Ucraina: i filorussi dichiarano l’indipendenza della “Repubblica popolare di Lugansk”

[28 aprile 2014]

L’Ucraina è ormai in bancarotta e l’Unione europea oggi ha concesso un altro prestito di “assistenza macro-finanziaria” all’Ucraina per un miliardo di euro che si va ad aggiungere ai 610 milioni già stanziati nel 2010, ma i manifestanti russofoni di Lugansk, nell’est dell’Ucraina, non si sono fatti impressionare dal soccorso occidentale e a Kiev hanno proclamato una “Repubblica popolare sovrana”. A nulla sembrano servire né la repressione del regime nazionalista ucraino, con scontri che hanno provocato diverse vittime, né le minacce di inasprimento delle sanzioni alla Russia, né atti abbastanza inconsulti come quello dell’Ucraina di tagliare i rifornimenti idrici alla Crimea, divenuta a tutti gli effetti parte di quella Federazione della Russia che ha in mano i rubinetti del gas di Kiev e che potrebbe mettere l’Ucraina energeticamente a secco in pochi giorni.

Il movimento indipendentista russofono sembra poco interessato anche alle preoccupazioni della Russia, e pare puntare a forzare la mano anche a Mosca. Infatti il congresso dei rappresentanti delle collettività territoriali, dei partiti politici e delle Organizzazioni non governative di ha proclamato la “Repubblica popolare di Lugansk” nonostante che il Cremlino abbia detto più volte di non puntare ad una balcanizzazione dell’Ucraina ma ad una sua federalizzazione tra le regioni del sud-est russofone e quelle centro-occidentali ucraine.

La situazione è sempre più confusa, e i promotori del referendum sulla federalizzazione dell’Ucraina (non riconosciuto dal governo nazionalista che ha preso il potere a Kiev) hanno reso pubblico il quesito al quale dovrà rispondere la popolazione di Lugansk nel referendum indetto per l’11 maggio: «Sostenete la proclamazione dell’indipendenza della Repubblica popolare di Lugansk?»

Mentre i blindati ucraini sferragliano per le strade e si moltiplicano gli scontri con i posti di blocco dei filorussi, i capi dalla nuova “Repubblica popolare”  mandano a dire a Kiev che chiederanno a Mosca di inviare truppe di pace sul loro territorio. La coordinatrice del Consiglio popolare della regione di Lugansk ha detto: «Ormai siamo una Repubblica sovrana e indipendente».

In un documento gli insorti dicono che l’armata del Sud-Est  tenta da tre settimane di spiegare alle autorità ucraine che l’occupazione della sede del Servizio di sicurezza ucraino (Sbu) era un tentativo di farsi ascoltare. «Le nostre rivendicazioni sono semplici e ordinarie – si legge nel proclama – un’amnistia per tutti i prigionieri politici, un referendum, l’annullamento dell’aumento dei prezzi e delle tariffe, l’autorizzazione della lingua russa. Queste esigenze principali sono chiare per tutte le autorità di ogni Paese civile. Se prima delle ore 11 del 20 aprile le nostre rivendicazioni fondate sull’accordo di Ginevra (firmato il 17 aprile da Russia, Ucraina, Usa e Ue) non saranno rispettate, noi proclameremo tutti i rappresentanti del potere criminali e antipopolari e passeremo ai fatti».

L’accordo di Ginevra prevede la rinuncia alla violenza da entrambe le parti, la fine dell’estremismo e delle provocazioni, il disarmo dei gruppi clandestini, la fine dell’occupazione degli edifici pubblici e l’avvio di un dialogo nazionale sulla riforma costituzionale.

Ma né il governo di Kiev né i ribelli russofoni sembrano voler applicare questi impegni e lo stesso clima di Lugansk si respira nelle altre grandi città russofone del sud e dell’est dell’Ucraina, come Donetsk, Kharkov e Odessa, che chiedono un referendum sulla federalizzazione con l’Ucraina o, altrimenti, quella che considerano una riunificazione con la Russia. Ma ora, dopo la proclamazione della “Repubblica popolare di Donetsk” è arrivata anche quella di Lugansk, e anche tutto il  Donbass parteciperà al referendum dell’11 maggio.

A chi, come gli statunitensi e gli europei, grida alla secessione e all’ingerenza russa, i russofoni rispondono che per molto meno, per tutelare la sicurezza di piccoli gruppi di immigrati americani, francesi o inglesi, o semplicemente per salvaguardare gli interessi economici nazionali, Usa, Francia e Gran Bretagna, appoggiati dalla Nato, sono intervenuti in molti paesi africani e asiatici, hanno attaccato Iraq e Afghanistan, e gli Usa stanno ancora oggi utilizzando i droni per attaccare insorti e terroristi in paesi come il Pakistan, mentre i francesi sono intervenuti in Mali e Repubblica Centrafricana.

Così, sembra proprio che la crisi ucraina stia portando a galla tutta la peggiore ipocrisia sulla quale si basa gran parte della geopolitica mondiale.