La scheda su problemi e criticità presentata dalle associazioni

Basta Pfas: consegnate alla Regione Veneto 14.754 firme di cittadini

Legambiente e Coordinamento Acque Libere da Pfas scrivono a ministri Galletti e Lorenzin

[26 ottobre 2017]

Una delegazione di Legambiente, Coordinamento Acque Libere da Pfas, Mamme No Pfas e Genitori attivi zona rossa ha consegnato agli assessori regionali veneti alla sanità Luca Coletto e all’ambiente Gianpaolo Bottacin, delegati del presidente delle Regione Luca Zaia a relazionare alla rappresentanza di cittadini circa la situazione dell’inquinamento da Pfas e relativi aggiornamenti . e firme di 14754 cittadini che finora  hanno sottoscritto la petizione “Acquedotti liberi da pfas e pfoa” lanciata da Legambiente e dal Coordinamento Acqua Libera dai Pfas, che aveva come richiesta «l’allacciamento degli acquedotti contaminati dalle sostanze perfluoroalchiliche a fonti di approvvigionamento esenti da inquinamento».

I cittadini delegati a presentare le firme ricordano che «A distanza di ormai quasi cinque anni dalla scoperta dell’inquinamento da pfas, i cittadini dei ventuno comuni della zona rossa attendono, infatti, che ciò avvenga» e sottolineano che «Anche l’Istituto superiore di sanità già nel 2013 riteneva imprescindibile il cambio delle fonti o l’eliminazione della fonte d’inquinamento. A tutt’oggi nulla di tutto ciò è accaduto, anzi vi è un continuo rimpallo di responsabilità tra Enti che appare assolutamente non ragionevole vista la gravità della situazione«.

Contemporaneamente Legambiente e il Coordinamento Acque Libere da Pfas hanno scritto al ministro dell’ambiente Gianluca Galletti e alla ministra della salute Beatrice Lorenzin per chiedere un incontro e consegnare le 14.686 firme raccolte a sostegno della petizione Mettiamo un limite ai limiti” rivolta ai due ministri. Le due organizzazioni spiegano che «L’obiettivo è quello di normare i Pfas a livello nazionale e fissare limiti più stringenti, non solo a livello della regione Veneto, per queste sostanze nelle acque di falda e allo scarico, con l’obiettivo di arrivare quanto prima alla loro totale eliminazione dalle acque e alla messa al bando dei Pfas e per sollecitare il ministero ad un azione concreta e coordinata con la Regione per risolvere uno dei maggiori problemi ambientali del nostro Paese».

Luigi Lazzaro,  presidente di Legambiente Veneto dice che «Durante l’incontro alla Regione Veneto sono state esposte alcune delle criticità che a nostro avviso devono trovare una soluzione rapida. La Regione ci ha aggiornato per quanto di sua competenza, chiarendo diversi aspetti. Ringraziamo le direzioni e gli uffici tecnici dei due assessorati, sanità ed ambiente, per il lavoro svolto fin qui e li esortiamo ad andare avanti su questa strada, ma sappiamo che il solo impegno dei tecnici regionali non è sufficiente e purtroppo la soluzione al problema assieme all’individuazione delle responsabilità è ancora lontana. E’ molto importante per questo e a ragione di quanto detto finora, aver convenuto con la regione su due punti fondamentali e cioè la necessità della nomina da parte del Governo di un commissario straordinario per la gestione dell’emergenza, oltre alla necessità che la regione avvii presto (cosa che chiediamo dal 2015) dei tavoli di confronto tematici e periodici per evitare strumentalizzazioni e disinformazioni che rallentano i processi e ci allontanano dall’unico interesse per migliaia di cittadini: acqua libera da pfas e bonifica di siti e acque contaminate nel più breve tempo possibile».

Per la delegazione, un’altra importante conferma ottenuta è «La necessità di perseguire con forza la via giudiziaria in base al principio “chi inquina paga” e di applicare la nuova legge sugli ecoreati».

 

Ecco la scheda su problemi e criticità presentata dalle associazioni:

Le sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) sono sostanze chimiche di sintesi utilizzate principalmente per rendere resistenti ai grassi e all’acqua vari materiali come tessuti, tappeti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti. I due composti chimici appartenenti a questo gruppo più usati sono l’acido perfluoroottanoico (Pfoa) e l’acido perfluoroottansulfonico (Pfos). Possono essere trovati nell’aria, nel suolo e nell’acqua in relazione a produzione, uso e smaltimento dei prodotti che li contengono. Sono composti dotati di elevata persistenza nell’ambiente, che possono essere trasportati a distanza dall’acqua; se presenti nell’aria lentamente ricadono sul suolo in un tempo stimato di giorni o settimane.

