Inquinatori col trucco: le fabbriche più inquinanti costruite ai confini statali sottovento

Come e perché negli Usa si esporta l’inquinamento a spese degli altri

[19 gennaio 2017]

Lo studio “Gone With the Wind: Federalism and the Strategic Location of Air Polluters”  pubblicato sull’American Journal of Political Science da David Konisky (Indiana university) James Monogan, università della Georgia) e Neal Woods (università della South Carolina), rivela un modello particolarmente “furbo” utilizzato dalle imprese per localizzare strategicamente le loro fabbriche dove il vento porta l’inquinamento oltre i confini dello Stato Usa dove viene costruito l’impianto.

All’università dell’Indiana – Bloomington (Iu) evidenziano che «Collocando fabbriche e centrali elettriche in prossimità delle frontiere sottovento può autorizza gli Stati a raccogliere i frutti dei posti di lavoro e gettito fiscale, ma condividono gli effetti negativi – l’inquinamento atmosferico – con i vicini».

Konisky, della School of public and environmental affairs della Iu spiega che  «Quando si guarda la posizione delle principali fonti di inquinamento atmosferico, ci sono maggiori probabilità che siano più vicino ai confini statali sottovento, rispetto ad impianti industriali simili».

Lo studio confronta 16.211 impianti Usa  che producono inquinamento atmosferico con 20.536 siti che producono rifiuti pericolosi ma non inquinamento atmosferico. Usando una tecnica chiamata point pattern analysis, i ricercatori statunitensi  di mostrano che «Gli impianti  che producono inquinamento atmosferico hanno più probabilità di essere vicino ai confini di Stato sottovento rispetto a quelli che producono altri tipi di rifiuti».  Infatti, dopo l’adeguamento delle variabili, è venuto fuori che «Chi inquina ha il 22% di probabilità in meno di essere in prossimità di un confine di Stato sopravento che in prossimità di un confine di Stato sottovento».

Si tratta di una  tendenza particolarmente pronunciato per i grandi impianti che emettono emissioni atmosferiche tossiche: quelle comprese nel che sono inclusi nel programma Toxics release inventory dell’Environmental protection agency.

Gli Stati Usa si lamentano da tempo per l’inquinamento atmosferico proveniente dagli altri Stati confinanti e il  Clean Air Act è stato pensato per affrontare il problema con standard sull’inquinamento uniformi. Ma nel  sistema federale Usa l’applicazione delle norme compete in gran parte agli Stati, che possono avere meno interesse a regolamentare impianti industriali che producono inquinamento dell’aria che finisce oltre i loro confini.  I ricercatori fanno notare che «Il sistema si presta al “free riding”, cioè coloro che beneficiano di beni o servizi non ne pagano l’intero costo».

Precedenti ricerche avevano già scoperto che gli Stati non sono meno rigorosi nell’applicare  i regolamenti negli impianti vicino ai loro  confini sottovento rispetto agli altri.  Ma il nuovo studio suggerisce che «la discrepanza può avvenire in precedenza nel processo: nelle decisioni su dove sono situati gli impianti».

La domanda è se la decisione di dove localizzazione impianto sia il risultato di azione dello Stato o di governo locale o delle imprese o istituzioni che costruiscono e gestiscono gli impianti. Konisky evidenzia che «Entrambi hanno degli incentivi: i governi potrebbero voler recuperare posti di lavoro o di proteggere i loro cittadini dall’inquinamento atmosferico. Gli operatori dell’impianto potrebbero voler evitare l’opposizione “non nel mio giardino”».

Lo studio suggerisce  che potrebbero essere coinvolti diversi interessi: «I risultati dimostrano che la tendenza verso il free riding è più pronunciata negli Stati con una politica ambientale meno rigorosa e in quelli con programmi di sviluppo economico aggressivi che perseguono l’industria della “ciminiera”, suggerendo che le le decisioni sono un fattore. Ma è anche più forte in Stati con un’alta densità di organizzazioni ambientaliste, suggerendo che il businesses può prendere decisioni sulla localizzazione per evitare l’opposizione locale».