Strage in moschea nel Quebec, quando il terrorista bianco è un fan di Trump e di Israele

Ma il Canada e il Quebec reagiscono con la solidarietà: «Oltre le religioni, siamo tutti umani»

[31 gennaio 2017]

Alexandre Bissonnette, descritto come un ragazzo timido, è il killer che ha compiuto n una delle peggiori stragi del Québec, la provincia francofona del Canada, che i giornali descrivono come «radicalizzato contro l’immigrazione», utilizzando, non a caso,  le stesse parole usate per i terroristi islamisti che seminano morte nelle città europee o mediorientali e si arruolano tra le fila nere dello Stato Islamico.

Questo “tranquillo” neonazista canadese deve rispondere di 11 capi di accusa per aver seminato la morte tra le brave persone – padri di famiglia diremmo in Italia – in preghiera nella Grande mosquée de Québec, nel quartiere di Sainte-Foy.

Nessun problema economico, nessuna “classe operaia bianca arrabbiata” dietro la strage: ma un 27enne cresciuto insieme al suo fratello gemello nel quartiere benestante di Cap-Rouge, che i vicini descrivono come «un ragazzo pulito, sempre tranquillo e ben educato (…) figlio di una famiglia esemplare (…) senza problemi». Si era arruolato nei cadetti molto giovane perché voleva diventare un militare come suo nonno.

Ma alle superiori  il giovane Alexandre viene sempre più descritto come una pecora nera (in tutti i sensi), frequentava praticamente solo suo fratello ed era considerato un “nerd” impopolare, uno che replicava agli insulti ma non sembrava violento. Quel che è certo è che i due gemelli non si erano integrati con il resto degli studenti.

Poi Bissonnette  si è iscritto ad antropologia all’università di Laval, dove ha seguito anche il corso di scienze politiche, sempre con pochi amici e con due soli passatempi: la caccia e gli scacchi. E’ allora che esce dal guscio e diventa arrogante, comincia a frequentare i social network dove alimenta dibattiti ideologici e politici e si fa una reputazione di troll su Facebook per I suoi commenti contro immigrati e femministe. François Deschamps, che gestisce la pagina del gruppo “Bienvenue aux réfugiés Ville de Québec”, ha avuto problemi con Bissonnette, soprattutto nell’autunno del 2016, riguardo alla visita in Quebecq di Marine Le Pen, la leader del Front National francese e dice che «Era sempre al limite, parlava molto di invasione. Diceva che finiremo come in Europa e sarà il caos. Era un ultra-consevatore».

A parte che è abbastanza ridicolo che parli di invasione il discendente con gli occhi azzurri di chi ha invaso il Canada e ha tolto terre e dignità a pellerossa e inuit, il percorso che ha trasformato un ricco ragazzo on problemi in killer lo spiega Éric Debroise, che lo conosceva e che ha contattato la polizia dopo la strage per spiegare con chi avevano a che fare, in un’intervista al Journal de Québec lo definisce «Molto a destra e ultranazionalista, suprematista bianco».

Anche la preparazione dell’attentato è da manuale del “cane sciolto” neonazista: rottura con i pochi amici, non rispondeva a mesi al telefono e ai messaggi su Facebook e Debroise aggiunge: «Gli piaceva molto Trump ed era permanentemente arrabbiato con la sinistra».

Anche Jean-Michel Allard-Prus, che studiava con lui all’università, conferma la strana miscela di neonazismo e neo-destra che ha spinto questo h killer a fare strage di pacifici musulmani in una ricca città che sogna l’indipendenza ma accoglie gli stranieri che l’hanno costruita e resa prospera: «Ha delle idee politiche di destra, pro Israele, anti-immigrazione. Ha avuto numerose discussioni con lui riguardo a Trump, ma non aveva mai evocato la violenza come mezzo politico».

Probabilmente il fattore politico scatenante della strage compiuta da Bissonnette è stata proprio l’elezione del suo “idolo” Trump e l’insostenibile (per lui) confronto con il premier canadese  Justin Trudeau, che aveva appena aperto le porte ai migranti non ammessi negli Stati Uniti e che oggi ha riconfermato che il Canada è e vuole rimanere una società multietnica, tollerante e accogliente.

La risposta del Quebec è stata corale e commossa, di grande solidarietà verso la comunità musulmana e africana colpita: ieri sera un gran numero di persone – che ha sorpreso gli stessi giornalisti – è andato alla moschea colpita per dire ai musulmani siamo con voi. Persone di tutte le età, intere famiglie con bambini,  hanno sfidato il freddo  per unirsi nella calma e nella compassione, accendendo candele e lasciando biglietti con scritto «Uniti contro l’islamofobia», «Vogliamo vivere in uno stato di pace e libertà», «Oltre le religioni, siamo tutti umani». Tra loro c’era anche il premier liberaldemocratico Trudeau.

Poi, come scrive Karine Gagnon su Le Journal de Québec, «Come un omaggio venuto dal cielo per le vittime, una piccolo nevicata è scesa sui politici e ha smorzato i loro discorsi, che per forza e fortunatamente si sono rivelati brevi. La gente era venuta per raccogliersi e prendere parte a una Marcia silenziosa e I politici non lo avevano capito bene. Con mia grande sorpresa, quando ho lasciato il posto, una massa di gente contunuava ad accorrere sul luogo in questo freddo lunedì sera d’inverno. Così me ne sono andata provando un grande orgoglio per questo bello slancio di solidarietà e di amore, che ci ricorda di nuovo chi è veramente la gente del Québec, di ogni età, sesso e colore insieme».