Era il 2013 quando veniva acclarato l’inquinamento da pfas delle acque di falda e delle acque potabili, l’Istituto Superiore di Sanità chiedeva ai gestori e alla Regione Veneto di far fronte all’emergenza e in breve tempo o rimuovere la fonte di inquinamento o di trovare altre fonti di approvvigionamento per gli acquedotti contaminati. A tutt’oggi (settembre 2017) nessuna delle indicazioni ha visto il suo completamento lasciando ancora il territorio in emergenza in quanto i gestori sono costretti alla filtrazione delle acque per far fronte alla contaminazione e la fonte primaria d’inquinamento non è stata rimossa, nonostante questa sia stata ben individuata. Ricordiamo che a nostro avviso le sostanze che causano l’inquinamento devono essere messe al bando e sostituite con altri prodotti che non presentino rischi e conseguenze per l’ambiente e la salute, come ribadito anche da diversi scienziati nell’appello firmato a Madrid nel 2015 (The Madrid Statement PFASs)

Nessuna indicazione precisa per l’uso irriguo delle acque di superficie inquinate. Un primo studio* posto in essere dalla Regione Veneto (aggiornato al 6/11/2015) ha riscontrato una contaminazione di almeno il dieci per cento degli alimenti campionati in tutto il territorio esposto dall’inquinamento da Pfas. Sebbene lo studio sia stato considerato solo orientativo e parziale da parte dal Dipartimento di Sanità Pubblica Veterinaria e Sicurezza Alimentare dell’ISS (prot 19/02/16-0004930) e nonostante il Piano di Campionamento per il monitoraggio degli alimenti (approvato con DGR 2133 del 23/12/2016) ad oggi non è stato diffuso nessun dato ufficiale, nemmeno parziale, sui risultati emersi. Inoltre nessuna indicazione è stata fornita, dagli enti preposti, circa eventuali precauzioni da seguire.

Si continuano ad usare 6 metri cubi al secondo di acqua del canale irriguo LEB per “diluire” i reflui dei cinque depuratori della Valle del Chiampo contenenti ancora alte concentrazioni di inquinanti, tra cui i Pfas, che attraverso il collettore ARiCA finiscono nel fiume Fratta nel comune di Cologna Veneta, corso che attraversa buona parte della pianura veneta e sfocia in Adriatico. Questa pratica oltre a sottrarre acqua pulita per l’irrigazione, può in caso di emergenza idrica o manutenzione a monte del LEB (come avvenuto nei primi giorni di Aprile 2017) comportare gravi rischi per l’ecosistema.

Il Biomonitoraggio umano partito su vasta scala per i residenti nell’area Rossa, sta dimostrando che la contaminazione è consistente e raggiunge anche le fasce d’età più giovani. Purtroppo nessuna indicazione certa su come affrontare il problema nei contaminati viene impartita dalle autorità sanitarie, ora si parla di plasmaferesi ma anche in questo caso siamo in presenza di tecniche alquanto costose e invasive e certamente non risolutive se non si eliminano le fonti inquinanti dalle acque e dalle matrici alimentari. Sottolineiamo che dal biomonitoraggio vengono esclusi i soggetti in età pediatrica sotto i 14 anni e le persone anziane sopra i 65 anni, due fasce d’età che a parere di molti esperti sono le più esposte agli effetti nocivi dei Pfas.

Sin dall’inizio di questa vicenda assistiamo in varie occasioni a continui rimpalli di responsabilità e di competenze tra i vari enti locali, regionali e nazionali, soprattutto per ciò che riguarda i fondi per la realizzazione delle nuove prese a servizio dei gestori dei servizi idrici e per l’istituzione di limiti normativi alla presenza di Pfas nelle acque.  Con nota del Ministero dell’Ambiente – direzione generale per la salvaguardia del territorio e delle acque* (ricevuta dalla scrivente in occasione del convegno “e l’acqua?” del 14 luglio 2017) emerge che “La situazione relativa alla contaminazione da composti perfluoro-alchilici (PFAS) nelle acque sotterranee e superficiali della provincia di Vicenza e di alcuni comuni limitrofi della medesima regione, all’attenzione dello scrivente Ministero fin dal 2013, è una problematica che per sua natura ricade nella competenza territoriale diretta della regione Veneto e nell’ambito della sua autonomia di gestione e di attuazione delle misure necessarie a contrastare tale fenomeno di contaminazione.”. D’altra parte la Regione Veneto lamenta la mancanza dei fondi promessi dal Governo Nazionale e chiede l’introduzione dei limiti da parte del Ministero della Salute. Appare dirimente quindi un chiarimento sulle competenze ed una maggiore collaborazione tra le Istituzioni.

La relazione preliminare del Nucleo Operativo Ecologico dell’Arma dei Carabinieri redatta dal mar. cap. Manuel Tagliaferri che indaga sull’argomento, evidenzia che la condotta omissiva del gestore, iniziata nel 1990 e proseguita fino ad oggi, ha comportato che l’inquinamento da Pfas (e forse anche da altre sostanze non indagate, come verosimilmente i Btf) si propagasse nella falda provocando il deterioramento dell’ambiente, dell’ecosistema nonché probabili ricadute sulla salute della popolazione residente che per anni potrebbe aver assunto acqua contaminata. Appare, dunque, stringente il sostegno ed il potenzialmente delle indagini del NOE per un territorio oltremodo negletto a causa del massiccio impatto inquinante derivante dal comparto chimico, industriale e conciario del bacino del Chiampo e da un’economia agricola di modello intensivo che utilizza abbondantemente prodotti fitofarmaci e fitosanitari. Si ritiene prioritaria la valutazione della sussistenza della nuova ipotesi introdotta dalla recente Legge 68/2015 sugli Ecoreati che prevede, tra l’altro, la responsabilità giuridica delle aziende e l’obbligo di bonifica. Bonifica che appare indifferibile per il sedime della Miteni S.p.a. come per il bacino dell’Agno Fratta Gorzone, da decenni contaminato dai reflui industriali della valle del Chiampo.