Zaia: Il ministero della salute nega la necessità di fissare limiti nazionali Pfas nelle acque potabili

Emergenza Pfas in Veneto, Greenpeace: «Chi inquina paga, e la Miteni?»

Gli ambientalisti hanno indagato sull’assetto societario. Miteni: non produciamo più da anni Pfas

[22 settembre 2017]

Greenpeace si è chiesta chi paga per l’inquinamento da Pfas in Veneto e per rispondere ha indagato sull’assetto societario di Miteni, «l’azienda chimica di Trissino ritenuta dalle autorità locali la fonte principale dell’inquinamento da PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) in una vasta area del Veneto». Ne è venuto fuori il rapporto “Emergenza Pfas in Veneto, chi inquina paga?”, che fa parte del più ampio rapporto “The International Chemical Investors Group (ICIG) Controversy and Tax Avoidance Scan”, elaborato dall’istituto di ricerca indipendente olandese Somo  in collaborazione con Merian Research (Berlino).

Greenpeace dice che «Alcuni dirigenti della presente e della passata gestione di Miteni risultano indagati, dalla Procura di Vicenza, per reati ambientali. Nel caso venissero confermate le ipotesi di reato a carico di Miteni, l’azienda dovrebbe coprire i costi delle bonifiche e altre richieste di risarcimento. Tuttavia, dall’indagine di SOMO emerge che Miteni ha chiuso i suoi bilanci in passivo negli ultimi 10 anni e che il collegio sindacale dell’azienda, nell’ultimo bilancio, ha invitato la proprietà a una ricapitalizzazione per non compromettere la continuità aziendale. Eppure, dal 2009, Miteni fa parte del gruppo ICIG a sua volta controllato dalla holding lussemburghese ICI SE (International Chemical Investors), che, alla fine 2016, aveva in cassa più di 238 milioni di euro. Sempre alla fine del 2016, le risorse finanziarie con cui invece Miteni potrebbe far fronte ad eventuali risarcimenti erano pari ad appena 6,5 milioni di euro. Una cifra modesta se paragonata con i soli costi per il rifacimento degli acquedotti che la Regione Veneto stima in 200 milioni di euro».

Secondo gli ambientalisti «I dati pubblicati oggi indicano insomma che Miteni versa in una situazione finanziaria estremamente difficile. Pare dunque escluso che l’azienda, se condannata, possa risanare questo territorio e risarcire i suoi cittadini per i danni sanitari e ambientali di un inquinamento che coinvolge più di 350 mila persone».

In un comunicato Miteni ribatte: «Riteniamo necessario precisare che la presenza di Pfas nella vasta area descritta nell’incontro con la stampa svoltosi ieri a Venezia non può essere dovuta alla falda dello stabilimento Miteni. Un’area così vasta va necessariamente riferita al sistema di scarichi consortili a cui sono collegate centinaia di aziende del territorio. Miteni non produce più da anni Pfos e Pfoa, dal 2011, e ancora prima i reflui delle lavorazioni erano inviati a sistemi di trattamento esterni. Pfos e Pfoa vengono usati tutt’oggi da oltre duecento industrie del settore conciario e manifatturiero presenti nella zona che li acquistano sul mercato estero, imprese che sono allacciate agli stessi scarichi consortili a cui è allacciata Miteni. Le acque in uscita dallo stabilimento di Trissino sono sotto costante controllo, trattate con sistemi che rispondono pienamente alle indicazioni del Consorzio senza che vi sia mai stato alcun superamento dei limiti richiesti. L’azienda ha peraltro investito nel trattamento delle acque e in interventi ambientali negli ultimi anni oltre 15 milioni di Euro. Miteni collabora fin dagli anni Novanta con le istituzioni nazionali e internazionali per la ricerca sui Pfas e i possibili effetti sull’ambiente e sull’uomo, ancora in fase di studio. Confermiamo ogni disponibilità a condividere gli studi svolti in questi anni e siamo pronti a ogni confronto con le istituzioni. Già dal 2006 l’azienda ha fornito il proprio supporto scientifico all’Istituto Superiore di Sanità per ricerche e approfondimenti su queste sostanze che nella gran parte dei casi non hanno alcuna nocività conosciuta e sono ampiamente impiegate in decine di settori delle produzione industriale tra cui anche il campo farmaceutico».

