Viaggi disperati: sempre meno profughi attraversano il Mediterraneo, ma ne muoiono di più

Khaled Hosseini: «A tre anni dalla morte di Alan Kurdi, la nostra memoria collettiva e l’urgenza che avevamo di far meglio sembrano essersi dissolte»

[3 settembre 2018]

Mentre “il porto sicuro” della Libia sprofonda nuovamente nel caos e le milizie bombardano Tripoli, pedine del crudele gioco di Italia, Francia e Paesi arabi per mettere le mani su gas e petroli, a tre anni dalla scioccanti e dimenticate immagini di Alan Kurdi, il bambino kurdo/siriano affogato e trovato su una spiaggia turca, secondo il nuovo rapportoDesperate yourneys” dell’United Nations High Commissioner for Refugees (Unhcr)  «la traversata del mar Mediterraneo è una rotta ancora più mortale di prima».

Il rapporto Onu evidenzia che «quest’anno più di 1.600 persone hanno già perso la vita o sono scomparse tentando di raggiungere l’Europa. Se il numero di persone arrivate in Europa è in diminuzione, il tasso di decessi, soprattutto tra quelli che raggiungono il continente attraverso il Mediterraneo, è considerevolmente aumentato». Il rapporto Unhcr ci parla di un’emergenza profughi che non c’è più, tenuta artificialmente in vita politicamente dalla propaganda del nostro ministro degli Interni Matteo Salvini, e di una tragedia ancora in corso perché la supposta “chiusura” delle frontiere e la “neutralizzazione” delle Ong ha consegnato i pochi profughi e migranti che ancora tentano la rotta del Mediterraneo centrale per approdare in Italia a bande di aguzzini che li spediscono come pacchi a perdere in mare, dopo aver passato settimane, mesi, anni di violenze, prigionia, torture in Libia.

Il rapporto sottolinea che «nel mediterraneo centrale per ogni gruppo si 18 persone che hanno intrapreso la traversata tra gennaio e luglio 2018, una persona è deceduta o è scomparsa, contro una su 42 nel corso dello stesso periodo nel  2017».

I numeri lasciano poco spazio alla retorica xenofoba salviniana e raccontano di un calo già iniziato con le misure anti-immigrati messe in atto dal suo predecessore Minniti e dal governo Gentiloni-Alfano: in Italia da gennaio a luglio di quest’anno sono arrivati via mare 18.500 profughi/immigrati (in Spagna 27.600 e in Grecia 26,000 via mare e via terra). Nel 2017 nello stesso periodo erano stati 95.200 in Italia, 12.100 in Spagna e 13.800 in Grecia. In compenso dall’inizio dell’anno lungo la rotta del Mediterraneo centrale ci sono stati 10 naufragi, durante i quali sono morte 50 o più persone, e la stragrande maggioranza erano salpati dalla Libia. Di questi incidenti, 7 si sono verificati da giugno in poi.

Nella rotta dal Nord Africa alla Spagna hanno perso la vita più di 300 persone, un forte aumento rispetto al totale del 2017, quando erano stati registrati in tutto 200 decessi. Ad aprile, quando 1200 persone avevano già raggiunto la Spagna via mare, il tasso di mortalità era sceso a una persona morta per ogni 14 persone arrivate in Spagna via mare.

Finora, lungo le rotte terrestri europee o ai suoi confini sono stati registrati più di 78 morti di rifugiati e migranti, rispetto ai 45 dello stesso periodo dell’anno scorso.

La direttrice dell’ufficio Unhcr per l’Europa, Pascale Moreau, spiega che «questo rapporto conferma una volta di più che la traversata del Mediterraneo è una delle vie più mortali del mondo. Mentre anche il numero di arrivi sulle coste europee diminuisce, non si tratta di testare la capacità dell’Europa di gestire queste cifre, ma di dar prova dell’umanità necessaria per salvare delle vite».

Insomma, l’emergenza migranti non c’è e l’Europa si divide tra il fronte che non li vuole – al quale si è inopinatamente unita l’Italia scegliendo come alleati Orban e gli altri regimi autoritari est-europei – e chi fa notare che poche decine di migliaia di profughi e migranti non possono essere certo un problema per Paesi con milioni di abitanti e con una popolazione che invecchia e che ha bisogno di manodopera. E’ in questo indecente stallo che si ingrassano le politiche xenofobe della neodestra europea e le sommosse della destra neonazista in Germania.

Eppure, negli ultimi mesi l’Unhcr e l’International organization forr migration dell’Onu hanno chiesto «un approccio preventivo e regionale al fine di garantire il salvataggio e lo sbarco delle persone in difficoltà nel Mar Mediterraneo», e l’Unhcr ha esortato l’Europa anche ad «accrescere le possibilità di vie di accesso legali e sicure per i rifugiati, in particolare aumentando il numero dei siti di reinsediamento ed eliminando gli ostacoli al ricongiungimento familiare, il che permetterebbe di fornire altre opzioni rispetto a peripli il cui la possibilità di rischio è fatale».

Il rapporto evidenzia inoltre i pericoli che affrontano i rifugiati quando viaggiano lungo le rotte terrestri verso l’Europa, e «in particolare, le misure prese da alcuni per impedire ai rifugiati e ai migranti di accedere al loro territorio», mentre esorta gli Stati «a fare in modo che le persone che cercano la protezione internazionale possano facilmente accedere alle procedure di asilo». Che è esattamente quello che di fatto cercano di impedire gli accordi presi dall’Italia e da altri Paesi europei con Paesi come la Libia, il Niger, la Mauritania o l’Algeria. Non a caso l’Unhcr si appella ai governi anche perché «rafforzino i meccanismi di protezione dei bambini che viaggiano soli e richiedono asilo».

In occasione del terzo anniversario della tragica morte di Alan Kurdi, lo scrittore Khaled Hosseini, ambasciatore di buona volontà dell’Unhcr e profugo afghano, ha pubblicato il libro illustrato “Sea Prayer” che rende omaggio alle migliaia di rifugiati che hanno perso la vita fuggendo da guerre, violenze e persecuzioni. «Quando vidi le immagini spaventose del corpo di Alan Kurdi, ne ho avuto il cuore spezzato – ricorda Hosseini – Ma tre anni dopo, malgrado il fatto che altre migliaia di persone perdano la vita in mare, la nostra memoria collettiva e l’urgenza che avevamo di far meglio sembrano essersi dissolte».

A giugno e luglio Hosseini è andato in Libano ed è venuto in Italia, dove dice di aver potuto «constatare le conseguenze disastrose per le famiglie che hanno perso dei parenti mentre tentavano di raggiungere l’Europa. In Sicilia, ho visto un cimitero isolato e maltenuto che era pieno di tombe di anonimi tra i quali numerosi bambini, che sono annegati durante le traversate in questi ultimi anni, come Alan Kurdi. Ognuna di queste persone è solo una cifra, un codice su una tomba, ma si tratta di uomini, di donne e bambini che hanno osato sognare un futuro più promettente. Tre anni dopo la morte di Alan, è tempo di unire le nostre forze per evitare altre tragedie e ricordare ai nostri amici, alle nostre famiglie, alle nostre comunità e ai nostri governi che siamo solidali con i rifugiati».