La bomba degli insediamenti ebraici e delle risorse sotto il processo di pace voluto dagli Usa

[30 dicembre 2013]

Il segretario di Stato Usa, John Kerry, era partito da  poche ore da Israele, annunciando un suo ritorno in Medio Oriente  per la prossima settimana per discutere dei colloqui di pace israelo-palestinesi, che  il Comitato ministeriale per la legislazione d’Israele ha adottato un progetto di legge per annettere gli insediamenti ebraici nella valle del Giordano nella Palestina occupata, per farli diventare a tutti gli effetti parte integrante di Israele.

Si tratta di una vera e propria bomba innescata sotto il già fragilissimo processo di pace che gli americani cercano di rilanciare. Il progetto di legge, che deve ancora essere approvato dalla  Knesset, il parlamento israeliano, è infatti il contrario della proposta statunitense di un accordo per la sicurezza nella valle del Giordano e rischia di far saltare i negoziati con i palestinesi, già osteggiati da Hamas che controlla la Striscia di Gaza.

La più irritata sembra proprio la presidente del Comitato ministeriale per la legislazione d’Israele, Tipi Livni, che è anche a capo del gruppo israeliano che negozia con i palestinesi. La Livni ha bollato come «Irresponsabile» il voto e  si è detta convinta che «Nuocerà allo Stato di Israele e lo isolerà. Farò appello contro questa decisione».

Il progetto di legge è stato presentato da Miri Regev, uno dei peggiori falchi della coalizione di centro-destra al potere in Israele e chiede esplicitamente di applicare la sovranità israeliana sugli insediamenti ebraici nella valle del Giordano, «Così come sulle terre e le strade ebraiche che conducono a questi insediamenti». Si tratta di territori occupati e che l’Onu e la comunità internazionale considerano parte del nascituro Stato di Palestina.

Se questo progetto di legge colonialista verrà promulgato, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non potrà accogliere le proposte statunitensi che prevedono che la valle del Giordano faccia parte del futuro Stato della Palestina, con il solo mantenimento di una presenza militare israeliana nella zona. Un boccone amaro già difficile da digerire per i palestinesi e che non potrebbe sicuramente essere ingoiato dall’Autorità nazionale palestinese (Anp) se sancisse anche l’annessione di un altro pezzo di Palestina.

Regev, che è un parlamentare del Likud, il partito di Netanyahu, è più che soddisfatto  della sua trovata e spiega che l’obiettivo della legge di annessione è quello di «Garantire che l’attuale governo di Israele continui a mantenere la linea di difesa orientale del Paese, come hanno fatto tutti i governi precedenti». Regev  non solo conferma quel che tutti sapevano, cioè che gli insediamenti ebraici in Palestina non avevano niente di spontaneo ma facevano parte di una politica di occupazione pianificata, ma aggiunge che «L’approvazione è una dichiarazione ferma del governo che afferma che la valle del Giordano è davvero strategica per la sicurezza di Israele e che resterà per sempre di proprietà di Israele». Tradotto vuol dire che la destra israeliana non intende rinunciare all’acqua ed alle terre che ha sottratto ai palestinesi.

Israele occupa la valle del Giordano, circa un terzo della Cisgiordania, fin dalla guerra dei 6 giorni del 1967. I palestinesi accusano Israele di sfruttare in maniera intensiva le risorse idriche e il suolo della valle del Giordano, ancora di più di quanto fanno nel resto della Cisgiordania occupata, e di aver già annesso di fatto l’area ad Israele cacciando e perseguitando i proprietari di terre palestinesi.

Sarà difficile che in questa situazione Kerry, che sarà a Gerusalemme il primo gennaio, per incontrare Netanyahu e poi a Ramallah, per parlare con il presidente palestinese Mahmud Abbas, possa far accettare all’Anp una presenza militare continua di Israele nella valle del Giordano nel quadro di un accordo di pace, un “protettorato” osteggiato dalla gran parte dei palestinesi, sia di Hamas che dell’Olp, e che la destra israeliana, non contenta, trasforma in annessione.

D’altronde i media israeliani solo due giorni fa avevano comunicato che Netanyahu dovrebbe annunciare l’avvicinarsi del programma di liberazione di 26 prigionieri palestinesi insieme al progetto di costruire migliaia di nuove case nelle colonie ebree in Cisgiordania. Il capo dei negoziatori palestinesi, Saëb Erakat, il 26 dicembre aveva avvertito che «I colloqui di pace sarebbero compromessi se Israele annunciasse un qualsiasi progetto di ricostruzione di alloggi in Cisgiordania ed a Gerusalemme Est. Questo potrebbe condurre a rappresaglie».

E’ più che evidente che Regev ed il suo stormo di falchi guerrafondai del Likud e dei partiti religiosi e della destra (che hanno la loro base elettorale tra i coloni) hanno voluto minare le fondamenta ai già difficilissimi colloqui di pace israelo-palestinesi, ripresi a luglio su iniziativa Usa, e che questo allontana di molto l’intenzione di Kerry di giungere ad un accordo prima dell’aprile  2014. Con questo voto probabilmente lo stallo dei negoziati, provocato dalle accuse reciproche, si trasformerà in rottura e l’ala più integralista dei coloni israeliani acquisterà ancora più forza, mentre si indebolirà ancora di più la leadership dell’Anp già in crisi, a vantaggio di Hamas e della fronda più bellicosa dell’Olp. Per Kerry e la pace in Medio Oriente si annuncia un pessimo inizio di 2014.