Ma secondo Greenpeace, «L’attuale proprietà Miteni ha più volte sostenuto di non essere responsabile dell’inquinamento, riconducendolo alle precedenti gestioni, e di non essere a conoscenza dei gravi rischi ambientali connessi al sito di Trissino prima di procedere all’acquisto. Tuttavia la vendita della società da parte di Mitsubishi ad ICIG per solo 1 euro, a fronte di un valore superiore ai 33 milioni, e la continuità di cariche di Brian Anthony McGlynn nelle due gestioni, pongono dei seri interrogativi sulla possibilità che l’attuale proprietà non sapesse della contaminazione. Inoltre nel bilancio 2009, durante la gestione ICIG, Miteni fa riferimento all’implementazione di una barriera idraulica, peraltro già attiva dal 2005, “secondo i programmi concordati con le autorità locali“. La barriera idraulica è una delle tecniche di bonifica più comuni in siti inquinati dove la contaminazione può interessare direttamente le falde acquifere. Per quale ragione Miteni avrebbe realizzato nel 2005 un’opera così importante? Sulla base di quali dati ambientali le autorità locali hanno chiesto a Miteni di migliorare la barriera idraulica già attiva dal 2005? Eppure varie autorità locali sostengono di essere state informate del “rischio PFAS” solo nel 2013».

In attesa che l’inchiesta giudiziaria faccia il suo corso, Greenpeace chiede alla Regione Veneto di «Censire e bloccare tutte le fonti di inquinamento da PFAS, sostanze chimiche pericolose per l’ambiente e per l’uomo, e di adottare livelli di sicurezza di PFAS nell’acqua potabile in linea con i valori più restrittivi vigenti in altri Paesi».

E sulla questione PFAS ieri era intervenuta proprio il presidente delle Regione Veneto Luca Zaia  attaccando il governo: «Non c’è che da prendere atto dell’atteggiamento scandaloso del Ministero della Salute che, negando la necessità di fissare limiti nazionali per la concentrazione di Pfas nelle acque potabili, fa finta di non vedere la realtà e, di fatto, ci dice di arrangiarci. Annuncio che da questo momento ci arrangiamo e, in piena autonomia, procederemo a una drastica riduzione dei limiti in Veneto».

Zaia dice che il 18 settembre «la Direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute ha respinto la richiesta avanzata dalla Regione Veneto  di fissare un limite nazionale di performance per la presenza di sostanze perfluoro alchiliche nella acque, e la riproposizione delle tabelle dello studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) del 2013, da cui appare evidente la presenza significativa di tali sostanze in varie altre zone d’Italia. Ho incaricato il direttore generale di Arpav Nicola Dell’Acqua, nella sua veste di  coordinatore della Commissione “Ambiente e Salute”, organismo che, con delibera del 13 giugno scorso, ha assorbito le competenze della “Commissione Tecnica Pfas”, di convocare al più presto l’organismo in questione con il mandato di definire una proposta di drastica riduzione dei limiti in Veneto, che la Giunta regionale approverà al più presto possibile, dando agli Enti Acquedottistici l’indicazione di uniformarsi con sollecitudine alle nuove disposizioni. Prendiamo così atto che a livello governativo manca la volontà politica di gestire questo problema, basti pensare agli 80 milioni di euro promessi per la messa in sicurezza degli  acquedotti e mai stanziati. E’ evidente che si penalizza la Regione che per prima si è attivata ponendo dei limiti già nel 2014, mentre per le altre aree del Paese si lascia che ogni Regione sia libera di fissare o meno dei limiti, magari intervenendo quando i buoi saranno scappati dalla stalla».

Zaia conclude: «Non abbiamo certo timore di arrangiarci e lo faremo, ma non ci si può nascondere la considerazione che un limite nazionale avrebbe evitato svariati pesanti contenziosi, come sta già accadendo per gli scarichi industriali, dove la nostra Regione soccombe in quanto i ricorrenti hanno buon gioco nel sostenere che in questi casi non possono esistere limitazioni diverse da quelle nazionali».