Glifosato, ecco dove e quanto ne produce la Monsanto

La posizione della multinazionale sul pesticida in un’intervista: «La nostra strategia non è cambiata, né lo sono le nostre decisioni produttive»

[3 marzo 2016]

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Il glifosato, ovvero il diserbante ancora oggi più utilizzato al mondo, è da tempo sotto accusa per i suoi effetti sull’ambiente, sugli agricoltori, sui consumatori. Lo Iarc l’ha inserito tra i probabili cancerogeni, come del resto molti altri prodotti e cibi, comprese ad esempio alcune sostanze sprigionate durante la frittura. Ma mentre mangiare o meno un piatto di patatine fritte rimane una questione di libera scelta, il glifosato è nascosto dietro molti prodotti, senza che il consumatore possa facilmente individuarlo: solo ultimamente è stato riscontrato in 14 diversi tipi di birre tedesche. Gli scontri con i produttori di glisofato, soprattutto in America latina dove rappresenta un problema molto sentito (ne abbiamo parlato anche sulle nostre pagine, ad esempio qui e qui), sono invece notizie che hanno già fatto storia.

La battaglia degli ambientalisti contro il pesticida si è appena riaccesa anche in Italia, con 32 associazioni che si sono riunite in una campagna comune per chiedere uno stop alle autorizzazioni sull’utilizzo dell’agrochimico a livello europeo. Tema che non è sfuggito a uno dei principali produttori nel mondo del pesticida, la Monsanto: qual è la loro posizione sul glifosato? Ne abbiamo parlato con Daniela Castegnaro, commercial lead – crop protection Italy, Greece & Middle East della multinazionale in Italia.

Il glifosato è uno dei pesticidi più utilizzati al mondo, e al contempo dei più controversi. La Monsanto rappresenta un leader produttivo nel settore: quanto ne produce all’anno, e verso quali mercati è principalmente diretto?

«Produciamo Roundup in 5 impianti nel mondo: 2 negli Usa, uno in Brasile, uno in Argentina e uno in Europa, ad Anversa. L’impianto di Anversa serve 70 paesi in Europa, Africa e Giappone. Nei Paesi dove siamo presenti abbiamo una quota di mercato tra il 20 e il 30%».

L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha recentemente inserito il glifosato tra i “probabili cancerogeni” per l’uomo (gruppo 2A). Come ha influito questa decisione nelle scelte produttive della Monsanto?

«Lo Iarc non è un organo regolatore; la sua valutazione del pericolo teorico legato ad una sostanza non è una valutazione del rischio in condizioni realistiche. Ad esempio, lo Iarc ha catalogato la carne rossa nella stessa categoria 2A del glifosate, e non per questo è fatto divieto di consumarne.

L’Efsa invece è l’organo regolatore preposto a ammettere o vietare l’uso delle molecole degli agrofarmaci nell’Unione europea dopo averne accuratamente valutato il rischio per l’uomo e per l’ambiente. L’Efsa ha espresso il suo parere lo scorso novembre, dopo aver anche preso in considerazione anche la valutazione dello Iarc e ha ritenuto che il glifosate non presenti rischio inaccettabile di carcinogenicità. Pertanto la nostra strategia non è cambiata, né lo sono le nostre decisioni produttive. Riponiamo la massima fiducia negli organi che compongono l’iter regolatore e ci adegueremo alle loro decisioni».

Numerose associazioni ambientaliste stanno tornando a chiedere in questi giorni una messa al bando del prodotto in Europa, mentre alcuni enti locali – in Italia spicca la Toscana – hanno già imposto divieti sul suo utilizzo. La Monsanto come ha intenzione di interfacciarsi con queste istanze?

«Crediamo che l’associazione di categoria che riunisce i produttori di agrofarmaci sia l’interlocutore più adatto per interfacciarsi con queste istanze, perché il tema va ben al di là del singolo prodotto e mette in dubbio l’autorevolezza delle istituzioni e degli organi di controllo a livello nazionale e sovranazionale. Per quanto ci riguarda, noi continuiamo a rassicurare tutti i nostri interlocutori sulla base delle centinaia e centinaia di studi che attestano che il glifosate può essere usato in tutta sicurezza e sulla base di più di 40 anni di utilizzo in più di 150 paesi al mondo».