«Due mesi per ridurre l’impatto ambientale». Violata la normativa Ue sulle emissioni industriali

Ilva, ultimatum della Commissione Ue all’Italia

Conseguenze potenzialmente gravi per salute e ambiente

[16 ottobre 2014]

La Commissione europea ha adottato ulteriori provvedimenti contro l’Italia «intesi a ridurre l’impatto ambientale dell’acciaieria Ilva di Taranto (in seguito “l’Ilva”), il più grande stabilimento siderurgico europeo».

Secondo la Commissione Ue, l’Italia che è presidente di turno dell’Unione europea, «non ha provveduto a far sì che l’Ilva funzioni in conformità alla normativa Ue in materia di emissioni industriali, con conseguenze potenzialmente gravi per la salute umana e per l’ambiente».

In una nota la Commissione  ricorda di aver «già inviato all’Italia due lettere di costituzione in mora, nel settembre 2013 e nell’aprile 2014, con le quali invitava le autorità italiane ad adottare misure per assicurare che l’esercizio dell’impianto Ilva venisse messo in conformità con la direttiva sulle emissioni industriali e con altre norme Ue in vigore in materia ambientale (cfr. IP/13/866)». Secondo la Commissione, «Sebbene alcune carenze siano state risolte, si registrano ancora diverse violazioni della direttiva sulle emissioni industriali».

Il contesto del pesantissimo avvertimento è illustrato dalla stessa Commissione europea: «L’Ilva, la più grande acciaieria d’Europa, è in funzione dagli anni ’60 ed è già stata oggetto di altri procedimenti giudiziari. Il 30 marzo 2011 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha condannato l’Italia per il mancato rilascio delle autorizzazioni relative alle emissioni industriali per diversi impianti industriali, tra i quali l’Ilva (causa C-50/10). Il 4 agosto 2011 le autorità italiane hanno rilasciato all’Ilva l’autorizzazione integrata ambientale, che è stata successivamente aggiornata il 26 ottobre 2012 e il 14 marzo 2014».

Ma la direttiva sulle emissioni industriali, che ha sostituito la direttiva sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento a decorrere dal 7 gennaio 2014, «fissa gli obblighi a cui devono attenersi le attività industriali con un elevato potenziale di inquinamento. Stabilisce una procedura di autorizzazione e fissa requisiti, in particolare per quanto riguarda gli scarichi. Le autorizzazioni possono essere rilasciate solo se sono soddisfatte diverse condizioni ambientali, affinché le stesse società siano responsabili della prevenzione e della riduzione dell’eventuale inquinamento da loro causato. L’autorizzazione garantisce l’applicazione delle misure di prevenzione dell’inquinamento più opportune e dispone il riciclaggio o lo smaltimento dei rifiuti nel modo meno inquinante possibile».

Il parere motivato adottato oggi da Bruxelles «riguarda carenze quali l’inosservanza delle condizioni stabilite nelle autorizzazioni, l’inadeguata gestione dei sottoprodotti e dei rifiuti e protezione e monitoraggio insufficienti del suolo e delle acque sotterranee».

La Commissione concede all’Italia due mesi per rispondere e sottolinea che «La maggior parte dei problemi deriva dalla mancata riduzione degli elevati livelli di emissioni non controllate generate durante il processo di produzione dell’acciaio. Ai sensi della direttiva sulle emissioni industriali, le attività industriali ad alto potenziale inquinante devono essere munite di autorizzazione. L’Ilva ha un’autorizzazione per svolgere le sue attività ma non ne rispetta le prescrizioni in numerosi settori. Di conseguenza, l’impianto sprigiona dense nubi di particolato e di polveri industriali, con conseguenze potenzialmente gravi per la salute della popolazione locale e per l’ambiente circostante. Le prove di laboratorio evidenziano un forte inquinamento dell’aria, del suolo, delle acque di superficie e delle falde acquifere, sia sul sito dell’Ilva sia nelle zone adiacenti della città di Taranto. In particolare, l’inquinamento del quartiere cittadino di Tamburi è riconducibile alle emissioni dell’acciaieria».