Venezuela, rivince Nicolás Maduro. Bassa partecipazione ma superiore alle previsioni

Stravince il Frente Amplio de la Patria, l’opposizione di destra prigioniera del suo avventurismo

[21 maggio 2018]

Le tanto attese elezioni in un Venezuela spossato da una crisi infinita e da un boicottaggio economico crudele si sono svolte abbastanza tranquillamente, sotto il controllo dei 150 osservatori del Plan de Acompañamiento Internacional, provenienti da tutto il mondo. La destra che aveva invocato a gran voce per anni le elezioni, si è divisa ed  è rimasta a casa e le ha boicottate e così il contestatissimo presidente uscente Nicolás Maduro  le ha vinte con il 67% (o 68%) dei voti.

Ancora una volta è stato l’avventurismo e il ribellismo di una destra con pulsioni golpiste  (e mal consigliata dall’amministrazione Usa) a consegnare il Venezuela  al candidato del Frente Amplio de la Patria egemonizzato dal Partido Socialista Unido de Venezuela (Psuv), la creazione socialista-bolivarista di Hugo Chavez ereditata da maduro che l’ha trasformata ancora di più in una macchina clientelare e ideologica che, ancora una volta, è stata votata da 5.823.728 venezuelani – soprattutto poveri – che dal socialismo bolivarista hanno avuto almeno una casa e del cibo.

Ora, nonostante Tele Sur dica che la partecipazione popolare è stata massiccia, l’opposizione che ha boicottato le elezioni, gli Usa e altri governi di destra sudamericani si faranno forti del fatto che è andato a votare “solo” il 46,01% dei 20.526.978 venezuelani e dei 107.284 residenti all’estero chiamati alle urne e che quindi Maduro non sarebbe legittimato dal voto popolare, facendo finta di scordarsi che in giro per le Americhe ci sono presidenti e premier eletti con percentuali di votanti molto minori e con elezioni manipolate – come in Honduras – ma che godono dell’appoggio entusiasta dei governi “democratici”.

Comunque, se i dati verranno confermati, nonostante la crisi sociale e politica devastante che vive il Venezuela, la partecipazione è stata più alta di quanto prevedeva/sperava l’opposizione di destra: il 40%, smentendo anche gran parte dei sondaggi dei media occidentali.

Il secondo candidato più votato è stato Henri Falcón, di Avanzada Progresista (AP), con 1,820.552 voi (21.1%) che era appoggiato dal Partido Socialcristiano (Copei) e dal  Movimiento Al Socialismo (Mas). Falcón, dopo aver valutato la gravità della situazione in Venezuela, aveva comunque deciso che c’erano le condizioni per poter partecipare alla competizione elettorale e la sua campagna si è incentrata sulla soluzione dei gravissimi problemi economici del Venezuela e su un Plan de Gobierno che prevedeva la dollarizzazione dell’economia venezuelana.

Terzo è arrivato Javier Bertucci, di Esperanza por el Cambio, con 925.042 voti e che, a urne ancora aperte, ha denunciato irregolarità elettorali. Bertucci è il leader  della Chiesa cristiana Maranatha, che ha migliaia di fedeli in Venezuela, ed è stato il primo a sfidare Maduro promettendo che per risolvere la crisi economica  avrebbe eliminato le riforme chaviste  sostituendole con i valori cristiani (sia Chavez che Maduro si sono sempre dichiarati ferventi cattolici).

Ultimo è arrivato con soli 34.614 Reinaldo Quijada, di Unidad Política Popular 89 (UPP89) un sostenitore del processo rivoluzionario di Chavez che accusa Maduro di aver tradito il socialismo e il popolo.

Quindi, il nuovo Parlamento del Venezuela sarà dominato dal Frente Amplio de la Patria e, nonostante tutto Maduro  torna a vincere le elezioni dopo essere diventato per la prima volta presidente del Venezuela nel 2013 con solo il 50,61% dei voti. Un’elezione contestatissima che dette il via a proteste di piazza durissime, a scontri tra oppositori di destra e chavisti e polizia – con numerose vittime da entrambe le parti – a una repressione degli oppositori più in vista e poi a una crisi economica durissima determinata anche dal crollo dei prezzi del petrolio che è la base su cui si regge il socialismo-bolivarista- petrolifero inventato da Hugo Chavez.

Corruzione, clientelismo e miseria sono indubbi in Venezuela, ma ancora una volta l’opposizione si è dimostrata incapace e inaffidabile e ancora una volta sembra sperare più in un golpe – o in un intervento militare Usa – che nelle urne.

Una grossa minoranza di venezuelani ha creduto al Plan de la Patria 2019 – 2025 presentato da Maduro che contiene 30.000 idee delle bases populares e i cui punti fondamentali sono: consolidare l’educazione pubblica per arrivare al 100% di scolarizzazione; estendere il sistena di salute pubblico gratuito; costruire i 5 milioni di case popolari previste dalla Gran Misión Vivienda Venezuela; rafforzare il Carnet de la Patria per proteggere 16.500.000 venezuelani e il Sistema de Bonos per fornire aiuti a 5 milioni di famiglie più povere; consolidare  i Comités Locales de Abastecimiento y Producció, i mercati del Campo Soberano, i sistemi di prezzi giusti e il cambiamento della moneta venezuelana; realizzare la moneta virtuale El Petro e »mantenere in marcia la grande rivoluzione economica per sconfiggere l’assedio internazionale».

Un mix di socialismo petrolifero, nazionalismo e sovranismo e resistenza antimperialista che hanno convinto milioni di venezuelani a confermare la fiducia a un presidente che non ha certamente governato bene ma che è ritenuto comunque meglio di un’opposizione neoliberista che invoca il golpe e l’intervento straniero e che l’elettorato chavista ritiene complice attiva del boicottaggio economico che ha svuotato i supermercati, provocato l’emigrazione oltrefrontiera di decine di migliaia di venezuelani e ridotto alla fame interi quartieri.

Nonostante tutto Maduro è riuscito – per demerito degli altri più che per meriti suoi – nell’impresa di rimanere senza un’alternativa politica reale  e  ha festeggiato la sua rielezione di fronte a una folla osannante alla quale ha detto: «Ora basta con questo grande attacco e minaccia per destabilizzare il Venezuela. Destabilizzare il Venezuela è un crimine» e, dopo aver chiesto alla Commissione elettorale di analizzare tutte le denunce di frodi che sono state fatte, ha chiesto all’opposizione di scegliere la strada del dialogo: «Convocherò i candidati che hanno partecipato alle elezioni e i loro gruppi politici  per una giornata di riconciliazione e dialogo nazionale».

Speriamo, per il popolo del Venezuela, che sia davvero così e che le opposte fazioni – anche e soprattutto chi non ha partecipato alle elezioni – pensino più al benessere della popolazione che al loro scontro ideologico e per il potere che ha messo in ginocchio il Paese