Gli Sherpa e l’inquinamento indoor, uno studio italiano

Gli effetti sulla salute della popolazione hymalayana, C’è bisogno di stufe più efficienti e combustibili più adeguati

[2 novembre 2018]

Secondo la prima Global Conference on Air Pollution and Health. dell’Organizzazione della sanità che si è conclusa ieri a Ginevra, la presenza in atmosfera del particolato atmosferico fine di origine antropica (PM2,5, generalmente definito “polveri sottili”) costituisce il sesto fattore di rischio per la salute umana e ha causato nel 2016 a livello globale 4,1 milioni di morti per disturbi respiratori, cardiovascolari e per cancro polmonare. Un numero di decessi maggiore rispetto a quello dovuto a più noti fattori di rischio quali abuso di alcool o inattività fisica, e simile a quello per elevati livelli di colesterolo nel sangue o obesità».

spiega Sandro Fuzzi,  ricercatore dell’Istituto di scienze  dell’atmosfera e del clima (Cnr-Isac), sottolinea che «Meno noto è che circa 2 milioni di decessi annui addizionali sono originati dall’esposizione all’inquinamento negli ambienti domestici, fenomeno particolarmente preoccupante nei continenti asiatico e africano, dovuto principalmente all’utilizzo, per riscaldamento e preparazione dei pasti, di combustibili di bassa qualità (sterpi, residui agricoli, sterco animale) con stufe altamente inefficienti e in ambienti non adeguatamente ventilati».

Fuzzi è uno degli autori dello Lo studio “Indoor air pollution exposure effects on lung and cardiovascular health in the High Himalayas, Nepal: An observational study”, realizzato in collaborazione con il Dipartimento di scienze biomediche e chirurgico specialistiche dell’Università di Ferrara e con l’Università di Pisa e  in corso di pubblicazione sull’European Journal of Internal Medicine e spiega che «Precedenti ricerche hanno già esaminato questo fenomeno in India, Cina e America Latina. La particolarità di questo studio, condotto nel villaggio di Chaurikharka, a 2.562 metri di altezza, abitato dalla popolazione Sherpa, sono la lontananza da altre possibili sorgenti di inquinamento, nonché la bassissima propensione al fumo, e la rarità dei fenomeni di obesità e diabete nella popolazione. L’assenza di questi fattori rende possibile una valutazione più precisa del rapporto causa-effetto fra l’inquinamento indoor e le affezioni riscontrabili nella popolazione».

Il team di ricercatori italiani guidato da Francesca Pratali (Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa – Ifc-Cnr) oltre a Fuzzi comprende anche Angela Mainoni, Analisa  Cogo, Kristian Ujca, Rosa Maria Bruno e Luca Bastiani (Ifc-Cnr);  Stefania Ghilardoni e Paolo Bonasoni (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima Cnr); Eva Bernardi (università di Ferrara), Elisa Vuillermoz (EvK2CNR Committee); Paolo Sdringola (università di Perugia) e ha dimostrato che «una cattiva qualità dell’aria in ambiente interno può causare danni al sistema respiratorio e cardiocircolatorio» anche tra una popolazione himalayana.

I ricercatori italiani dicono che negli ambienti domestici degli Sherpa, «Le concentrazioni di PM2,5,  contenente a sua volta un’elevata percentuale di black carbon (BC), un derivato dalla combustione estremamente dannoso per la salute, possono superare di molte volte i limiti fissati dall’Oms per l’aria ambiente».

La Pratali conclude: «Abbiamo monitorato tredici case del villaggio su un intero ciclo giornaliero per verificare i livelli di concentrazione di PM2,5 e di BC. Settantotto abitanti delle case oggetto delle misure in età compresa fra 16 e 75 anni sono poi stati oggetto di una serie di valutazioni mediche, Dai risultati clinici è emerso che anche una cattiva qualità dell’aria dell’ambiente indoor può causare una precoce disfunzione a carico delle vie aeree e danno cardiovascolare subclinico. L’effetto nocivo è maggiore soprattutto dal punto di vista cardiovascolare nella popolazione con età maggiore di 30 anni, con una più prolungata esposizione al black carbon. E’ chiaro che semplici interventi che favoriscano l’uso di stufe più efficienti e combustibili più adeguati in queste comunità possono ridurre sostanzialmente le emissioni indoor dovute alla combustione e, di conseguenza l’esposizione degli abitanti e gli effetti sulla salute».