vita quotidiana delle persone».